L’influenza dei tassi di cambio sui mercati globali è ambivalente: può regalare surplus economici così come distruggere intere economie

 

Marzo 2015, il valore del dollaro sull’euro è di 1,08. Rispetto a qualche settimana fa è aumentato, anche se di poco, dal momento che si era scesi fino a un valore di cambio di 1.05 (1 € pari a 1,05 $).

Siamo quindi ben lontani dai tempi in cui il cambio euro-dollaro si attestava sopra l’1,7 (quasi il doppio) e molte persone consideravano vantaggioso partire per gli USA e affollare boutique e centri commerciali.

Quando si discute del valore monetario, si parla di qualcosa d’intangibile, eppure questo qualcosa si trascina appresso una serie di conseguenze talmente tangibili da stravolgere la qualità della vita di milioni di persone. Soprattutto se la moneta interessata da questo cambiamento si chiama dollaro americano ($). Ho accennato prima ai danarosi viaggiatori europei che si avventuravano per le strade di New York a far compere quando il cambio era favorevole poiché per ogni euro cambiato in qualunque banca americana, si mettevano in tasca il valore di quasi due dollari. A livello macroscopico, potete immaginare, quante aziende europee fossero spinte ad investire capitali e a importare merce; a fare cioè affari in generale, con gli Usa, avvalendosi del maggior potere di cambio della loro moneta.

In questo preciso momento storico invece la situazione si è in parte capovolta, poiché la sostanziale parità del tasso di cambio tra euro e dollaro garantisce l’incremento degli scambi commerciali tra Usa e Ue, ma questa volta (e contrariamente a prima), per il fatto che rende molto più invitante per le aziende americane comprare merci nel vecchio continente (poiché, banalmente, costa loro molto meno rispetto a qualche anno fa).

Ma che ne sarà di quelle economie che dipendono quasi interamente dal commercio con gli Usa? Mi riferisco ad esempio ai paesi dell’America Latina, che si trovano impossibilitati a importare beni divenuti troppo cari e che per esportare sono costretti a svendere, nel tentativo di restare competitivi sul mercato.

Anche se allo stato attuale si possono avanzare solo ipotesi, è lapalissiano che un cambiamento del genere nello scacchiere economico mondiale, sia foriero di pesanti conseguenze.

Continuando a fare previsioni, si può supporre che tutti gli Stati in possesso di risorse della potenza in senso stretto quali risorse energetiche, metallifere, idriche, tenteranno di sfruttarle il più possibile, così da garantire un po’ di respiro alle loro economie. Tuttavia oggi anche questa soluzione non sembra praticabile, dato che il prezzo del greggio – 55 dollari a barile – è in caduta libera sui mercati internazionali.

Il costo di estrazione del greggio, cioè quanto pagano le compagnie petrolifere per “ricavarlo dalla terra”, è di circa 20/25 dollari al barile (la variazione dipende molto dalla profondità e dalla difficoltà di estrazione). Se il guadagno è così basso, viene meno la convenienza solitamente assicurata dal possesso della risorsa. Ragione per cui non è irrealistico ipotizzare l’abbandono dell’attività estrattiva in giacimenti ritenuti “improduttivi”.

Molti potranno considerarlo un bene, ma le cose sono più complicate di così. Gli Stati Uniti, nel tentativo di raggiungere un’ideale autarchia energetica, sono pronti a distruggere – attraverso la tecnica del fracking – intere catene montuose, principalmente situate sulla East Coast, per estrarre le materie prime di cui necessitano, senza troppo curarsi dei danni ambientali provocati.

Ma, siccome una risorsa è una risorsa, i giacimenti non sfruttati nel Golfo del Messico e nei paesi dell’America latina diventerebbero presto oggetto delle attenzioni di superpotenze, come la Cina ad esempio, pronte a comprare a basso costo i diritti di sfruttamento oltre che a dettare regole proprie, molto spesso poco rispettose dell’ambiente. In Venezuela sta già accadendo, perché non nei paesi vicini?

Tra questi, c’è l’Ecuador; il paese è povero, i tassi di alfabetizzazione sono molto bassi, il sistema sanitario è scadente e per quello che riguarda indicatori quali la speranza di vita e il benessere della popolazione è indietro rispetto alla media mondiale.

Il paese si affaccia sull’oceano Pacifico a ovest, è attraversato dalle Ande al centro ed è occupato a est da una lussureggiante e intatta porzione di foresta amazzonica.

