La Turchia, a seguito dell’attacco terroristico del 20 luglio, avente come obiettivo quello di colpire giovani socialisti filo-curdi riunitisi a Suruc per manifestare supporto alla popolazione curda di Kobane, (attentato che ha causato una trentina di morti e che è stato rivendicato dal Daesh), ha dovuto rompere gli indugi ed esporsi nei confronti dell’autoproclamato “califfato islamico”. Ciò nonostante la Turchia continua a vivere nell’ambiguità; jet militari hanno bombardato postazioni dell’Isis in Siria, ma allo stesso tempo il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha deciso di riaccendere la miccia della questione curda, attaccando chi fino ad ora si era più impegnato nella lotta contro il Daesh.

Caccia militari turchi hanno colpito durante le notti di sabato 25 e domenica 26 luglio diverse postazione curde del Pkk (Partito dei lavoratori curdo) in Iraq. Turchia e Pkk avevano istituito una tregua nel 2013, oggi ritenuta saltata dagli esponenti della grande minoranza etnica che vive a cavallo tra la Turchia, la Siria, l’Iran e l’Iraq. Si stima siano tra i 30 ed i 40 milioni i curdi senza stato che vivono in quest’area. Tra curdi e Turchia c’è sempre stata alta tensione: negli ultimi 30 anni ci sono stati almeno 40 mila vittime tra curdi e turchi, civili e militari.

C’è il timore tra gli analisti che questa mossa possa derivare dalla volontà di Erdogan di trovare un casus belli per isolare la forza dell’Hdp (Partito democratico popolare), partito filo-curdo entrato in parlamento con 80 deputati nelle ultime elezioni. È anche a causa del successo del partito filo-curdo che Erdogan ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni di riscrivere la Costituzione per dare una svolta presidenzialista allo stato turco. Alimentare le tensioni con i curdi potrebbe facilitare la messa al bando del partito dell’Hdp per contestabili motivazioni “terroristiche”, e compattare allo stesso tempo la destra nazionalista e neottomana, preoccupata da un’eventuale espansione dell’influenza curda nell’area. I curdi stanno infatti ottenendo importanti vittorie in Siria, come la conquista della città di Hasakah.

Sabato e domenica manifestanti curdi si sono riversati nelle strade di Istanbul per protestare contro i bombardamenti del governo turco alle postazioni del Pkk. La polizia turca ha anche arrestato domenica 590 sospettati fiancheggiatori del Daesh e simpatizzanti del Pkk, in uno strano parallelismo che trova poche motivazioni se non quelle fin qui esposte. La situazione rimane tesa anche nel sud est del paese, dove vive la maggioranza della popolazione curda in Turchia: un’autobomba è esplosa nella città di Diyarbakir uccidendo due militari turchi.

Nel frattempo la Turchia ha concesso l’uso delle basi militari sul proprio territorio alla coalizione anti-Daesh guidata dagli Stati Uniti, che ne chiedeva l’utilizzo senza successo fin dal 2014, in special modo della base di Incirlik, nel sud della Turchia. Il Washington Post giudica questa concessione un possibile “game changer” nella guerra contro il Daesh:

Turkey’s apparent pact with the White House to allow Incirlik to come into play also signals the expanding dimension of the Syrian war.

Incirlik

credits: Wall Street Journal

Domenica il governo turco richiamandosi all’Art.4 del trattato Nato – ogni Stato membro ha il diritto di richiedere una consultazione ogni volta che l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza è messa in pericolo – ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio Atlantico per martedì 28 luglio con la richiesta di discutere della situazione in Iraq e Siria. L’incontro sarebbe propedeutico per la creazione di “un’area di sicurezza” interna ai confini Siriani. Secondo indiscrezioni questa “safe zone” potrebbe raggiungere la città di Aleppo, controllata in parte dai ribelli moderati che combattono il governo di Assad e si oppongono alle forze islamiste che invece imperversano nel sud ovest del paese. La costituzione di questa “safe zone” potrebbe coinvolgere truppe militari di terra turche in territorio siriano – Ankara per ora smentisce -, con conseguenze imprevedibili. La Turchia e la Siria sono avversari storici, e il governo siriano potrebbero denunciare di esser vittima di un’invasione straniera, e richiedere l’aiuto dei propri alleati: Russia ed Iran.

siria

Situazione al 10 luglio / crediti: Gino Selva – @ginoselva

Lorenzo Carota
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