Credere che dietro ai più disparati atti terroristici vi siano attori con fondamenta ideologiche irrazionali è un grave errore di valutazione.

Nella trattazione internazionalistica più recente, il fenomeno del terrorismo internazionale ed il suo studio ha occupato uno spazio di grande rilievo. In questa sede si cercherà di trattare l’argomento tralasciando i fatti di cronaca, e ragionando sul contesto (e sui contesti) teorico, facendo riferimento a ciò che si è visto durante tutto l’arco del secondo dopoguerra.

In questo lasso di tempo infatti si è concentrato il sempre crescente divario di forza tra le potenze principali del sistema internazionale e attori, non sempre statali, che nulla potrebbero in un confronto ad armi pari. Questa situazione ha determinato un adeguamento delle strategie e delle tattiche di combattimento al nuovo scenario internazionale. Gli atti belligeranti non convenzionali hanno sostituito le guerre guerreggiate, e tra queste il terrorismo ha assunto il ruolo principe.

Dalla guerra tra Afghanistan ed Unione Sovietica, ai conflitti post bipolari tra Russia e Cecenia prima, e Stati Uniti e i cosiddetti rougue states poi, il metodo terroristico si è sempre più affermato come un efficacie strategia per bilanciare l’impari dispiegamento di potere militare.

Tenendo conto anche di tutte le situazioni di guerra civile che hanno infiammato vari stati nel corso degli ultimi decenni, dagli attentati dell’IRA a quelli meno manifestamente aggressivi dell’ETA, il metodo terroristico ha un ruolo di primo piano nella conduzione dei conflitti non solo dell’ultimo decennio, ma anche del secolo scorso. 

Marine Corps Base Camp Pendleton, California / U.S. Marine Corps photo by Pfc. Rhita Daniel

Di qui dunque la necessità di analizzare più nel dettaglio caratteristiche e vantaggi di una tipologia di aggressione, quale quella terroristica, così in grado di garantire una costante minaccia ai danni di Stati nettamente più forti dal punto di vista non solamente bellico; difatti, la minaccia terrorista trae forza anche da una serie di caratteristiche proprie che non riguardano solamente la situazione di guerra; esso può essere utilizzato, anzi, in situazioni non di conflitto, ma di pace, al fine di destabilizzare le sicurezze dell’attore minacciato.

Vi sono però alcune aspetti che rendono difficoltoso lo studio di questo fenomeno; tra questi in primo luogo la tendenza, alimentata soprattutto dal fatto che molti degli attentati terroristici dell’ultimo decennio abbiano avuto una matrice religiosa, a confondere l’applicazione del terrore coscientemente con il fanatismo irrazionale, tacciando dunque di incomprensibilità, sia nelle motivazioni sia nella perpetuazione degli scopi, l’utilizzo di tale metodo e dei soggetti che lo mettono in atto.

Questa tendenza è in larga misura erronea; il metodo terroristico non è infatti né un metodo nuovo né un metodo ad esclusiva di soggetti fanatici, ma anzi è stato in larga misura teorizzato, concettualizzato e concretamente analizzato da una vasta parte di soggetti internazionali razionali e consapevoli delle proprie azioni, primi fra tutti gli stati nazionali. Si tratta dunque di capire attraverso quali approcci teorici si possa descrivere e comprendere meglio tale pratica.

In questo lavoro si cercherà di comprendere caratteristiche e motivazioni del metodo terroristico attraverso gli assunti dell’approccio razionale.

Utilizzo del metodo terroristico e il tentativo di razionalizzazione

Se dunque si dà per assunto il fatto che il metodo terroristico non sia esclusivamente dipendente o motivato da logiche basate sull’irrazionalità, da qui è possibile trarre delle considerazioni preliminari utili a comprenderne razionalmente la logica; in primo luogo, è possibile desumere che il terrorismo come metodo agisca secondo logiche comportamentali coerenti, e in secondo luogo che tali azioni siano compiute in funzione di un obiettivo razionale. 

Si deve dunque ulteriormente supporre che le organizzazioni terroriste possano agire secondo logiche in larga misura attinenti all’approccio razionale, e cioè che tali organizzazioni non solo considerino le loro azioni razionalmente secondo un rapporto di costi/benefici, ma che le loro strategie comportamentali mutino sia in funzione delle condizioni vincolanti determinate dai limiti delle loro possibilità, dalle capacità dell’avversario con cui sono in conflitto, e dalla conoscenza dei comportamenti di tali avversari in relazione alle loro mosse e, in ultimo, ai loro obiettivi.

Ma ciononostante, inscrivere l’intero fenomeno terroristico all’interno di un approccio quale quello della scelta razionale rimane estremamente complicato; da un lato, in virtù della vastità delle molteplici forme di tale fenomeno, ognuna delle quali presenta differenti forme di azione e, soprattutto, obiettivi razionali estremamente diversi fra loro; in secondo luogo, perché l’analisi del fenomeno e del metodo terroristico non può prescindere, almeno in parte, anche da considerazioni sia culturali che, al massimo livello di riduzionismo analitico, individuali non sempre razionalizzabili.

