Le leadership femminili in Asia

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Nell’area meridionale e sudorientale dell’Asia circa quindici donne sono salite al potere nella seconda metà del XX secolo, occupando importanti cariche in paesi disomogenei fra loro dal punto di vista istituzionale, socio economico e culturale. Esistono dei fattori comuni all’affermazione di leadership femminili in contesti così disparati?

Nel secondo dopoguerra nell’area che si estende dal Pakistan al Giappone, circa quindici donne hanno raggiunto posizioni di vero potere all’interno del proprio paese: alcune sono diventate Presidente, altre Primo ministro, altre ancora hanno guidato importanti partiti politici. I casi più eclatanti sono, negli anni Sessanta, quelli di Indira Gandhi in India e di Sirimavo Bandaranaike in Sri Lanka, mentre nei due decenni successivi quello di Aung San Suu Kyi in Myanmar, Gloria Macapagal Arroyo nelle Filippine e Chandrika Kumaratunga nello Sri Lanka.

Negli stessi anni, in Occidente, pochissime donne ricoprirono ruoli di potere in politica, nonostante le condizioni favorevoli di apertura ed emancipazione: Golda Meir in Israele e Margaret Thatcher in Gran Bretagna negli anni Settanta.

Margaret Thatcher incontra Golda Meir durante la sua visita in Israele 1976 Credits to: IPPA

Ma perché le leadership femminili si sono affermate proprio nel continente asiatico?

“È legittimo interrogarsi sulle ragioni di quest’affermazione e se vi siano effettivamente elementi comuni tra percorsi personali e politici maturati in paesi senz’altro diversi per sviluppo economico e sociale, dotati di istituzioni non comparabili, caratterizzati da culture, lingue, religioni differenti. Leadership femminili si sono affermate soprattutto nell’ambito di democrazie parlamentari, ma non mancano esempi connessi a sistemi paternalistici e autoritari e anche, come nel caso birmano e in Indonesia, a regimi militari: spesso sono state proprio le donne a impersonare la lotta per la libertà e la democrazia.

Questa eterogeneità si conferma anche in ambito religioso poiché leader di sesso femminile sono ascese al vertice in paesi di cultura induista, come l’India, in area buddhista (Sri Lanka e Myanmar) e nelle cattoliche Filippine; anche il mondo islamico condivide questa tendenza e può anzi essere interessante notare come leadership femminili siano presenti in tutti i paesi musulmani dell’Asia meridionale e sudorientale – Pakistan, Bangladesh, Malaysia e Indonesia – con la sola eccezione del sultanato del Brunei”. (Francesco Montessoro, Di padre in figlia. Leadership femminili in Asia, in “Rivista di politica”, n. 3, 2015, pp. 27-42)

Dalla ricerca effettuata dal professor Francesco Montessoro, docente di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università degli Studi di Milano, a consentire l’ascesa femminile a posizione di leadership sono i vincoli familiari che consentono l’accesso diretto alla sfera politica. Tutte le leadership femminili sono caratterizzate da solidi legami familiari: le donne al potere sono figlie, mogli o vedove di uomini che hanno segnato la storia del paese natale. Perciò l’affermazione delle donne in Asia è di fatto connessa a delle vere e proprie dinastie basate sul potere tramandato di padre in figlia oppure acquisito dalla consorte.

I vincoli dinastici permettono l’affermarsi di leadership di genere in Asia

Dato che l’affermazione politica femminile viene permessa dai legami familiari, vengono a crearsi dei vincoli inossidabili che rendono ereditaria la trasmissione del potere. La politica diviene affare di famiglia e il carattere ereditario della successione al potere impone ai leader nazionali la scelta del proprio erede all’interno di una ristretta cerchia che va a coincidere con la propria élite al potere, dando vita ad una dinastia politica.

Utilizzando le parole di Montessoro :

per “dinastia” si intende la possibilità da parte dei membri di una élite di trasmettere il potere politico sulla base della consanguineità o dell’affinità, a prescindere dal carattere autocratico o democratico del sistema.

L’esempio di Indira Gandhi è precipuo: primo Primo Ministro donna indiano dal 1966 al 1977 e dal 1980 al 1984, Indira Gandhi fu favorita in campo politico grazie ad un prezioso background familiare. Fu l’unica figlia di Jawaharlal Nehru (Primo Ministro dell’India dal 1947 al 1964) e fu sposa di Feroze Gandhi. Inoltre uno dei suoi due figli, Rajiv Gandhi, divenne suo successore al potere portando avanti la tradizione politica di famiglia.

Indira Gandhi, Primo Ministro indiano al circolo nazionale della stampa a Washington D.C., nel marzo del 1966. Credits to: Biblioteca del Congresso

Logiche simili possono essere rintracciate anche nel caso di Gloria Macapagal Arroyo, figlia del nono Presidente filippino Diosdato Macapagal; questo legame familiare le ha permesso di ricoprire la carica di Presidente dal 2001 al 2010.

Invece, Sirimavo Bandaranaike e Chandrika Kumaratunga sono rispettivamente madre e figlia di Solomon Bandaranaike, il quale non solo ricopriva la carica di Primo Ministro in Sri Lanka, ma era anche leader del partito al potere: il Freedom Party, cariche che ricoprì entrambe per tre volte. Chandrika Kumaratunga, invece, ricoprì lo stesso ruolo nel 1994 e divenne Presidente dal 1994 al 2005.

