L’Asia Orientale è tornata al centro dei traffici commerciali globali cosa, questa, che ha consentito un sensibile miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti. Sfortunatamente non tutte le popolazioni che vivono nella regione hanno potuto beneficiare di tale progresso a causa della presenza di regimi autoritari i quali tendono a reprimere qualsiasi forma di dissenso. Ciò che accomuna Uiguri e Tibetani in Cina e Rohingya e Karen in Myanmar è una storia di oppressione.

Per lungo tempo lontana dai cuori e dai pensieri dell’Europa, l’Asia Orientale è una regione che ha riguadagnato, negli ultimi anni, il fondamentale ruolo che da sempre ha occupato nella storia dell’umanità. Il poderoso sviluppo economico-demografico cinese, arrivato a sfidare l’unica superpotenza globale, ha fatto sì che la regione tornasse al centro dei traffici commerciali mondiali, com’era prima che l’Occidente cercasse di assoggettare il dragone riducendolo quasi allo stato di colonia.

Ma in molti casi, il modello di sviluppo regionale è il frutto di un patto sociale che prevede l’esistenza di regimi fortemente autoritari. E, per loro stessa natura, oppressivi. 

Negli ultimi mesi del 2019 è salita agli onori delle cronache la vicenda degli Uiguri. Si tratta di una minoranza etnica di origine turca e di religione musulmana che abita la regione cinese dello Xinjiang.

Come abbiamo scritto in questo articolo, il governo di Pechino non vede di buon occhio gli Uiguri, principalmente a causa del perdurante tentativo di alcuni appartenenti a questa minoranza di ottenere l’indipendenza per fondare il proprio Stato.

Con la scusa della radicalizzazione dei membri della comunità Uiguri, accusati di essere diventati fondamentalisti islamici a seguito di alcuni attentati perpetrati nei confronti delle forze di sicurezza cinesi, il governo di Pechino ha applicato misure draconiane nei loro confronti.

Gli Uiguri sono stati arrestati in massa ed internati in campi di prigionia. A causa delle proteste sollevatesi ad opera della diaspora Uiguri, Pechino ha giustificato le proprie azioni affermando che si tratterebbe di campi di rieducazione, atti a combattere la diffusione delle idee radicali presso gli abitanti musulmani della regione dello Xinjiang.

Si stima che i detenuti di etnia Uiguri siano addirittura 1,1 milioni. A seguito delle rimostranze della comunità internazionale il governo cinese è stato costretto a liberare le persone detenute illegalmente, ma esse sono tuttora sottoposte ad un forte controllo da parte delle autorità di Pechino, che si servono di tutti i più moderni ed efficaci metodi di sorveglianza che la tecnologia mette oggi a disposizione.

Gli Uiguri si trovano dunque a vivere in condizioni di marginalizzazione, ed esclusione dal potere, senza contare le numerose violenze da essi subite.

[Appartenenti alla minoranza Uiguri protestano contro la polizia cinese]. Credits to AFP

Sempre la Cina è responsabile dell’oppressione del popolo del Tibet.

La questione tibetana è sicuramente particolare. Pechino reclama la sovranità territoriale sul piccolo paese in quanto, secondo il regime, esso sarebbe stato sotto la tutela della Cina per ben 800 anni, da quando la dinastia Yuan lo conquistò. Inoltre, secondo il governo cinese, nessun paese riconosceva il Tibet come stato indipendente. Non si può negare che, sebbene gli abitanti del paese parlassero la propria lingua, avessero le proprie tradizioni ed un proprio antichissimo sistema politico, il Tibet non potesse essere considerato un moderno stato-nazione, del tipo di quelli a cui siamo abituati. Nel 1912, tuttavia, il tredicesimo Dalai Lama riaffermò l’indipendenza del paese, che del resto mantenne una propria bandiera, una propria valuta, un esercito regolare ed intrattenne relazioni diplomatiche con i paesi confinanti, arrivando persino a firmare trattati internazionali. Le rivendicazioni cinesi erano dunque prive di qualunque fondamento, nonostante, come detto, il Tibet non fosse esattamente uno stato con architettura westfaliana.  

Il paese, difeso da un’esigua forza militare di 8 mila uomini, fu invaso dall’esercito della Repubblica Popolare Cinese nel 1950. Da quel momento gli abusi di Pechino si sono susseguiti senza sosta. Nel 1959 una rivolta popolare a Lhasa è stata repressa nel sangue, causando la morte di 65 mila persone e la fuga del Dalai Lama, guida spirituale del paese.

