Lo sdegno per la morte del piccolo Aylan è legittimo, ma si riuscirà ad andare oltre lo shock provocato da quella foto? Perchè lui e migliaia di altri rischiano la vita in mare? Da cosa scappano? Bisogna prenderne coscienza se si vuole risolvere il problema.

Si chiamava Aylan Kurdi e era nato 3 anni fa a Kobane. In questo video un uomo della Guardia Costiera turca ne recupera il corpo. La famiglia di Aylan era scappata dalla guerra e voleva raggiungere il Canada, per ricongiungersi con una zia che li aiutava economicamente a vivere in Turchia. La barca su cui viaggiavano però non è mai arrivata a Kos, isola greca che avrebbe dovuto essere la prima tappa del loro viaggio attraverso l’Europa. È affondata nel Mar Egeo, le cui acque hanno riportato sulla costa turca di Bodrum 12 cadaveri, tra cui Aylan, il fratellino Galip e la loro madre. Nel naufragio si sono salvate 9 persone, tra cui il padre. La famiglia aveva chiesto un visto per il Canada che però era stato rifiutato a Giugno a causa di complicazioni riscontrate nelle procedure turche. Ora il desiderio di Abdullah (padre e marito) è tornare a Kobane per seppellire la sua famiglia.

L’immagine di quel corpo senza vita ha fatto in poche ore il giro del mondo, generando sdegno e sincera empatia, ma non basta provare l’emozione del momento se non si riesce a capire che per il popolo siriano quell’ “immagine” è realtà e se non si realizza che quel bambino era su quella barca perché l’alternativa in Siria era restare intrappolato principalmente o tra i barili bomba dell’aviazione governativa di Assad o nella furia sanguinaria di ISIS.

Quella foto è l’ultimo emblema (in ordine di tempo) del fallimento della comunità internazionale di fronte al dramma siriano.

Dall’inizio del conflitto,  la popolazione siriana è calata da 21 milioni a 17,5 milioni. Si contano 4 milioni di rifugiati (di cui quasi 2 nella sola Turchia e più di 1 in Libano) e quasi 9 milioni di sfollati interni al Paese.

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Secondo stime del Syrian Network for Human Rights, oltre 17,000 bambini sono stati uccisi in Siria dal 2011, almeno 9,500 sono stati arrestati e molti di loro torturati; tra questi almeno 108 sarebbero i bambini morti sotto tortura nelle carceri del governo siriano (a marzo 2015), su un totale accertato di almeno 13,000 prigionieri morti sotto tortura. Molte agenzie umanitarie hanno parlato di una generazione perduta, non solo perché decimata o resa orfana, ma anche perché privata dell’ accesso all’istruzione: una scuola su 5 in Siria è stata distrutta, come mostra questa mappa interattiva. Spesso bombardata con i bambini all’interno. Nelle zone sotto assedio migliaia di bambini muoiono di fame, costretti a mangiare erba (e spesso a morire di intossicazione), a cercare nei rifiuti  e persino a mangiare animali, come cani e gatti e nel caso estremo di Ghouta anche il leone dello zoo. Come hanno denunciato molte ONG e agenzie umanitarie internazionali, la fame e la sete  sono state usate dal governo di Damasco come arma per piegare le città ribelli, decimando la popolazione civile, che come ha dichiarato  Amnensty International è un crimine di guerra. Terribile la testimonianza di Padre Frans Van der Lugt, per mesi intrappolato nell’assedio di Homs da parte delle truppe governative e ucciso ad aprile 2014.


Attenzione il video contiene immagini forti di bambini deceduti per fame a Moadamiyah, sobborgo di Damasco.


Le zone maggiormente e più a lungo assediate sono state Homs, Ghouta (Damasco) e il campo palestinese di Yarmouk. Nel mese di luglio 2015, come ha riportato  il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban-Ki Moon, sono stati 422,000 i civili sotto assedio che non hanno avuto accesso agli aiuti internazionali, di cui 228.000 assediate da ISIS nei quartieri controllati dal governo a Deir el-Zour; 167.500 dalle forze governative solo a Ghouta orientale e Daraya (Damasco); 26.500 da gruppi ribelli nei villaggi filo-governativi di Nubul e Zahra (Idlib).

