Mentre in Europa siamo tutti appesi alle notizie che arrivano dalla Grecia, dove mai come ora aleggia incertezza e preoccupazione sulle prossime scelte dei creditori e del Governo Tsipras, dall’altra parte del mondo arrivano segnali preoccupanti per quel che riguarda il sistema finanziario cinese: nelle ultime tre settimane le Borse di Shanghai e Shenzhen hanno perso rispettivamente il 28,6% e il 33,2% bruciando una capitalizzazione di circa 2800 miliardi di dollari. Il Governo cinese sta correndo ai ripari, stanziando attraverso società di brokeraggio l’equivalente di 19 miliardi di dollari per evitare altri crolli verticali nel sistema finanziario, che si vanno ad aggiungere ai 40 miliardi già messi a disposizione dalla Banca Centrale cinese.

Secondo Foreign Policy, l’intersecarsi della crisi ellenica – con i rischi di default e di un’uscita disordinata dall’eurozona – unitamente all’incapacità di Pechino di arginare gli effetti globali del crollo azionario sulle piazze cinesi, potrebbero scatenare il “worst-case scenario” per l’economia globale, che in alcuni settori sta ancora pagando il crollo del 2007.

Scrive FP,

The global implications will be equally bad. Many financial institutions have undoubtedly bet against the Chinese markets, but those that held onto Chinese securities will be forced to pull back the riskier assets in their portfolios. Any contagion of Greece’s problems in other less-creditworthy countries will be magnified. Meanwhile, Chinese investors will have to sell their holdings abroad to cover their margins and losses at home. Major markets will drop, except for the beneficiaries of the usual flight to safety.

Ciò che rende pericolosa questa situazione, oltre alla sincronicità degli eventi, è l’alto tasso di incertezza e di rischio che rende complicato fare previsioni per il breve periodo. Un’eventuale rallentamento degli investimenti cinesi avrebbe (tra le altre cose) l’immediato effetto di indebolire la ripresa economica europea, oltre che aumentare la volatilità dei mercati finanziari internazionali e danneggiare fiscalmente alcuni paesi in via di sviluppo che basano parte delle loro entrate sulle esportazioni in Cina.

Le crisi fiscali e valutarie potrebbero destabilizzare ulteriormente regioni già alle prese con conflitti transfrontalieri, rendendo più complicato, ad esempio, fronteggiare il terrorismo, che nella povertà e nella miseria ha il proprio brodo di coltura. Anche gli Stati Uniti non possono considerarsi del tutto al sicuro: in gioco ci sarebbero milioni di posti di lavoro. Sebbene l’economia Usa potrebbe riassorbire le perdite in qualche anno – grazie alla predominanza che il dollaro manterrà ancora a lungo sulle altre valute – gli effetti globali provocati da un’altra recessione statunitense condannerebbero molti piccoli paesi ad una lunga condizione di precarietà economica.

Conclude FP,

These events are not independent; each one makes the other more likely. Still, the overall chance of this not-quite-the-worst-case scenario happening soon may be fairly small. But the scenario is so bad that it’s a risk worth taking seriously.

Lorenzo Carota
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