Sesta uscita della nostra rubrica sulla teoria politica alla base delle relazioni internazionali, scritta in pillole di rapida consultazione.

Per poter capire il mondo della politica internazionale, i suoi soggetti principali e le sue dinamiche, risulta necessario prendere confidenza con cinque concetti ben precisi: 1) lo Stato di Natura, 2) il concetto di “Politico”, 3) l’Anarchia internazionale, 4) l’ordine e l’equilibrio internazionale, 5) l’equilibrio di potenza. Qui parleremo ancora dell’equilibrio di potenza: come si comportano gli Stati? Realpolitik e Ragione di Stato.

Leviatano

L’EQUILIBRIO DI POTENZA – parte 2

Se si vuole trovare una teoria abbastanza esaustiva, o che comunque sia in grado di fornire delle linee guida per i comportamenti degli stati a livello generico, comportamenti quindi slegati ad una casistica particolare, ci viene incontro la realpolitik. Secondo Waltz la realpolitik è caratterizzata da alcuni elementi:

  • l’interesse dei governanti e dello stato rappresentano la fonte dell’azione politica;
  • Le necessità della politica derivano dalla concorrenza senza regole fra gli stati;
  • Il calcolo basato su tali necessità è in grado d’individuare le politiche che meglio servono gli interessi di uno stato;
  • Il successo è la prova ultima della validità della politica e il successo è determinato dalla conservazione e dal rafforzamento dello stato;
  • Interesse e necessità possono essere chiamate, con un’unica parola, Ragion di Stato e sono i concetti base della realpolitik.

Ora, per costruire una teoria dell’equilibrio si deve partire da due assunti “waltziani”: che gli stati siano attori unitari che cercano come obiettivo minimo la propria conservazione, e come massimo il dominio universale. L’equilibrio è dunque una conseguenza spontanea derivante dalle condizioni proprie del sistema internazionale perché, dal momento in cui non si possono avere uno o più stati che rinuncino alla propria conservazione, si verranno a creare degli equilibri (o squilibri) di forza. La teoria spiega perché ci si attenda, da stati posizionati nel sistema in modo simile, una certa similarità di comportamento.

Scrive Waltz,

«sebbene la teoria dell’equilibrio fornisca qualche predizione (di quelle che saranno le azioni e le conseguenze di tali azioni degli stati), tali predizioni sono indeterminate. (…) La teoria, inoltre, non crea l’aspettativa che l’emulazione fra gli stati proseguirà sino al punto in cui i concorrenti diverranno identici[1]».

In merito, va precisato come le politiche attuate dagli stati varino a seconda delle condizioni interne a ogni singolo attore statuale poiché queste possono influire anche sulla politica estera. La teoria dunque spinge a prevedere un comportamento degli stati in grado di produrre equilibri, ma la formazione di equilibri non costituisce un modello universale di comportamento internazionale degli attori statali. Il fatto che gli stati si controbilancino a vicenda oppure ricerchino la cooperazione, dipende dalla struttura del sistema.

Tuttavia si ritiene che uno stato miri a rendere tutto il sistema conforme alla sua volontà, in quanto questo gli garantirebbe la sicurezza massima. Il punto da far emergere dunque è che il sistema tenderà sempre all’equilibrio, perché tutti competono per l’unico obiettivo: poter estendere al massimo il proprio potere al fine di omologare il sistema internazionale a sé stessi. Più è grande il potere che si ha, maggiore sarà la certezza di espandersi e omologare il sistema e, per logica conseguenza, maggiore sarà anche la sicurezza dalle minacce. Ciò porterà gli altri stati a reagire e a schierarsi contro il potenziale egemone perché si vedranno minacciati. Il ragionamento di fondo è sempre quello di allearsi con la speranza che in seguito sia io ad avere la possibilità di divenire il futuro egemone e dunque sceglierò da che parte stare in base al peso e al pericolo reale della minaccia[2] e questa è una conseguenza o un altro modo di leggere quanto affermato da Waltz in merito all’allearsi per aumentare il proprio peso politico nell’alleanza.

Quanto emerge dall’analisi del sistema, a prescindere da quale interpretazione dell’equilibrio si dia, è che esiste, e sempre esisterà, una forte tendenza sistemica verso l’equilibrio – che non verrà mai raggiunto stabilmente – e che questa tendenza si manifesta nel momento in cui un attore del sistema prova a spezzarne l’equilibrio al fine di creare un’egemonia maggiore ove non si debbano più impiegare risorse per evitare di essere sconfitti da un altro potenziale egemone.

[1] K.N. WALTZ, Ibid. p. 235-237.
[2] Se A punta all’egemonia è > di B+C+D potenziali egemoni ma è > di poco o = a X, X si alleerà con A per poi ottenere così:1) o una divisione del sistema solo con A e non più anche con gli sconfitti B, C, D, 2) o un confronto diretto con A con B+C+D per sconfiggerlo e avere il sistema solo per sé. Se invece X < di A e A > B+C+D ma A < B+C+D+X allora X si alleerà contro A per potersi giocare poi con B, C, D l’egemonia in futuro senza un avversario in più.
Di Giorgio Croci
Redazione
Leave a reply

Lascia un commento