Aggiornamento 21/05/2015: 
dopo esser stato respinto nei giorni scorsi dall’esercito siriano, l’Isis è riuscito a conquistare la città di Palmyra, crocevia strategico sulla strada che dalla città orientale di Deir ez-Zur porta verso due grandi città siriane: Damasco e Homs.

Le barbarie islamiste hanno sfiorato l’antica città di Palmyra, situata nel cuore della Siria tra il Sud ancora controllato dall’esercito regolare siriano e i territori dell’autoproclamatosi Califfato. La città per il momento è salva, e vale la pena raccontare l’affascinante storia di una città che sarebbe potuta diventare capitale di un impero, ma che fallì nell’impresa.

Dopo aver distrutto i reperti mesopotamici dall’inestimabile valore conservati al museo di Mosul e raso al suolo il sito archeologico assiro di Nimrud, l’Isis è arrivata ad un passo dallo scatenare nuovamente la furia distruttrice delle ruspe, delle picozze e dei martelli, per cancellare ogni traccia della storia considerata contraria alla propria versione distorta e perversa del mondo.

L’Unesco, che dichiarò il sito di Palmyra Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 1980, ha convocato una riunione d’emergenza alle Nazioni Unite nel tentativo di salvare a tutti i costi i resti dell’antica città, che ora rischia di essere spazzata via proprio a causa di quella posizione strategica nel Medio Oriente che per millenni costituì la sua grande fortuna.

Palmyra è uno dei più affascinanti siti archeologici del nostro presente, dove il sole del deserto al tramonto si posa sugli antichi colonnati dei templi e dei grandi palazzi donando uno spettacolo unico al mondo, ma è anche il simbolo dell’attuale identità siriana, e il cuore di una delle più interessanti vicende della tarda storia antica.

L’avventura di una città ambiziosa che, pur concludendosi in un colossale fallimento, merita di essere raccontata.

La “Sposa del Deserto” era situata, fin dagli albori della civiltà, intorno a un oasi nel cuore del deserto siriano. La sua felice collocazione fece sì che già nel secondo millennio avanti cristo fosse uno snodo commerciale vitale per le prime carovane commerciali del Medio Oriente che si muovevano tra i potentati mesopotamici, il regno hittita e i domini dei faraoni egiziani.

Con l’arrivo dei greci guidati da Alessandro Magno, Palmyra beneficiò particolarmente della vivacità commerciale e culturale che contraddistinse l’epoca ellenistica, diventando uno dei più importanti centri del Regno Seleucide, succeduto ad Alessandro nei territori conquistati in Asia. Palmyra, come molte altre città in epoca ellenistica, acquisì la caratteristica di “melting pot” per la convivenza di aramaici, greci, ammoniti, arabi ed ebrei e la stessa divenne la sua principale forza da quando, nel 14 dopo cristo, la città passò in mano ai romani dando inizio così alla sua ascesa.

Con la caduta dei seleucidi e la fine del periodo ellenistico, ciò che oggi noi definiamo come “Medio Oriente” era letteralmente tagliato in due tra i romani e la dinastia persiana dei parti. Palmyra era situata a soli pochi chilometri da un confine perennemente caldo a causa delle numerose guerre tra i due imperi, e passò rapidamente dall’essere una città commerciale a una grande metropoli, base principale delle legioni romane stanziate sul confine siriano.

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Un secolo più tardi, nel 116, i romani conquistarono il Regno dei Nabatei e la loro capitale, Petra. La caduta della vicina città rivale rese Palmyra ancora più centrale nelle rotte commerciali che dal Mediterraneo raggiungevano l’India e la Cina. Era infatti dalle regioni che si affacciavano sulla sponda orientale del Mediterraneo che l’Impero traeva la propria ricchezza e, secoli più tardi, fu proprio la ricchezza dell’Oriente a salvare l’Impero romano orientale dal disastro che travolse il più povero Impero occidentale.

Dieci anni dopo l’Imperatore Adriano, grande estimatore della cultura greca, visitò Palmyra e diede inizio alla costruzione di monumentali opere pubbliche secondo lo stile ellenistico, i cui resti costituiscono il sito archeologico odierno.

