Lo spreco alimentare contribuisce al cambiamento climatico

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Nel mondo, ogni anno vengono sprecati o dispersi approssimativamente 1,3 miliardi di tonnellate di generi alimentari, corrispondenti a un valore tra il 30 e il 40% di tutto il cibo prodotto. Che effetti ci sono sull’ambiente?


L’analisi dei dati  relativi allo spreco di cibo a livello globale restituisce un quadro quantomeno allarmante del problema. Nel mondo, infatti, ogni anno vengono sprecati o dispersi approssimativamente 1,3 miliardi di tonnellate di generi alimentari, corrispondenti a un valore tra il 30 e il 40% di tutto il cibo prodotto.

Ciò genera gravi conseguenze non solo a livello sociale e umanitario (con il cibo sprecato si potrebbe sfamare la fetta di popolazione mondiale che vive in condizioni di malnutrizione), ma anche a livello climatico ed economico. Il valore dei prodotti alimentari che vengono dispersi o sprecati annualmente, infatti, si aggira attorno al triliardo di dollari a livello mondiale, distribuiti tra i Paesi industrializzati – circa 680 miliardi – e quelli in via di sviluppo – circa 310 miliardi –.

Le perdite e gli sprechi avvengono lungo tutta la catena produttiva, a partire dalla produzione agricola e la raccolta, passando per le fasi di stoccaggio, trasporto, lavorazione, distribuzione e infine quella del consumo finale. Molte di queste perdite sono fisiologiche per un sistema produttivo come quello in cui viviamo.

Le fasi dove lo spreco avviene in maggior misura, a livello generale, sono la prima e l’ultima, ossia quella della produzione (molti prodotti agricoli vengono infatti subito scartati poiché non adatti alla vendita) e quella del consumo finale, quando il cibo viene gettato dai consumatori dopo l’acquisto. Si può tuttavia osservare come vi sia una notevole differenza, in questi termini, tra i Paesi a reddito medio – alto e quelli a reddito basso. Nei primi, infatti, una parte rilevante dei generi alimentari viene sprecata durante la fase del consumo finale, mentre nei secondi diventa più rilevante il danno prodotto durante le fasi che vanno dalla raccolta al trattamento subito successivo.

Tonnellate  di verdura coltivata, raccolta e poi buttata.
Uno studio rivela che tra il 30% e il 40% del cibo prodotto nel mondo non arriva ad essere mangiato. Credit to: Alistair Scot/Alamy

Non c’è dubbio che lo spreco di prodotti alimentari sia un problema in sé, vista anche la crescita della popolazione mondiale e la scarsità di risorse a cui andiamo incontro. Ma c’è di più: questo fenomeno innesca pericolose conseguenze a catena, ad esempio sul clima.

Il rapporto tra spreco di cibo e cambiamento climatico sembra distante, ma così non è: è stato infatti stimato che le risorse energetiche impiegate lungo tutta la catena produttiva del cibo che viene poi disperso o sprecato generano circa 3.3 miliardi di metri cubi di Co2.

In pratica, se stessimo parlando delle emissioni prodotte da uno Stato, lo spreco di cibo si collocherebbe al terzo posto dopo soltanto gli USA e la Cina, con emissioni superiori a quelle prodotte da paesi come India, Brasile, Russia e Giappone.

Non solo: lo spreco di cibo contribuisce al surriscaldamento climatico quasi quanto tutti i trasporti su strada a livello globale (per l’esattezza, l’87%) e, in generale, costituisce l’8% di tutte le emissioni di gas serra generate dall’uomo.

L’impatto in termini di emissioni di un prodotto alimentare è equivalente all’ammontare dei gas serra prodotti lungo tutto il corso del suo ciclo di vita, partendo dalla fase della produzione fino a quella del consumo finale. L’impatto ambientale di un prodotto, dunque, varia a seconda della natura di quest’ultimo e dell’intensità degli interventi di cui necessita (i cereali e la carne, ad esempio, impattano di più sulle emissioni rispetto alla frutta o alla verdura).