Credit to: Al Jazeera

Credit to: Al Jazeera

È da questa realtà fatta di morte, torture e distruzione che milioni di siriani fuggono nella speranza di salvarsi. I Paesi arabi non hanno accolto molti rifugiati e la vita per i siriani a quelle latitudini (e in altre) non è affatto facile. L’Europa, terra di democrazia e libertà sembra essere l’ultima speranza, soprattutto per quanti hanno già parenti o amici residenti in Paesi europei.

Sono 270,000 le persone che hanno attraversato il Mediterraneo per giungere in Europa, più di quante siano state registrate nel 2014 (già di per sé un anno record) e la gran parte di loro sono siriani.

Credit to: The Economist

Credit to: The Economist

Sebbene il Mediterraneo sia una delle rotte principali, ce ne sono altre sempre più usate, come quella via terra che passa per Macedonia, Serbia e Ungheria e una insolita sul confine artico tra Norvegia e Russia. I vari Paesi stanno reagendo in maniera diversa, spesso opposta: la Germania è una delle mete più ambite, sia per l’efficienza dell’accoglienza, sia per la recente decisione del governo tedesco di aprire le porte  a tutti i siriani.

Credit to: Europol

Credit to: Europol

Anche la Svezia ha avviato nel 2013 la politica delle porte aperte ai siriani. Meno collaborativi sono invece Francia e Regno Unito, ma è nell’Europa dell’est che si assiste alle scene più drammatiche: la Bulgaria ha costruito un muro  sul confine turco, l’Ungheria ne sta costruendo uno lungo il confine serbo che dovrebbe essere completato entro novembre. Decisione che ha shoccato il governo serbo sebbene anche in Serbia non manchino violenze sui migranti, come denuncia  Human Rights Watch ma anche Amnesty International).

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Famiglia siriana arrestata dalla polizia ungherese dopo aver superato il confine serbo. Credit to: Reuters.

La Repubblica Ceca ha iniziato giorni fa a marchiare  i migranti con numeri a inchiostro, misura poi revocata per le diffuse proteste e paragoni con le marchiature di Auschwitz. Ma laddove la politica non arriva, ci pensano i cittadini: in Germania si sono moltiplicate nei giorni scorsi manifestazioni in tutto il Paese, sia di cittadini che di tifoserie calcistiche con il motto “benvenuti rifugiati”, seguite da iniziative simili anche in Austria, dove a Vienna 20,000 persone hanno sfilato assieme ai poliziotti in solidarietà ai rifugiati. Gli islandesi sono andati anche oltre: 10,000 di loro  sono pronti ad accogliere i rifugiati nelle loro case e chiedono al governo di accoglierne di più (al momento in Islanda ce ne sono solo 50, su una popolazione locale di circa 300,000). Gli Stati Uniti, dal canto loro, ne hanno accolti pochissimi: 1,500 entro fine settembre, nonostante l’ONU gliene abbia proposti 17,000.

Non sarà una foto a far (re)agire i leader della comunità internazionale. Non lo hanno fatto quasi 5 anni di atrocità né il superamento della famosa red line tracciata da Obama circa l’uso di armi chimiche, quando un attacco al gas sarin (di cui vi avevamo fornito una ricostruzione basata sulle analisi balistiche per capire chi usò quel gas in questo  articolo) tolse la vita a 1,400 persone (tra cui 400 bambini) in una sola notte.

Forse la foto di Aylan che si vede circolare tra i social network e le pagine dei giornali potrà scuotere le coscienze, ma certo non interrogarle; in fondo i nostri occhi sono così abituati alla violenza delle “immagini” che non riescono più a distinguerla da quella reale che pure ci circonda.

Aylan è l’ultimo di una lunga serie di bambini morti nell’indifferenza di una comunità internazionale incapace di elaborare strategie condivise per tentare di porre fine alla tragedia provocata da una guerra. Il timore è che lo sdegno di oggi si esaurisca già domani perché di certo domani, non si esauriranno né gli orrori delle guerre in Siria né i disperati tentativi di fuga dei siriani.

di Samantha Falciatori
Redazione
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