Nella quasi totale indifferenza del mondo, il Tibet ha subito una sistematica distruzione della propria cultura nazionale. Monumenti e monasteri sono stati fatti saltare in aria dalle forze di sicurezza cinesi, la pratica della religione buddhista è stata fortemente ostacolata dalle autorità, che puniscono chiunque venga trovato in possesso di una bandiera tibetana oppure di un’immagine del Dalai Lama.

Sempre in questo ambito si inscrive il rapimento, avvenuto nel 1995, da parte di Pechino, del Panchen Lama: il bambino designato dal Dalai Lama come suo successore. Il buddhismo tibetano rischia dunque di rimanere acefalo, quando l’attuale capo spirituale del Tibet non sarà più tra noi. Del giovane Panchen Lama, che oggi avrebbe 30 anni, si sono perse le tracce e soltanto sporadicamente il governo cinese ha fatto trapelare qualche notizia su di lui. Secondo alcune dichiarazioni, comunque, il giovane godrebbe di ottima salute, ma preferirebbe non essere “disturbato”.

2015. Un manifestante sostiene un cartello con ritratto Gedhun Choekyi Nyima il bambino scelto dal Dalai Lama come suo successore. Photograph: Toshifumi Kitamura/AFP/Getty Images

La Cina ha inoltre istituito i cosiddetti “nuovi villaggi socialisti” deportandovi oltre due milioni di tibetani (su una popolazione totale pari a tre milioni di persone) nel 2006. L’Ong Freedom House, nel 2017, ha posizionato il Tibet al secondo posto della graduatoria dei paesi meno liberi del mondo, subito dietro alla Siria.

Ci troviamo di fronte ad un chiaro esempio di imperialismo culturale, affiancato da situazioni di violenza ed esclusione dal potere, secondo le differenti fattispecie oppressive che abbiamo descritto qui. Si tratta però di una categorizzazione che si rifà alla concezione occidentale del potere e per la Cina andrebbe fatto un discorso a parte.

Per manifestare il proprio dissenso contro il regime comunista cinese, i monaci tibetani hanno optato per una macabra forma di protesta, forse nella speranza che il mondo non si dimentichi della tragedia nazionale che stanno vivendo: oltre 150 persone si sono tolte la vita immolandosi tra le fiamme. Le gravissime violazioni dei più elementari diritti umani ed il mancato rispetto delle libertà fondamentali del pacifico popolo tibetano perdurano da settant’anni, rendendo la persecuzione messa in atto dal governo cinese, una delle più durature della storia recente.

[Ragazzo tibetano si immola per protestare contro il governo di Pechino]. Credits to Getty Image

Eppure a livello globale esistono situazioni ancora peggiori. Nel 2017 le Nazioni Unite hanno definito i Rohingya del Myanmar come la popolazione più perseguitata al mondo. Essi stanno subendo un vero e proprio genocidio, mentre il mondo rimane inerme a guardare.

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I Rohingya sono una popolazione di origine bangladese e di religione musulmana che da secoli si è stabilita nello stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale. In questa regione del paese, i Rohingya sono la maggioranza della popolazione grazie all’immigrazione clandestina che proveniva dal Bangladesh e grazie a un tasso di natalità ben superiore a quello della popolazione buddhista locale. È proprio la loro preminenza numerica nello stato di Rakhine, oltre alla fede islamica, ad aver determinato le gravi incomprensioni e i continui episodi di violenza con gli abitanti buddhisti della regione.

Credit to: Getty Images

Sin dagli anni settanta tra questi ultimi si è infatti insinuato il sospetto, sapientemente cavalcato da politici e militari senza scrupoli di etnia bamar (l’etnia maggioritaria all’interno del paese, cui si fa solitamente riferimento utilizzando il termine “birmani” proprio in virtù di questa loro preponderanza e del controllo che hanno sulle istituzioni), che i Rohingya volessero appropriarsi dello stato di Rakhine e dunque delle loro terre.

Anche perché dal 1982 i Rohingya non sono considerati cittadini birmani, bensì clandestini bangladesi e non sono riconosciuti tra le 135 differenti etnie che compongono la società del Myanmar. Questo significa che gli sfortunati appartenenti a questa minoranza islamica non sono titolari di alcun diritto all’interno dei confini di Myanmar. Persino per raggiungere un villaggio vicino queste persone avevano bisogno del permesso di tre esponenti delle autorità locali.

