La rivoluzione di velluto in Armenia non è una “rivoluzione colorata”

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Quando un leader viene deposto da proteste di piazza in un Paese alleato di Mosca, alcuni analisti si spingono ad etichettare l’evento come una “rivoluzione colorata”. In questo caso, però, tali rivolte sembrano avere delle motivazioni legate esclusivamente a dinamiche di politica interna e non anche un’eco anti-russa.

Le proteste che hanno riempito le strade di Yerevan durante le ultime settimane hanno costretto il primo ministro Sergh Sargsyan a rassegnare le proprie dimissioni lo scorso 23 aprile. Quando un leader viene deposto da proteste di piazza in un Paese alleato di Mosca, alcuni analisti si spingono ad etichettarla – negativamente, per via di un sottinteso intervento di poteri “occulti” ed esterni – come una “rivoluzione colorata”. In questo caso, però, tali rivolte sembrano avere delle motivazioni legate esclusivamente a dinamiche di politica interna e non anche un’eco anti-russa.


Gli stessi leader della protesta hanno evitato di instillare un significato “anti-moscovita” alla loro “rivoluzione di velluto”, come sono state definite le proteste che hanno riversato in piazza migliaia di armeni. Mosca è il principale alleato di Yerevan sin dai primi anni di indipendenza, garantendo un aiuto fondamentale sia dal punto di vista militare che economico. L’Armenia ospita, inoltre, una base russa a Gyumri e la polizia doganale russa presidia i confini dello Stato caucasico con Turchia e Iran. Yerevan è anche membro delle principali organizzazioni internazionali a guida russa, la CSTO (Collective Security Treaty Organisation), di natura militare, e l’Unione Economica Eurasiatica (UEE).

Negli anni Mosca non ha mai nascosto le proprie preoccupazioni per la diffusione di “rivoluzioni colorate” nell’area post-sovietica, ammonendo riguardo le ripercussioni negative che simili proteste “anti-russe” possono generare, ultimo esempio è il post-Maidan in Ucraina nel 2014.

Tuttavia, nessun intervento diretto o indiretto da parte della Russia è stato registrato negli eventi che hanno sconvolto negli ultimi giorni l’Armenia. Il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha, infatti, espresso la soddisfazione di Mosca per il fatto che tali proteste non abbiano avuto degli “effetti destabilizzanti”, parlando il giorno delle dimissioni di Sargsyan.

Il leader dell’opposizione, Nikol Pashinyan – che nei primi giorni di protesta è stato arrestato, per poi essere rilasciato – ha sottolineato che non prevede nessun cambio di rotta nelle relazioni fra Armenia e Russia, rimarcando la sua posizione a favore sia dalla permanenza dell’Armenia nella CSTO e nell’UEE, sia il mantenimento della base russa di Gyumri.


Negli scorsi anni, però, Pashinyan e altri leader della protesta avevano condiviso delle posizioni scettiche nei confronti di Mosca. Yelk, partito di opposizione cui appartiene lo stesso Pashinyan,  lo scorso anno ha presentato una proposta di legge, che proponeva la fuoriuscita dell’Armenia dall’Unione Economica Eurasiatica; inoltre, Pashinyan aveva manifestato le proprie perplessità riguardo l’utilità che la CSTO riveste per l’Armenia. Alcuni manifestanti avevano poi, spontaneamente, criticato il legame troppo stretto fra Sargsyan e la Russia, lasciando intendere di essere favorevoli ad un avvicinamento al blocco europeo.

Nonostante questi segnali, fa notare Foreign Policy, ritenere la “rivoluzione di velluto” armena come una protesta dai risvolti geopolitici sarebbe sbagliato. L’Armenia necessità dell’appoggio russo, in primo luogo per la gestione del “frozen conflict” in Nagorno Karabakh.

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Proprio l’Azerbaijan, che contende la gestione di tale regione all’Armenia fin dal collasso dell’Unione Sovietica, ha accolto positivamente le proteste nel Paese confinante, nella speranza di poter sfruttare la momentanea debolezza di Yerevan a proprio favore.

La leadership del Nagorno Karabakh, stato de facto autonomo, non riconosciuto a livello internazionale, aveva avvertito, già prima delle rivolte, delle attività destabilizzanti da parte azera lungo la Linea di Contatto (LdC), una previsione che appare ancora più plausibile, alla luce degli ultimi eventi.

Baku sbaglia, tuttavia, a pensare che le proteste possano portare anche ad un cambio di atteggiamento da parte di Yerevan in relazione al Nagorno Karabakh. L’opinione pubblica armena, al contrario, condivide la postura portata avanti da Sargsyan riguardo tale conflitto. Lo stesso leader dell’opposizione, Nikol Pashinyan, condivide tale posizione.

Il ministro degli esteri russo Lavrov e il suo omologo armeno Eduard Nalbandyan, inoltre, si sono incontrati lo scorso giovedì proprio per discutere le possibili ripercussioni di tali proteste sul conflitto.

di Antonio Schiavano

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