La varietà di ecosistemi presenti all’interno del territorio ecuadoregno, è perciò una risorsa che può essere sfruttata. Nel 2003 è stato scoperto un ricchissimo giacimento petrolifero; si parla di circa 850 milioni di barili nascosti sottoterra, che da soli costituirebbero il 20 % della ricchezza petrolifera del paese (l’Ecuador possiede altri giacimenti, la maggior parte dei quali, situati entro i confini delle sue acque territoriali e il petrolio viene quindi estratto attraverso piattaforme offshore) oltre a una potenziale fonte di guadagno per l’intera popolazione. E indovinate un po’ in quale parte dell’Ecuador è stato scoperto questo giacimento? Ovviamente nel cuore della foresta vergine amazzonica, nel Parco Nazionale Yasunì, uno dei posti con la più alta biodiversità del mondo, nel quale vivono specie animali e vegetali ancora sconosciute. Un luogo ancora parzialmente inesplorato e abitato solo da alcune tribù che si rifiutano di unirsi al resto dell’umanità e si sono spinte nel cuore della giungla per farne il loro santuario.

Come salvaguardare uno dei tesori ancora intatti del nostro pianeta senza dimenticarsi di milioni di poveri che in Ecuador chiedono riscatto?

Ovvero; come bilanciare, il diritto che gli ecuadoregni avrebbero di arricchirsi tramite le loro risorse naturali, (vendendo le concessioni di estrazione e “sperando” che i proventi, siano spesi per favorire il progresso e il benessere della popolazione) con l’esigenza di proteggere una località dal valore ambientale inestimabile?

Il Presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, nel 2007, ha lanciato un appello rivolgendosi al mondo intero; chiamato a riflettere.

Partendo dal presupposto che non è possibile ignorare che le persone in Ecuador, facciano la fame pur ritrovandosi a “dormire su un letto d’oro”, ma che allo stesso tempo la distruzione di un ecosistema così prezioso costituirebbe un crimine contro l’umanità – dice Correa – stimiamo che il giacimento possa fornire petrolio per un valore di circa 15 miliardi di dollari? Bene, se non volete che le ruspe tirino giù centinaia di migliaia di alberi e si mettano a scavare, chiedo che il mondo intero fornisca al mio paese almeno quattro miliardi di dollari (più o meno il 30 % del valore del pozzo) da destinare immediatamente al miglioramento delle condizioni di vita degli ecuadoregni. Una sorta di tassa mondiale così da evitare il disastro.

Quello che appare come un ricatto – e di fatto lo è – non sarebbe ingiusto. È proprio su questo tipo di ragionamenti che le persone dovrebbero focalizzare la loro attenzione quando parlano di salvaguardia dell’ambiente; anche questo ha un costo.

Non basta dire: “Non tagliate! Non scavate!”

L’unico modo per dimostrare la volontà di preservare questi santuari della natura è quello di aprire il portafoglio, compensando in questo caso parte della ricchezza che l’Ecuador accumulerebbe. Non dico sia l’unico metodo possibile, ma per il momento parrebbe essere l’unico efficace.

L’appello del presidente Correa è rimasto inascoltato e nelle casse di Quito non è entrato nemmeno un decimo della cifra richiesta.

Il risultato è stato, quindi, facilmente prevedibile. Il Presidente Correa, messo con le spalle al muro, ha dato il via alle trivelle. Le ruspe hanno buttato giù alberi e costruito strade nella foresta vergine. I liquidi di scolo hanno inquinato i fiumi e le falde acquifere presenti nella giungla. La distruzione dell’habitat ha portato alla fuga e alla morte migliaia di animali.

E’ vero, dopo i buoni propositi iniziali, anche questo Presidente si è macchiato di un crimine odioso agli occhi di tutti dando il via ai lavori; eppure siamo proprio così sicuri che egli sia il solo responsabile dell’accaduto? È quantificabile il peso dell’indifferenza nei confronti di milioni di persone che non riescono a condurre una vita dignitosa?

Ecco quindi la chiusura del cerchio. Dati economici intangibili – e spesso difficilmente osservabili – hanno ripercussioni concrete in parti del mondo che, per molti non sono altro che mete turistiche.

Il caso equadoregno valga da spunto; si tratta di una situazione che si è venuta a creare nel tempo. Eppure ad oggi – con il petrolio a prezzi stracciati, la parità monetaria tra euro e dollaro, gli Stati Uniti che perseguono il sogno dell’autarchia energetica – quanto credete che passerà prima che un uomo d’affari con a seguito una valigetta piena di bigliettoni, bussi alla porta di qualche altro Presidente, per comprare a buon mercato il diritto di usare le ruspe?

Dario Colella
Redazione
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