[Profughi Rohingya cercano di fuggire dal Myanmar su imbarcazioni di fortuna]. Credits to Reuters

A seguito degli scontri che si sono scatenati nella regione nel 2012 200 mila Rohingya si sono rifugiati in Bangladesh (ad oggi si è raggiunta la strabiliante cifra di oltre 700 mila persone) e altre migliaia di persone hanno preferito rischiare la vita su fatiscenti imbarcazioni di fortuna dirette in Indonesia o Malesia. Oltre 140 mila membri della minoranza musulmana sono stati incarcerati in centri di detenzione controllati dalle autorità bamar. Chi è rimasto “libero” è stato costretto a vivere all’interno di ghetti etnicamente omogenei, esattamente come succedeva agli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

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In aggiunta ai Rohingya non è consentito praticare la propria fede o frequentare le scuole, l’80% degli appartenenti alla minoranza è infatti analfabeta. Uscire dai ghetti è estremamente pericoloso, ma la vita al loro interno non è da considerarsi dignitosa, nemmeno per gli standard birmani. Eppure il fatto che queste persone non abbiano lo status di rifugiati, consente al governo birmano di impedire l’arrivo di aiuti umanitari.

Ai Rohingya manca tutto. Dentro ai ghetti muoiono di fame o per le malattie, fuori vengono uccisi senza che le autorità muovano un dito per proteggerli. Nel frattempo le loro moschee, alcune risalenti al XVII secolo, vengono distrutte o lasciate in stato di totale abbandono e le loro antiche abitazioni saccheggiate. Il sospetto che contro i Rohingya sia in atto una vera e propria operazione di pulizia etnica è sempre più fondato.

Sono ormai innumerevoli le denunce di stupri, omicidi di massa e villaggi dati alle fiamme. Si parla addirittura di decapitazioni di bambini, i cui corpi vengono poi bruciati insieme a quelli delle altre vittime dell’inarrestabile violenza bamar.

[Il fumo di un villaggio Rohingya dato alle fiamme oscura il sole in Myanmar]. Credits to AP

Coloro che hanno deciso di scappare dal Myanmar via mare si sono trovati ad affrontare l’oceano su imbarcazioni di fortuna, come accade per i migranti che attraversano il Mediterraneo. Una volta arrivati a destinazione, i Rohingya hanno dovuto sopportare innumerevoli prove, spesso all’interno di giungle impenetrabili. In molti sono morti. Inoltre, il loro status di clandestini li accompagna anche nei paesi di arrivo, dove, come in Myanmar, ai Rohingya non sono riconosciuti diritti.

Sempre in Birmania vive un’altra minoranza etnica di cui poco si parla, ma che da oltre 50 anni sta lottando per la sopravvivenza. Si tratta dei Karen, un popolo che conta dai 5 ai 7 milioni di persone, i quali nel 500 a.C. si sono stabiliti sul territorio di quello che attualmente è il Myanmar. La maggioranza degli appartenenti a tale minoranza etnica è di religione buddhista, ma una parte importante dei Karen è di religione cristiana.

I problemi per il popolo dei Karen sono cominciati con il raggiungimento dell’indipendenza da parte del Myanmar. Il paese era infatti una colonia inglese ma, a partire dagli anni Quaranta del XX secolo, le popolazioni autoctone avevano iniziato a ricercare con sempre maggiore insistenza la propria autodeterminazione. Londra decise di imporre un’unica condizione per garantire l’indipendenza del paese, ovvero che il nuovo stato divenisse una sorta di unione federale che garantisse pari dignità ed autonomia a tutte le minoranze etniche.

Tutto ciò era stato codificato nell’accordo di Panglong firmato nel 1947. I britannici si ritirarono dal territorio in questione l’anno successivo. Purtroppo quanto previsto dal trattato tra le varie minoranze non fu mai rispettato ed alcuni popoli decisero di imbracciare le armi contro il governo centrale, controllato dal gruppo etnico maggioritario nel paese: i bamar.

I primi ad opporsi alle autorità birmane furono proprio i Karen, che organizzarono la resistenza armata. L’insurrezione continuò nel corso degli anni, così come continuò la repressione delle minoranze nazionali da parte del governo, che dal 1962, a seguito di un colpo di stato, si era trasformato in una sanguinaria dittatura di stampo militare. Negli anni successivi sono stati innumerevoli i tentativi di pacificare il paese tramite i negoziati tra i bamar e i rappresentanti degli altri gruppi etnici che si erano ribellati alla loro autorità. I risultati non sono stati apprezzabili, ogni volta che sembrava possibile raggiungere un accordo, il negoziato naufragava a causa delle ripetute violazioni dei cessate il fuoco. 

