Di Marina Roma
Con le sue contraddizioni, la cacciata di Isis da Palmira apre a riflessioni sulla preservazione delle identità culturali e storiche minacciate da guerre e terrorismo: una sfida globale.

“L’arte, la letteratura, la musica, la poesia e l’architettura: questi sono i punti essenziali della nostra esistenza umana. Esse formano un filo conduttore che unisce tutte le civiltà e le culture. Un attacco all’identità culturale in una parte del mondo è un attacco a tutti noi”.

Con queste parole il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha aperto l’ottavo UN Global Colloquium of University Presidents alla Yale University (12-13 aprile scorso) intitolato “Preservation of Cultural Heritage”. Il riferimento alla distruzione di siti archeologici in Afghanistan, Siria e Mali appare evocativo. Preservare l’identità culturale rappresenta una sfida globale, in un contesto in cui la violenza non si ferma al presente, ma tende a cancellare anche quello che resta dopo anni di guerre: la memoria.

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Quella memoria che aveva difeso fino alla morte Khaled Assad, ex capo della direzione generale delle antichità e dei musei del sito archeologico di Palmira, torturato e ucciso dagli uomini del Califfato perché rivelasse il posto in cui aveva messo al sicuro i reperti romani. Sotto torchio per quattro settimane, Khaled Assad ha mantenuto il segreto, dando anche una lezione: preservare la memoria del passato, preservare l’identità di un popolo può diventare più importante della vita stessa.

Palmira è il luogo che più di ogni altro espone alla paura di un’immensa perdita collettiva, non solo per una popolazione, ma per l’intera umanità. Palmira e le sue rovine sono state sotto il controllo dell’autoproclamato “stato islamico” dal maggio del 2015, fino alla fine del mese scorso, quando le forze governative, con l’appoggio militare russo, hanno cacciato i miliziani Daesh dall’area.

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La sfida su questo versante è strettamente legata alla lotta al terrorismo. Una rilevante fonte di finanziamento per i terroristi – e non solo – è rappresentata dalla vendita sul mercato nero delle opere di maggior valore sottratte dai siti archeologici. Ecco che allora la difesa dell’identità culturale di un’intera area geografica si gioca su una serie di equilibri geopolitici. Palmira rappresenta, infatti, il “simbolo” del successo dell’approccio adottato contro l’Isis dalla Russia, che si propone di giocare una partita culturale propagandistica. In tal senso è stato organizzato all’Anfiteatro romano di Palmira un concerto di musica classica alla presenza di decine di giornalisti. Il concerto è durato appena 20 minuti – il concerto più breve mai tenuto dall’Orchestra Teatrale Mariinsky -, ma che ha avuto un inevitabile impatto mediatico internazionale.

Il Presidente Putin ha poi annunciato il suo supporto per una missione UNESCO destinata al recupero del sito archeologico. Ed è proprio durante la 199° sessione del Comitato esecutivo dell’agenzia ONU, tenutasi a Parigi il mese scorso, che è stata approvata all’unanimità una risoluzione presentata dalla Russia stessa. Secondo le dichiarazioni del ministero degli Esteri di Mosca ripreso dai media sotto controllo governativo, le forze russe avrebbero già contribuito alla bonifica di larga parte del sito e alla “rimozione di oltre 3000 ordigni esplosivi”.

Il direttore generale UNESCO, Irina Bokova, ha dichiarato: “Palmira appartiene a tutta l’umanità e a tutti i siriani. Tutti i siriani, insieme, devono essere in grado di recuperare questo patrimonio come simbolo di identità e dignità”. Dopo una preliminare valutazione dei danni complessivi, l’UNESCO costituirà un comitato internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale siriano.

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In un contesto come quello attuale, una vera e propria task-force internazionale sarà la soluzione adeguata? Probabilmente è presto per dirlo, anche perché gli equilibri nella zona si presentano tutt’altro che stabili. Da questo punto di vista però, la ripresa di Palmira costituisce un segnale di speranza, anche se sono molte le contraddizioni di quella che per alcuni non è stata una vera e propria liberazione. Maamoun Abdulkarim, direttore generale per le antichità e i musei siriani, in un’intervista rilasciata all’Irish Times, dice “You see, you see, all the stones are there, we can rebuild!” La distruzione dell’Isis sarà, quindi, un altro capitolo della storia di Palmira. Un capitolo doloroso, ma che ormai si è inserito nell’identità del popolo siriano come una cicatrice indelebile.

Nella cultura cinese, quando un vaso si rompe le crepe vengono riempite d’oro, per sottolinearne l’importanza e preservarne la memoria. Lo stesso valore avrà la ricostruzione di Palmira.

“You see, you see, all the stones are there, we can rebuild!”.

 

Redazione
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