Nel terzo secolo l’Impero Romano entrò in una lunga crisi dovuta all’instabilità interna causata dalla preponderanza dell’esercito e dei generali delle singole legioni e dalla crescente pressione di popoli ostili ai confini dall’altro. Nel frattempo, in oriente, i Parti vennero soppiantati da una nuova e più aggressiva dinastia, i Sassanidi, intenzionati a riportare i domini persiani agli antichi confini della dinastia Achemenide, dal Mar Egeo al fiume Indo. Nel 260 l’Imperatore Persiano Sapore I inflisse ai romani una pesantissima sconfitta ad Edessa, a cui seguì la cattura e l’uccisione dell’Imperatore Romano Valentinano (vicenda resa immortale dal famosissimo bassorilievo persiano di Nashq-em-Rostam che ritrae Sapore in trionfo usare Valentiniano come sgabello per salire a cavallo).

Per i romani la situazione in oriente era sul punto di precipitare, ma a salvarli fu proprio Palmyra il cui esercito, alla guida del Re Odenato, riuscì a sconfiggere nel 262 i persiani, ribaltando la situazione e arrivando ad assediare la capitale persiana Ctesifonte, situata nei pressi dell’attuale Baghdad. A rendere nulle le conquiste appena effettuate da Sapore I grazie all’intervento di Palmyra, Gallieno, figlio di Valeriano e nuovo Imperatore di Roma che fece di Odenato il suo “uomo” in Oriente, conferendoli persino il titolo persiano di “Re dei Re”, in contrasto con la dinastia Sassanide. Nominalmente sotto le insegne romane ma, nei fatti, sempre più Imperatore per conto proprio, Odenato condusse diverse campagne d’espansione e d’ausilio ai romani, come quella contro i Goti nell’Anatolia. Ma nel 268, all’apice del potere, Odenato venne ucciso, assieme al primogenito e erede Haidar, da una congiura interna di corte ordita dal cugino Maconio.

Giustiziato a sua volta anche il potenziale usurpatore, il potere passò da Odenato alla sua seconda moglie, Zenobia, che governò per conto del figlio Vaballato, ancora bambino.

La regina, dopo i primi anni passati a seguire la politica del defunto marito (votata a una formale sottomissione a Roma), beneficiò di una sempre maggiore autonomia e si trasformò nell’ultima delle leggendarie figure femminili acerrime nemiche di Roma. Una lista che risale agli albori della città con la mitica regina di Cartagine Didone, per passare a Cleopatra (della quale Zenobia si dichiarò erede) e a Budicca in Britannia.

A spingere Zenobia tuttavia non fu il risentimento passionale di Didone o l’ira per i torti patiti dai romani di Budicca, ma un semplice calcolo politico. La situazione in cui versava Roma al tempo sembrava essere ormai del tutto compromessa. Minacciata da due grandi invasioni di Goti ed Eruli dentro i confini imperiali e alle prese nel frattempo con un’ancora più pericolosa rivolta interna del generale romano Postumo che prese rapidamente il controllo di Gallia e Britannia proclamando un nuovo impero. In Oriente, d’altra parte, la situazione era ancora abbastanza stabile proprio grazie a Palmyra, e Zenobia pensò bene che la città potesse liberarsi del tutto da una protezione romana ormai inesistente forgiando un proprio dominio.

La regina poteva contare sull’efficiente esercito organizzato dal marito Odenato, che mischiava alla cavalleria corazzata ispirata ai persiani la fanteria pesante legionaria e le truppe leggere dei nomadi del deserto a cavallo e dei palmiriani, eccellenti tiratori che per secoli furono preziosissimi ausiliari per le legioni romane dislocate in Siria.

Nel 270 Zenobia diede inizio a un’aggressiva e trionfale campagna d’espansione a danno dei romani, arrivando, in pochi anni, a controllare un territorio che dal cuore dell’Anatolia arrivava fino in Egitto. Con l’Impero di Roma sempre più compresso tra l’Impero della Gallie e quello di Palmyra, Zenobia era sicura di poter trattare ormai alla pari col nuovo Imperatore Romano Aureliano.