[Membri della Karen National Liberation Army (KNLA) sfilano alla parata per il 70° anniversario della liberazione dal dominio britannico]. Credits to Jittrapon Kaicome

Si calcola che durante questo periodo l’esercito birmano abbia distrutto 969 villaggi e creato più di 500 mila profughi. Inoltre sono ben documentati gli abusi commessi nei confronti della popolazione civile: omicidi extragiudiziali, torture, lavoro forzato, stupri, arruolamento coatto di bambini soldato ecc.

Negli anni 2000 la pressione dell’Occidente nei confronti del governo birmano si è fatta sempre più pesante determinando un restyling democratico del regime. Le sanzioni internazionali hanno spinto il governo di Rangoon a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco con i gruppi armati di etnia Karen nel 2012.

Profughi Karen riparano in Thailandia dopo aver lasciato Burma. 2010. Credit to: Free Burma Rangers/EPA

Nonostante questo abbia determinato una diminuzione nell’intensità degli scontri, sono stati registrati numerosi attacchi ingiustificati nei confronti della popolazione civile da parte dell’esercito birmano. Stando a quanto scrive Jay Milbrandt della Bethel University, non vi è alcun dubbio che le autorità bamar si stiano macchiando dunque del crimine di genocidio nei confronti del popolo Karen. Questo sulla base della definizione di genocidio che è stata codificata nelle convenzioni internazionali e dai tribunali internazionali che si sono occupati dei crimini contro l’umanità commessi durante i conflitti nella ex Jugoslavia ed in Ruanda.

In particolare si fa riferimento alla precisa volontà di commettere tale crimine (che è stata espressa dalle più alte cariche militari dell’esercito birmano), all’uccisione di membri della minoranza in questione e al deliberato tentativo di infliggere alla minoranza in questione condizioni di vita tali da distruggerla in tutto o in parte.  Il forzato abbandono delle proprie abitazioni rientra certamente in quest’ultima fattispecie criminosa. Si calcola che soltanto dal 1996 ben 3600 insediamenti di civili Karen siano stati distrutti o abbandonati.

In una situazione che è stata equiparata a quella del Darfur, 70 mila persone si sono ritrovate senza la  propria abitazione a partire dal 2002 ed alla fine del 2010 erano 446.000 i profughi di etnia Karen. Questi dati sono arrotondati per difetto, in quanto sono relativi ad un numero ridotto di province.

È considerata criminale anche la pratica dell’esercito birmano di impedire ai Karen un facile accesso al cibo, alle informazioni e agli aiuti. Politica, questa, che si protrae sin dagli anni Settanta, responsabile di danni non quantificabili.

Inoltre le autorità bamar avevano costruito quelli che chiamavano “nuovi villaggi” presso i quali venivano tradotti i contadini sospettati di appoggiare la resistenza Karen. Si trattava di insediamenti più simili a campi di detenzione, vista anche la vicinanza a strutture militari. Le ispezioni dei soldati erano all’ordine del giorno e se qualcuno mancava all’appello veniva automaticamente considerato un ribelle. In alcune zone l’esercito birmano ha persino piazzato delle mine. Il numero di persone forzatamente deportate dall’ottobre 2002 al dicembre 2011 supera le 45.000 unità.

[Bambino soldato di etnia Karen]. Credits to AFP

Durante queste deportazioni coatte molti Karen venivano deliberatamente uccisi dall’esercito birmano. Senza contare che i militari avevano il preciso ordine di sparare a chiunque si trovasse nelle No Man’s Land, cioè le zone dove si svolgevano le operazioni militari contro i Karen. Persino i bambini potevano essere bersagli. Nel 2015 un nuovo accordo per il cessate il fuoco è stato firmato tra le autorità di Rangoon ed i leader del popolo Karen. Come successo in passato, l’esercito birmano non rispetta i termini del suddetto accordo, che sembra più un tentativo di ingraziarsi la comunità internazionale. Ancora oggi gli appartenenti al popolo Karen subiscono attacchi indiscriminati, nella quasi totale indifferenza del mondo intero.

Stando alla categorizzazione della filosofa Iris Young, sia i Rohingya che i Karen subiscono diverse tipologie di oppressione. Questi gruppi etnici sono infatti fortemente marginalizzati all’interno del paese e sono esclusi da qualunque accesso al potere, che rimane saldamente nelle mani dei bamar. I Rohingya sono persino esclusi dalla cittadinanza, risultando apolidi. Inoltre entrambe le etnie subiscono la più odiosa tra le forme di oppressione, ovvero quella violenta. Le profonde cicatrici determinate da tali comportamenti oppressivi, renderanno difficile il raggiungimento di una coesistenza pacifica in un futuro anche lontano.

di Riccardo Allegri

Riccardo Allegri
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