A seguito di una nostra riflessione sul “burkini”, pubblicata qualche giorno fa, ci è stata posta qualche critica sull’approccio al problema della laicità. Offriamo quindi volentieri il nostro spazio per approfondire un tema delicato come quello della laicità dello Stato.
Di Alessandro Chiometti, Presidente dell'Associazione Civiltà Laica

Nell’ultimo anno (giugno 2015 – giugno 2016) sono state uccise in Italia 155 donne. Tutti femminicidi commessi da mariti, compagni, ex, e aspiranti vari. Sommando lo spazio mediatico concesso a tutti questi casi non pensiamo che si possa raggiungere quello riservato al “caso” burkini. Segno evidente che ci interessa molto il corpo della donna e non la donna.

Ad ogni modo, leggendo l’articolo riservato al tema da Zeppelin lo scorso 17 Agosto è per noi fonte di perplessità vedere come, l’autrice tenda a sottolineare come ci possa essere una laicità “sana” e una laicità “sbagliata”. Errore tanto enorme quanto comune in certi ambienti che potremmo definire neo-radical chic.

La cosa è tanto più evidente quando si legge, nello stesso articolo, che: “Se si ammette che la società è plurale e lo Stato è laico, allora anche un’etica religiosa può avanzare il diritto di essere accettata – tra le altre – all’interno dello spazio pubblico, nel rispetto delle scelte compiute dal singolo cittadino.”

Frase che può trovare sostenitori della c.d. “laicità debole”, non a caso aggettivata, di Habermas, fra cui troviamo, non a caso, Ratzinger.

Allora cominciamo a sgombrare il campo da equivoci ricorrenti e cerchiamo di ricordare alcuni punti fissi del concetto moderno di laicità.

  • La laicità non ha bisogno di aggettivi, come ricordava il Prof. Carlo Flamigni nella sua introduzione al volume “I laic”, la laicità non è un’ideologia, ma un metodo con cui far andare d’accordo le diverse ideologie.
  • Quando si dice che la religione dovrebbe avere uno spazio pubblico ci si dimentica sempre di specificare quale religione. E non è un dettaglio.
  • Lo stato laico ha il dovere (non la possibilità) di legiferare etsi deus non daretur, ovvero quel principio formulato da Grozio che ha permesso di porre fine alle guerre di religione in Europa.

Quindi, tornando alla frase dell’articolo che ci ha infastidito: quale religione dovremmo far entrare nello spazio pubblico? Il cattolicesimo? L’ebraismo? Il protestantesimo? E quale forma di questo? E poi Il buddismo? L’islamismo? L’induismo? E dell’ateismo che ne facciamo? Lo consideriamo religione e, in quanto tale, gli è permesso di entrare o torniamo a posizione pre-illuministe (o meglio pre-Hollbach) secondo cui gli atei non dovevano essere tollerati?

Il neo-radical chic dirà “tutti devono trovare spazio nell’agorà” e qui siamo d’accordo. Tutti però devono lasciare le proprie religioni e i propri dogmi fuori dall’agorà, altrimenti la cosa non funziona. Perché non può funzionare uno spazio pubblico decisionale se ognuno pretende che i suoi peccati siano reati.

Quello a cui porta l’applicazione del principio di “laicità debole” l’abbiamo visto in Inghilterra. La creazione di quartieri in cui vige, di fatto, la sharia e non la legge inglese. Speriamo che nessuno voglia ripetere quell’esperienza.

Quindi, l’unica possibilità è che lo spazio pubblico sia uno spazio neutro. E con neutro non intendiamo dire ateo, ma equidistante da ogni posizione religiosa e che al suo interno si legiferi, per l’appunto, come se dio non esistesse, perché è l’unico metodo per cui le leggi siano validi per tutti. Altrimenti andremo incontro a una serie di richieste che confonderanno diritti e peccati e che non potranno mai essere accettate da tutti.

Probabilmente, anzi sicuramente, Enzo Bianchi la pensa diversamente. Ma non a caso è un priore, per quanto “evoluto.”

Chiudiamo (e speriamo di non sentirne più parlare) con il “caso” burkini. Forse il governo francese in questo caso, e sottolineiamo in questo caso, ha sbagliato facendosi prendere dall’onda emotiva in seguito all’attentato di Nizza. Non esistono motivi validi, etsi deus non daretur, perché una donna (o un uomo) non possano starsene in spiaggia vestiti, quando il viso è scoperto. Ma questo non significa che la Francia abbia abbracciato il c.d. “laicismo” al posto della laicità. Significa soltanto che ha fatto una legge sbagliata. Avrebbe fatto molto meglio, a nostro avviso, a intensificare l’assistenza sociale per le donne che desiderassero togliere il burkini nel caso in cui si ritrovassero costrette dalla famiglia a indossarlo.

Redazione
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