Il particolare momento geopolitico di Israele

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di Marta Furlan
Uno sguardo su come le dinamiche geopolitiche del Medio Oriente hanno avvantaggiato Israele, e perché nonostante ciò esso non sia ancora la potenza regionale che potrebbe essere.

Paul Scham, uno dei massimi esperti di politica estera Israeliana, ha recentemente pubblicato un articolo nel quale pone l’accento su come Israele si trovi oggi in una posizione geopolitica estremamente favorevole all’interno del più ampio scenario Mediorientale. Secondo Scham, la principale ragione è da ricercare nel fatto che – soprattutto dopo gli Accordi di Oslo del 1993 – l’esistenza di Israele sia ormai una realtà di fatto accettata. A differenza di quella che era la situazione nell’immediato post-1948, quando Israele era interessata da una costante minaccia esistenziale da parte dei vicini arabi, tale minaccia ha con il tempo perso di forza, al punto che Tel Aviv ha stabilito relazioni diplomatiche – più o meno discrete – con paesi quali Marocco, Tunisia e monarchie del Golfo. Questi paesi, a detta di Scham, hanno oggi perso interesse a porre in discussione l’esistenza di Israele, per una serie di ragioni economiche oltre che politiche. Ciononostante – sottolinea Scham – Israele non gioca ancora quel ruolo di potenza a cui potrebbe aspirare grazie a tale situazione geopolitica, e questo per via dei suoi problemi e delle sue tensioni interne.

La posizione di Scham sopra riassunta è un buon punto di partenza per riflettere su quale sia oggi il gioco geopolitico in Medio Oriente e il ruolo che Israele riveste o potrebbe rivestire in futuro.

Nel corso degli ultimi anni, il Medio Oriente ha attraversato cambiamenti cruciali che hanno interessato Israele in modo diretto. In primo luogo, bisogna considerare la comparsa nel quadro regionale di attori non-statali quali i gruppi terroristici che, a partire dagli anni ’80 e in modo crescente dagli anni ’90, si sono fatti portatori di nuove minacce alla sicurezza della regione. Ispirati da un’ideologia estremista di ispirazione salafita-jihadista, tali gruppi (di cui Al Qaeda è storicamente emblema e a cui nuovi attori come l’ISIS si sono recentemente aggiunti) minacciano la stabilità dell’intera area, e si sono affermati come la principale sfida alla sicurezza con cui il Medio Oriente si trova oggi a dover fare i conti. In questo scenario di instabilità e incertezza – in cui nemmeno un Paese a maggioranza sunnita e ancorato al radicalismo dell’ideologia Wahhabita come l’Arabia Saudita è stato risparmiato da attacchi terroristici – le tradizionali percezioni e distinzioni tra “nemici” e “alleati” sono state necessariamente stravolte. Oggi, per tutti gli Stati della regione, la più seria minaccia è rappresentata dal terrorismo jihadista (come del resto mostra l’esistenza di un’ampia coalizione anti-ISIS) mentre la percezione di Israele come minaccia e come nemico numero uno da annichilire è passata in secondo piano.

Collegata alle nuove dinamiche di sicurezza nella regione è anche la questione dei cosiddetti failed states.

Tale questione è diventata particolarmente pressante in seguito alle cosiddette “Primavere Arabe” e al collasso di Stati come la Libia, la Siria e lo Yemen, e alle conseguenti guerre civili. Confrontati con la minaccia rappresentata dai failed states, sia i paesi Arabi che l’Iran, si sono inevitabilmente visti costretti a mettere in secondo piano la questione israeliana e a focalizzare la propria attenzione e i propri calcoli di politica estera sui conflitti in Siria, Iraq e Yemen. In terzo luogo, nel considerare i cambiamenti geopolitici interni al mondo mediorientale è da sottolineare l’impatto dell’accordo nucleare tra l’Iran e i P5+1 e della cancellazione delle sanzioni contro Teheran.

Questi recenti sviluppi sono particolarmente importanti perché agli occhi delle monarchie del Golfo – e dell’Arabia Saudita in primis – la vera minaccia alla propria influenza e al proprio potere nella regione è rappresentata dall’ascesa di Teheran. E, del resto, lo scontro con la Repubblica Islamica sta investendo ogni livello: militare (attraverso le guerre per procura in Yemen e Siria), economico (cruciale qui la questione della produzione petrolifera), e politico-diplomatico (con l’apice delle tensioni raggiunto in Gennaio dopo l’esecuzione del clerico sciita Sheikh Nimr-al-Nimr in Arabia Saudita).

La percezione dell’ascesa iraniana come immediata e diretta minaccia ha condotto le monarchie del Golfo a ridimensionare la tradizionale retorica anti-israeliana. La conseguenza dei cambiamenti che a livello geopolitico hanno interessato il Medio Oriente negli ultimi anni è che la minaccia esistenziale precedentemente posta ad Israele è ora limitata alla retorica di alcuni leader regionali che si appellano ad essa per ottenere un certo tipo di supporto di massa (come era stato il caso delle posizioni drasticamente anti-israeliane mantenute da Ahmadinejad) e di leader Israeliani di destra che si appellano ad essa per legittimare determinate politiche e decisioni (emblematica l’interpretazione di Netanyahu della minaccia nucleare iraniana).

Con la propria esistenza, ormai accettata come parte dello status quo regionale, e con i tradizionali rivali impegnati a fronteggiare nuovi nemici e minacce più contingenti, la posizione geopolitica di Israele è indubbiamente migliorata. Eppure, tale miglioramento, non ha portato con sé una chiara e piena affermazione di Israele come potenza regionale – una realtà comprovata dal generale isolamento e marginalizzazione di Israele nel contesto regionale e da relazioni sempre più complicate con USA e UE.

La ragione è da ricercare nella natura stessa di Israele, in quelle contraddizioni interne che trovano le proprie radici in quel 14 Maggio 1948, nella proclamazione di uno Stato al contempo “ebraico” e “democratico”. Da allora, Israele è impegnata in un dilemma identitario: come conciliare l’anima religiosa ebraica dello Stato con quella politica e democratica? Come essere uno Stato ebraico e dare uguale rappresentazione alle diverse realtà che lo compongono? Come preservare la dimensione ebraica dello Stato senza soccombere a quella che Uri Misgav ha definito su Haaretz il rischio teocratico?

Queste domande, per quanto pressanti e cruciali per il presente e il futuro di Israele, non hanno ancora trovato risposta dopo quasi 70 anni, e stanno rendendo sempre più complesso, contraddittorio e fragile il tessuto politico-sociale israeliano. Sono queste contraddizioni interne la vera minaccia esistenziale per Israele. Finché il paese non riuscirà a rispondere adeguatamente ai propri dilemmi identitari e a trovare un equilibrio credibile tra le sue due anime, il Medio Oriente continuerà ad evolversi come ha costantemente fatto, ma Israele continuerà a non affermarsi come vera potenza regionale.

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