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L’Impero di Zenobia al suo apogeo nel 271 Dopo Cristo

Aureliano, tuttavia, non era disposto a riconoscere l’indipendenza di Palmyra, in quanto avrebbe creato un precedente tale da scatenare le già numerose spinte autonomiste nelle provincie dell’Impero, provocandone il collasso.

La sottomissione di Palmyra costituì perciò la priorità e Aureliano nel 272 sbarcò in Asia. L’esercito di Zenobia, forte dei soli 70,000 uomini reclutati pochi anni prima da Odenato non era in grado di respingere la pressione romana dall’Anatolia e dall’Egitto appena conquistato, dove sbarcò ad Alessandria una seconda forza romana, contemporaneamente a quelle al seguito di Aureliano.

Dopo una prima vittoria sul fiume Oronte, le legioni di Aureliano si scontrarono con le forze di Palmyra al completo ad Emesa, l’attuale Homs in Siria. Aureliano sfruttò la palese superiorità della cavalleria corazzate palmirense, i clibannari, verso la corrispettiva romana, orchestrando una prima vittoria dei clibannari che li condusse tuttavia a ridosso delle fanteria pesante romana, che circondò e massacrò il cuore dell’esercito di Zenobia, che sconfitta riuscì a fuggire nella capitale, aiutata dalle incursioni dei nomadi del deserto che rallentarono l’avanzata romana.

I giochi tuttavia erano fatti e Palmyra fu presto assediata dai romani. Nonostante la strenua resistenza degli abitanti, la città cadde in tempi rapidi e Zenobia venne portata a Roma, dove dopo aver subito l’umiliazione di sfilare in catene contestualmente al trionfo di Aureliano, visse una vita tranquilla a Tivoli fino alla sua morte.

Aureliano era infatti deciso a non punire la metropoli ribelle che tanta ricchezza assicurò all’Impero, e entrò da vincitore a Palmyra senza infierire, dopo neanche un anno di campagna militare. Nel 273 tuttavia, una rivolta dei cittadini palmirensi, troppo gelosi della loro autonomia, scatenò una seconda conquista romana alla quale, questa volta, seguì un feroce saccheggio della città. Da quel momento Palmyra non si riprese più, nonostante gli sforzi di qualche tardo imperatore romano e bizantino. Conquistata secoli più tardi dagli arabi, i poderosi ruderi in marmo della gloriosa città furono perlopiù il rifugio di generali sconfitti, capi tribù locali e, in epoca contemporanea, di archeologi e avventurieri europei.

La vicenda di Palmyra ricorda un po’ quella di Giove, il grande pianeta del nostro sistema solare che fu a un passo dal diventare una stella. La città aveva tutte le credenziali per diventare il centro di un nuovo e grande Impero e la sua rapida ascesa mostrò quanto l’apparente solidità dell’equilibrio di potere tra romani e persiani in Oriente fosse, in realtà, una cortina fragile che, qualche secolo più tardi, gli arabi scardineranno con grande facilità.

Zenobia da' un ultimo sguardo alla città di Palmyra. Dipinto romantico di Herbert Schwartz

Zenobia da’ un ultimo sguardo alla città di Palmyra. Dipinto romantico di Herbert Schwartz

Zenobia si mosse troppo presto, senza trarre benefici concreti dalle terre appena conquistata, forte della convinzione di dover approfittare subito di una crisi romana che considerava irreversibile, sopravalutando la portata della rivolta dei generali romani in Gallia e della sconfitta romana subita dai persiani. L’Impero delle Gallie invece, nonostante avesse in pugno mezzo Occidente Romano, cessò di esistere un solo anno dopo la caduta di Palmyra. 

Con una politica simile a quella di Odenato, incentrata sull’ambiguità tra la fedeltà a Roma e una sempre più fattuale autonomia, Palmyra avrebbe potuto prosperare più a lungo e aspettare un momento realmente decisivo per l’affrancamento da Roma.

Storia bizzarra e affascinante quella di una città che ha sopportato pazientemente millenni di domini da parte delle diverse potenze della zona e che, alla fine, non ha saputo attendere qualche anno di più così da consolidare i suoi primi, folgoranti, successi. Una storia che non merita di esser spazzata via da parte dei nuovi barbari.

Mirko Annunziata
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