Di conseguenza, è molto più utile concentrare l’analisi dell’utilizzo del terrorismo e la sua traduzione secondo i modelli della Rational Choice e della Game Theory in relazione ai giochi possibili fra attori terroristi e Stati obiettivo di essi (target state), piuttosto che rispetto agli obiettivi politici ultimi degli attori stessi (goals); questo perché i metodi presentano più frequentemente punti di contatto comuni mentre gli obiettivi divergono con notevole frequenza.

Dunque, il primo passo per comprendere razionalmente le modalità di comportamento del terrorismo come pratica passa necessariamente dall’analisi della pratica in sé. Tali pratiche, come è ben noto, prescindono dalle convenzionali forme di conflitto come generalmente inteso nella storia giuridico formale della guerra o, più generalmente, delle forme di conflitto tipiche della cultura occidentale sconvolte dall’esperienza storica novecentesca.

Come accennato nell’introduzione, il punto focale del metodo terroristico si fonda sul concetto di ineguaglianza tra le parti che si contendono il risultato del gioco conflittuale. La discriminante fondamentale, nelle modalità di tale gioco, è da ricercare nel concetto di minaccia in relazione al risultato razionalmente concepito. Qui risiede infatti la differenza metodica che fa del terrorismo un fenomeno sia degno di analisi particolare quanto problematico da analizzare. Il potere della minaccia, cioè di procurare sofferenza ad un soggetto terzo, come si vedrà, per consegnare un messaggio (indirettamente) all’avversario nel gioco, rappresenta il nucleo fondamentale sia del metodo, quanto del fine strategico – dunque diverso da quello politico che in questa sede si è scelto di non analizzare – del terrorismo inteso come strumento razionale della politica.

Bisogna sottolineare che, attraverso il concetto di “sofferenza latente”, vale a dire quella promessa di sofferenza da infliggere a soggetti terzi, si fa “diplomazia della violenza”, “violenza intesa a costringere il nemico invece che indebolirlo militarmente”, come scrisse Thomas Schelling.

 

[…] Infliggere sofferenze non fa guadagnare o conservare niente direttamente; può solo fare sì che gli altri si comportino in modo tale da evitarlo. […] Il potere di ferire è un potere negoziale. Sfruttarlo è diplomazia – diplomazia degradata, ma diplomazia.

 

È qui che diventa utile affidarsi alla Teoria dei Giochi per analizzare gli obiettivi politici che sorreggono le azioni terroristiche. L’elemento della minaccia è alla base del metodo terroristico. A conferma di ciò, una convincente e preliminare definizione della razionalità terroristica si trova nella definizione e del metodo e degli scopi razionali del terrorista offerta da Jeremy Waldron, secondo cui

 

Terrorism is not just simple coercion. It looks to the possibility of creating a certain psycho social condition, ψ, in a population that is radically at odds with the range of psycho-social states {Φ1, Φ2, …, Φn} that the government wants or needs or can tolerate in its subject population. The terrorist group performs various actions – explosions, killings, etc. – which tend to put the population or large sections of it into condition ψ. The terrorist group does this with the aim of giving the government a taste of what it would be like to have its subject population in condition ψ. And it threatens to continue such actions, with similar effects, until the government yields to its demands.

 

Ψ è il livello di terrore provocato, razionalmente coerente con il concetto di minaccia e quindi funzionale all’obiettivo del metodo terroristico.  In questo senso deve essere inteso, come Schelling farà notare, il senso terroristico della distruzione nucleare di Nagasaki da parte degli Stati Uniti d’America, in linea con quanto affermato nell’introduzione riguardo il metodo terroristico non solo come metodo ad appannaggio di soggetti irrazionali ma addirittura di stati nazionali democratici. Dice Schelling infatti:

 

[…] L’effetto delle bombe, così come il loro obiettivo, non era la distruzione militare che provocarono ma la sofferenza, lo shock e la promessa di infliggerne ancora.

 

L’idea stessa della minaccia in relazione all’utilità conseguita – alla base della metodologia applicata dal terrorismo – suggerisce le difficoltà di inscrivere tale metodologia in un modello razionale, ma allo stesso tempo perfettamente coerente con la logica terroristica, sottolineata dalla definizione “questo farà più male a te di quanto farà male a me”; da questa constatazione si comprendono razionalmente i livelli di “sforzo” applicato dal terrorismo più radicale per perseguire il proprio obiettivo, dove il massimo livello storicamente rilevato è rappresentato dal suicidio, in aperto contrasto con quelle correnti che vorrebbero contemplare il terrorismo come metodo irrazionale. Si tratta ora di capire nello specifico come la teoria dei giochi possa inscrivere tale logica nel proprio approccio razionale. Difficilmente nella Game Theory il metodo terroristico è inscrivibile ad un gioco in particolare: le difficoltà di tale procedimento sono già state evidenziate, e, come sottolineano alcuni studiosi di relazioni internazionali, il dibattito teorico non sempre riesce ad essere concorde univocamente riguardo l’interpretazione dei fenomeni internazionali attraverso un gioco specifico

