Tra le sezioni del nostro magazine online abbiamo deciso d’inserirne una definita “Risorse della potenza”.

Questo concetto, nei fatti, motiva la nascita degli Stati, la competizione che s’instaura tra loro e, talvolta, la loro scomparsa, causata magari proprio dal tentativo di accaparrarsi quante più risorse della potenza possibili.

L’idea che gli Stati (o le altre organizzazioni di potere aggregato succedutesi nella storia) agiscano e competano per soddisfare i propri bisogni alla stregua degli esseri umani è vecchia quanto la teoria politica. Oggi, la dottrina delle Relazioni Internazionali tende a distinguere il potere in “hard“ e “soft“, proprio sulla falsariga dei bisogni primari e secondari degli uomini.

Il primo è considerato vitale per il mantenimento del potere di uno Stato che esercita la sua sovranità su un determinato territorio e sui suoi abitanti: esercito, demografia, risorse materiali; strumenti necessari a garantire stabilità interna e protezione da minacce esterne. Ciò di cui l’uomo ha bisogno per restare in vita: procacciarsi il cibo, assicurarsi un riparo, ecc.

Il secondo è perseguito dagli Stati in quanto portatore di vantaggi quali il prestigio internazionale assicurato da opere benefiche, il turismo, il potere attrattivo esercitato sugli intellettuali stranieri; in pratica tutto ciò che migliora la vita dell’uomo, già assicurata dal soddisfacimento dei bisogni primari.

Ogni disputa storica inerente la politica internazionale ha riguardato queste due diverse definizioni di “potere”. Ma non tutto è facilmente categorizzabile. La capacità di attrarre capitali, ad esempio, va considerato “soft” o “hard” power? Per la scuola realista è evidente la centralità dell’hard power, spesso considerato come la sola, unica, fonte di potere.

Eppure, la sola dicotomia tra hard power e soft power non definisce ancora il concetto di “risorse della potenza”. Possedere “potere” non significa saperlo esercitare. Può capitare che uno Stato che abbia a disposizione numerose fonti di potere – “hard” e “soft“ – non riesca a soddisfare ogni sua necessità o ambizione.

Prendiamo la risorsa dell’“hard power” per eccellenza: il potere militare. Si tratta di una risorsa che di per sé, a livello teorico, dovrebbe assicurare molteplici vantaggi, (forza economica, impulso alla ricerca scientifica, prestigio globale, proiezione geografica, ecc.) e la cui funzione nella politica internazionale, è garantire la sopravvivenza di uno Stato, in un ambiente definito anarchico dove, di conseguenza, il bisogno di sicurezza è considerato la necessità primaria.

Ebbene, la storia ha smentito più volte l’idea che un esercito potente e temuto sia sufficiente a garantire la sopravvivenza di uno Stato. Certo, ciò potrebbe essere dovuto a un cattivo uso della risorsa, ma si prendano ad esempio due casi celeberrimi di crolli clamorosi di una grande potenza: l’Impero Romano d’Occidente e l’Unione Sovietica. Entrambe le super-potenze possedevano eserciti tali da assicurare che nessun’altra entità fosse in grado d’abbatterli; entrambi, a conti fatti, non persero mai in maniera decisiva una guerra (al contrario della credenza comune, le legioni romane del tardo Impero erano comunque in grado di respingere le orde barbariche con la stessa efficienza di quelle augustee, almeno sotto il profilo prettamente militare).

Questi giganti crollarono in un arco temporale relativamente rapido, lasciando sgomenti i commentatori della loro epoca. Il crollo dell’Unione Sovietica, tra le altre cose, invalidò la teoria secondo la quale la preponderanza militare (unita- mente a quella economica) fosse sufficiente ad assicurare stabilità e influenza all’interno del sistema internazionale. Chi fu il loro formidabile assassino? Tra i congiurati della loro dipartita troviamo proprio il fattore che, a detta della dicotomia hard/soft power, avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza: l’esercito. L’ossessione riguardo la potenza della propria macchina bellica mise in profonda crisi la struttura economica e sociale sia dell’Impero Romano, che dell’Urss, portandoli al collasso, a seguito di una lunga cancrena dissipatrice di risorse.

In altre parole, la ricerca spasmodica di potere “quantitativo”, misurabile dalla forza dei propri eserciti, ha portato queste potenze a perdere la loro forza “qualitativa”, fino a farle scomparire dalla storia. Paul Kennedy (importante politologo americano) in riferimento a questo fenomeno parla di imperial overstreching. Quest’idea suggerisce che un impero tenderà sempre a espandersi e aumentare la sua influenza, ma questa espansione, arrivata a un certo punto, sarà più onerosa che vantaggiosa, e le capacità di mantenere (o aumentare) i propri impegni militari ed economici porterà al collasso dell’intera macchina.