Sirimavo R.D. Bandaranaike, 1960.
Credits to: Keystone/FPG

Escluse da questo tipo di meccanismo sono le dinastie legalmente costituite, espresse da un sistema monarchico come le monarchie parlamentari di Giappone e Malesia, e le dinastie maschili, come l’esempio della Nord Corea di Kim Jong-un.

È evidente che l’entrata femminile in politica spesso non corrisponda alla realizzazione di aspirazioni individuali o d’ideali, quanto più a mosse strategiche per conseguire degli interessi politici oppure per garantire la continuità storica di un determinato gruppo sociale.

Ciononostante la preminenza femminile di un ruolo politico non sempre si è riscontrata attraverso un’autentica presa di potere sullo Stato, ma attraverso diverse modalità; il caso di Aung San Suu Kyi ne è un esempio. Pur avendo la strada spianata essendo figlia del generale e politico Aung San, Aung San Suu Kyi decise di non seguire le orme del padre; si limitò a incarnare la voce dell’opposizione senza aspirare a ricoprire posizioni di governo, nonostante anche la madre Khin Kyi fosse una delle figure politiche di maggior rilievo dopo la morte del marito.

Suu Kyi al centro della foto con i genitori e i fratelli. Credits to: AP

I lasciapassare per l’ascesa femminile al potere

Oltre ai legami familiari esistono altri elementi che accomunano le storie di tutte queste donne. L’appartenenza a un elevato status sociale ed economico oltre a un eccellente background scolastico e universitario sono aspetti che testimoniano la distanza di queste donne dal resto della popolazione. Il fatto di non aver mai acquisito alcuna competenza ed esperienza in ambito amministrativo e politico determina invece una sorta di casualità nella loro selezione.

Difatti spesso il loro ingresso nel mondo dei leader è dovuto alla coincidenza, a fatti inaspettati come ad esempio la rinuncia all’impegno politico da parte dei primogeniti maschi oppure l’improvvisa scomparsa del leader al potere. In questi casi queste donne incarnano la soluzione perfetta per colmare il vuoto di potere creatosi, essendo le uniche rimaste da coinvolgere in assenza di competizione per la leadership. Inoltre, l’inesperienza delle protagoniste viene parzialmente colmata dall’aura materna che evocano, rafforzando l’istinto di lealtà e fiducia verso l’immagine del leader.

La figura femminile evita al contrario di un erede maschio, di essere paragonata al predecessore e assicura continuità circa la missione ereditata, consolidando la sua immagine e accrescendo il favore popolare verso la sua persona e il partito di riferimento. In questo senso sono esemplari i casi di Megawati e Suu Kyi, le eredi dei leader Sukarno e Aung San, il cui operato è sempre stato considerato il riflesso del carisma dei loro padri.

Il neoeletto e primo presidente indonesiano (1945-66) Achmed Sukarno (1902-70) ritratto nella sua casa con la famiglia: moglie e due figli, il maschio Guntur e la femmina Megawati.

L’affermazione di leadership femminili in asia è favorita anche da fattori esterni al nucleo familiare, come l’ordine politico e culturale del paese.

In tutti i casi sembra rilevante il processo di consolidamento della democrazia tipico dell’Asia meridionale e sudorientale nella seconda metà del ‘900, quando nascono istituti di tipo democratico-parlamentare all’insegna dell’affermazione dei grandi partiti di massa”

Ciononostante, non si tratta di casi di emancipazione femminile, in quanto:

“in questi paesi le donne hanno un ruolo sostanzialmente marginale, soprattutto in ciò che concerne la sfera pubblica. Le leadership femminili, infatti, si sono affermate in aree caratterizzate da culture patriarcali, da misoginia, da disuguaglianza di genere e da una tendenziale ostilità verso la partecipazione delle donne alla vita sociale moderna.”

Con queste premesse è inevitabile notare la volontà iniziale di escludere a priori le figure femminili dalle posizioni apicali. Ma il fattore decisivo che sembra permettere l’ascesa al potere di una donna viene identificato nell’improvvisa scomparsa del leader carismatico. Con sole tre eccezioni (Indira Gandhi, Gloria Macapagal Arroyo e Chandrika Kumaratunga), tutte le donne giungono al potere attraverso la dipartita di un leader politico di rilievo, molto spesso imparentato con la famiglia d’appartenenza. Anche in questo caso, il legame familiare ritorna a essere fondamentale, dato che l’ingresso femminile in politica viene contraddistinto dal ruolo di “vittima” che la donna in questione si trova a ricoprire.

Difatti l’ascesa al potere è dovuta a un evento traumatico: Sirimavo Bandaranaike prende le redini del Freedom Party e della leadership solo dopo l’assassinio cruento nel 1959 del marito Solomon Bandaranaike, esponente principale del partito e del governo. Invece Indira Gandhi incarna un caso esemplare: nel 1966 ricopre la carica di Primo Ministro, succedendo al padre Jawaharlal Nehru deceduto nel 1964, mentre il suo assassinio nel 1984 porterà al potere prima il figlio Rajiv e, dopo la violenta morte di quest’ultimo, la nuora Sonia.

Tutte queste figure sono giunte al potere nonostante le diversità religiose dei paesi d’origine. Sorprendentemente le donne hanno prevalso non solo nei paesi musulmani delle macro regioni dell’Asia meridionale e del Sudest asiatico (come per esempio Megawati Sukarnoputri in Indonesia), ma anche in paesi induisti (Indira Gandhi in India), buddhisti (Sirimavo Bandaranaike e Chandrika Kumaratunga in Sri Lanka e Aung San Suu Kyi in Myanmar) e cattolici (Gloria Macapagal Arroyo nelle Filippine).

Di Federica Vanzulli

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