Ciononostante, dalle considerazioni finora desunte, il gioco che maggiormente si avvicina alle logiche conflittuali coerenti con le dinamiche tra terrorista ed attore statuale è il Chicken Game. Sia le condizioni iniziali del gioco stesso sia il suo senso descrittivo confermano questa proposizione. Da un lato, tale gioco tende a negare una qualche forma di ricerca di cooperazione tra i giocatori, condizione questa chiara nella relazione tra attori terroristi e attori statuali; dall’altro lato, implicitamente entrambi i giocatori condividono le stesse risorse per coordinare le proprie mosse nel gioco; vale a dire, nel nostro caso, l’uso della violenza.

Qui il valore della minaccia ottiene la propria dignità all’interno del gioco; è la reiterazione della minaccia infatti a garantire ad un giocatore, in questo caso l’attore statuale, la serietà delle intenzione dell’avversario, il giocatore terrorista; e dunque l’accettazione, da parte dell’attore statuale, della convinzione che il giocatore terrorista – nella metafora del gioco – non devierà ma continuerà a seguire la propria strada, a prescindere dal payoff, o meglio con un’interpretazione differente del rapporto costi/benefici delle azioni rispetto all’attore statuale, e dunque fino alla morte, che nel caso del metodo terroristico non può, come detto precedentemente, essere considerata come ipotesi irrazionale.

Se dunque questa situazione, almeno inizialmente, prevederebbe una vittoria del giocatore terrorista, non deve essere sottovalutata la reazione del giocatore statuale che, empiricamente, tende a non cedere; da qui la conferma che tale gioco, giocato una sola volta, presenti tendenzialmente due equilibri di Nash attraverso i quali si può evincere che nessuno dei due giocatori possa operare diversamente da come già operano, stando alle condizioni iniziali del gioco stesso. Ma le dinamiche della relazione terrorista – attore statuale non si limitano a questa configurazione statica; difatti, nel senso stesso del concetto di minaccia è insita la perpetuazione di un’azione violenta reiterata nel tempo.

Si deve quindi ricorrere a giochi reiterati nel tempo, il migliore dei quali, nell’ottica di questo lavoro, è rappresentato dal “War of attrition Game”. In questo modello, i due giocatori, entrambi incerti dei payoff , confliggono nel tempo per una risorsa (V) costante continuando ad arrecare risorse per ottenere tale obiettivo. prolungato nel tempo, tale gioco si adatta al gioco di forze espresso dai due giocatori, dove V può essere visto come l’obiettivo strategico in palio (per esempio, la sopravvivenza), mentre il conflitto tra i giocatori, ormai indipendenti dai rispettivi payoff, si esaurisce in una sorta di escalation o, per meglio dire, a una guerra di volontà; scrivono a tal proposito Kydd e Walter

 

The most important task for any terrorist group is to persuade the enemy that the group is strong and resolute enough to inflict serious costs, so that the en-emy yields to the terrorists’d emands. The attritions trategy is designed to accomplish this task. In an attrition campaign, the greater the costs a terrorist organization is able to inflict, the more credible its threat to inflict future costs, and the more likely the target is to grant concessions

 

Il senso della posta in gioco, in questo modello, si misura quindi nella disponibilità delle parti in causa di sopportare, per l’appunto, l’attrito del conflitto, in relazione ai costi/benefici che razionalmente entrambi i contendenti sono disposti a mettere in gioco. In questo senso dunque, secondo gli autori, deve essere letta, per esempio, la ritirata statunitense dal Libano successiva agli attacchi terroristici ai marine di istanza sul territorio; in quel caso, l’attore statuale non ha ritenuto proporzionato il danno ricevuto al vantaggio della propria azione.

Conclusioni

Il problema del poter applicare o meno l’approccio razionale al fenomeno terroristico rimane in ogni caso aperto; da un lato, è vero che la teoria dei giochi può tentare di inscrivere in un modello teorico il comportamento tipico del terrorismo se visto come metodo; dall’altro lato, rimangono aperte alcune perplessità sull’effettiva capacità di tali modelli di spiegare il fenomeno stesso nella sua interezza. Come scrive Norman Schofield

 

Ciò che conferisce coerenza alla teoria della scelta razionale [è] proprio il fatto che essa costituisce un tentativo di costruire una grand theory del comportamento umano

 

Tra tutte le questioni rilevanti che lo studio delle relazioni internazionali mette in agenda, tuttavia, quella dell’analisi del terrorismo è tra le più complesse da analizzare attraverso l’approccio razionale. Ma ciò non significa, tuttavia, che tale sfida non sia meritevole di essere affrontata.

 

 di Federico Maiocchi

Federico Maiocchi
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