Per misurare il potere non è sufficiente osservare una serie di parametri (esercito, popolazione, posizione strategica e via discorrendo) a cui si attribuisce un valore, nella speranza di trovare la formula alchemica per assicurare vita eterna agli Stati.

Questo perché le risorse di uno Stato esistono se anche altri Stati si dimostrano interessati al possesso delle stesse. Nella politica internazionale una risorsa diventa tale e assume un certo peso in base alla reazione e ai comportamenti che gli Stati assumono riguardo la sua esistenza.

Non si tratta solo del cambiamento della rilevanza di una certa risorsa per via del mutamento tecnologico, come ad esempio è stato per i giacimenti petroliferi – nel medioevo considerati come beni esotici, ma dal valore limitato, e diventati poi vitali alla fine del XIX Secolo con l’invenzione del motore a scoppio e dei materiali plastici.

Risorse che sono sempre state considerate importanti possono veder oscillare il loro valore relativo sullo scacchiere globale. Essere per esempio un grande produttore di derrate agricole resta di certo una condizione desiderabile tutt’oggi, ma nel passato ciò era addirittura la conditio sine qua non per dare vita a civiltà e imperi.

Le risorse della potenza non rappresentano quindi l’elemento tangibile percettibile (poco importa infatti che si tratti di risorse materiali o immateriali) del potere, ma la sua proiezione, dato che la sua esistenza provoca di riflesso, le reazioni dei suoi competitori. Una risorsa accettata come tale da pochi Stati avrà un peso più limitato rispetto a una riconosciuta dai più come imprescindibile. Per tale ragione è quasi toccante l’ingenuità dimostrata dall’Unione Europea, che crede di poter aspirare al ruolo di nuova superpotenza grazie al suo solo peso “civile” (assicurato dalla promozione dei diritti umani e della democrazia) in un mondo dove la democrazia non è universalmente riconosciuta come una risorsa.

La storia contemporanea ha dimostrato, attraverso il crollo dell’Unione Sovietica, come l’eventualità di distruggere il Mondo per mezzo delle armi non garantisca neanche la possibilità di sopravviverci.

Secondo la scuola realista delle Relazioni Internazionali il possesso di una gran quantità di risorse genera di per sé potere e influenza.

La potenza però non deriva dal possedere qualcosa in particolare, non si tratta di un avere quanto piuttosto di un fare, possibilmente senza nemmeno ricorrere alla forza militare. La potenza si sostanzia nella competizione tra Stati ed è definita come la capacità d’agire sugli altri, secondo modalità differenti.

Facciamo un esempio pratico. Il governo pakistano è preoccupato dalla gigantesca produzione cinematografica della vicina e ostile India, al punto da intervenire per limitarne la diffusione in patria. I timori (o le paranoie) derivano dalla possibilità che i giovani pakistani, crescendo a pane e film di Bollywood, possano sentirsi sensibili al richiamo culturale indiano, provocando un ascendente dell’India sul Pakistan tale che con ogni probabilità neanche una deliberata invasione indiana del suolo pakistano sarebbe in grado d’esercitare.

Per noi di Zeppelin, ogni avvenimento che accade nel Mondo, grande o piccolo che sia, ha in qualche modo a che fare con ciò che consideriamo risorse della potenza. Non bisogna solo immaginarle come qualcosa di quantificabile, stabile, da accumulare e stipare in forti ben sorvegliati, come i lingotti d’oro di Fort Knox. La nostra è una riflessione su quanto in realtà il potere, e le risorse da cui lo stesso deriva, siano gli elementi più dinamici e sfuggenti esistenti.

Che sia la scoperta di una nuova fonte energetica, la stipula di alleanze, un conflitto tra potenze minori, movimenti migratori, l’organizzazione di un evento internazionale o una guerra civile, è importante tener a mente come il potere agisca come leva, pretenda risorse, ma ne regali altre. Le risorse sono volatili, fluiscono rapidamente in un mondo caratterizzato da un intenso grado di interconnessione, e generano caos e anarchia.

Bisogna immaginare le risorse come sottilissimi fili che gli Stati cercano più o meno inconsapevolmente di gestire, nella speranza di poter muovere gli altri Stati a proprio piacere senza a propria volta esser guidati dalla mano altrui: un’eterna lotta tra burattini intenti ad agire come burattinai.

Mirko Annunziata e Eliza Ungaro
Redazione
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