Soprattutto, il contributo dello spreco di cibo alle emissioni è diverso a seconda di dove, all’interno della catena produttiva, avviene lo spreco stesso. Un pomodoro gettato nella fase della raccolta impatta meno rispetto a uno eliminato dal consumatore finale, dopo essere stato trasportato e lavorato. Di conseguenza, sebbene non vi sia molta discrepanza tra la quantità di prodotti alimentari dispersi o sprecati nei Paesi industrializzati e nei Paesi in via di sviluppo (rispettivamente 670 e 630 milioni di tonnellate circa), nei primi l’impatto ambientale dello spreco è molto più alto, poiché questo avviene in larga misura nella fase del consumo finale. Al contrario, negli Stati in via di sviluppo il cibo viene maggiormente disperso nelle fasi iniziali di raccolta e stoccaggio, per vie delle tecnologie e delle infrastrutture meno avanzate a disposizione.

La scarsità di risorse idriche ed alimentari, nelle aree del mondo dove tale fenomeno è più acuto, è spesso tra le concause di migrazioni, conflitti ed episodi di violenza, per via del forte effetto motivazionale che la mancanza di cibo riversa sui reclami economici e sociali degli individui, generando una situazione in cui i costi di partecipare ad un conflitto sono meno rilevanti dei benefici.

Leggi anche: Food insecurity e conflitti

Tali aree, tuttavia, sono in buona parte le medesime aree del mondo dove i cambiamenti climatici provocano, e ancor di più provocheranno in futuro, le crisi più acute e le conseguenze più gravi per le condizioni di vita della popolazione.

Il surriscaldamento del clima non solo acuisce numerose situazioni di crisi umanitarie preesistenti (incidendo direttamente, per esempio, sulla disponibilità di risorse idriche e di terreni coltivabili), ma diventa anche un acceleratore dei fattori che influiscono sulla povertà e sui conflitti. Ciò avviene soprattutto laddove, tra tali fattori, si può annoverare quello della scarsità delle risorse alimentari o della volatilità dei prezzi del cibo[, i quali raramente seguono la domanda e sono spesso influenzati dalle speculazioni finanziarie.

Analizzando lo stretto rapporto che intercorre tra il problema globale dello spreco di cibo, foriero di pesanti iniquità redistributive tra le diverse aree del mondo, e quello dei cambiamenti climatici, si può quindi osservare come, alimentandosi a vicenda, tali fenomeni innestino un circolo vizioso, aumentando la probabilità di conflitti e di crisi umanitarie nelle aree più povere e carenti di risorse alimentari e inasprendo contemporaneamente la gravità di tali eventi ed i loro effetti sulla popolazione. La riduzione dei terreni coltivabili dovuti al surriscaldamento, unito, soprattutto nell’Africa subsahariana, a fenomeni come quello del land grabbing da parte delle multinazionali asiatiche e occidentali, diminuisce infatti notevolmente la quantità di terreni coltivabili e di risorse per la popolazione locale.

Non è un caso, infatti, che tra le misure necessarie ad ammortizzare gli effetti del cambiamento climatico, soprattutto nelle aree più povere, si parli sempre più di riduzione dello spreco di cibo a livello globale, generando meccanismi che permettano una più efficiente distribuzione delle risorse. Ciò, inoltre, dovrebbe mettere al centro anche l’introduzione, nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, di tecnologie che permettano una più efficace gestione del cibo a partire dal momento della raccolta, in modo tale da ridurre lo spreco e permettere all’industria alimentare di svilupparsi, di creare nuove opportunità e di contribuire allo sviluppo e alla pace di tali aree del mondo. 

Per un approfondimento ulteriore si può esaminare il materiale messo a disposizione dalla FAO (Food and Agricolture Organization of the United Nations) sul proprio sito web, nella sezione dedicata al tema dello spreco di cibo.

di Leonardo Stiz

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