Perché parlare spagnolo negli Stati Uniti è un problema?

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La libertà di parola, sancita dal primo emendamento della Costituzione americana, è una delle pietre miliari di qualsiasi democrazia. Questo diritto, oltre a riguardare il contenuto di un discorso, si dovrebbe applicare anche all’aspetto linguistico: a chi verrebbe mai il timore di non potersi esprimere nella propria lingua madre? Per i latinos, i cittadini USA di origini sudamericane, la risposta a questa domanda non è sempre così scontata.


Negli anni Ottanta, solo il 6,5% della popolazione americana era di origine ispanica. Oggi, i latinos negli USA sono 60,57 milioni, e rappresentano circa il 18% della popolazione. Se considerati come un unico gruppo etnico, gli ispanici costituiscono la minoranza più numerosa negli Stati Uniti: nel 2017, infatti, gli afroamericani costituivano il 12,3%, gli asiatici il 5,5% e i nativi americani (o gli originari dell’Alaska) lo 0,7% della popolazione totale. Gli Stati in cui i latinos sono più presenti sono California, Texas e Florida: a Miami, ad esempio, si può tranquillamente fare a meno dell’inglese per comunicare con gli abitanti del posto.

Di questi 60 milioni, 40 hanno lo spagnolo come lingua madre, che sommati a coloro che parlano lo spagnolo come seconda lingua danno un totale di circa 53 milioni di ispanofoni negli USA. La vitalità della lingua spagnola negli Stati Uniti, quindi, è evidente e inconfutabile. La sua diffusione non si limita solo ai nuclei familiari e ai quartieri in cui risiedono le minoranze, ma ha ormai raggiunto anche i media, in particolar modo la televisione e la radio; inoltre, come riporta un articolo di El Mundo, lo spagnolo sta iniziando a occupare una posizione di rilievo anche nell’ambiente accademico e universitario.

Tutti questi dati permettono di non reagire con sorpresa alla notizia che gli Stati Uniti sono il secondo paese al mondo per numero di persone che parlano spagnolo, preceduti solo dal Messico. Per quanto possa sembrare assurdo, quindi, ci sono più ispanofoni negli USA che in Spagna (47 milioni) e in Colombia (48 milioni).

Gli Stati Uniti hanno una lingua ufficiale?

Per quanto i numeri parlino chiaro, tra i cittadini americani c’è ancora chi nega l’importanza della lingua spagnola nella storia e nella cultura statunitense, e c’è addirittura chi sostiene che quando ci si trova negli USA si debba parlare la lingua degli USA, ovvero l’inglese. Peccato che, in realtà, gli Stati Uniti non abbiano un idioma ufficiale a livello federale: nella Costituzione, infatti, non ne viene mai fatta menzione.

Attualmente, solo 32 Stati hanno l’inglese come lingua ufficiale; ciò significa che i loro governi devono fornire tutti i documenti ufficiali in inglese. Nondimeno, gli stessi governi sono obbligati a diffondere la documentazione che riguarda temi di primaria importanza, come la salute e la sicurezza pubblica, anche in altre lingue. In molti dei restanti 18 Stati, invece, non ci sono lingue ufficiali, mentre le Hawaii, ad esempio, riconoscono sia l’inglese che la lingua hawaiana, e l’Alaska ha ufficializzato, oltre all’inglese, 20 lingue indigene.

Nonostante tutto ciò, i sostenitori del movimento English Only sono in crescita. Come si intuisce dal nome, l’obiettivo di chi aderisce a tale movimento, chiamato anche English First o Official English, è far sì che l’inglese diventi, se non proprio l’unica lingua parlata negli Stati Uniti, almeno la lingua ufficiale del Paese.

Un cartello che recita “questa è l’America: quando ordini, sei pregato di parlare in inglese” in un fast food di Philadelphia. Il cartello è stato poi rimosso dal locale. Crediti: William Thomas Cain/Getty Images

Pro English: cos’è?

Tra gli aderenti a questo movimento non si contano solo privati cittadini, ma anche veri e propri gruppi organizzati e associazioni, nati appunto con l’obiettivo di difendere la purezza linguistica. Tra queste, la più celebre e influente è forse Pro English, che si presenta come “la principale fautrice dell’inglese come lingua ufficiale degli USA”.

Come è spiegato nel suo sito web, l’associazione lavora “nei tribunali e tra l’opinione pubblica per difendere il ruolo storico dell’inglese come lingua comune e unificatrice dell’America, e per convincere i legislatori ad adottare l’inglese come lingua ufficiale a tutti i livelli del governo”.

Lo scopo principale di Pro English, quindi, è proibire al governo, federale e statale, di mettere a disposizione documenti e atti legislativi in lingue diverse dall’inglese, per “far leva sulle similitudini che uniscono i cittadini americani, piuttosto che istituzionalizzare le differenze che li dividono”. Altri punti cardine del programma di Pro English sono l’eliminazione dell’educazione bilingue nelle scuole pubbliche, per favorire programmi di immersione linguistica in inglese, e il rifiuto di annessione di territori che non hanno adottato l’inglese come lingua ufficiale.

Nonostante tra i principi guida di quest’associazione sia dichiarato che il diritto a parlare altre lingue deve essere rispettato, il Southern Poverty Law Center (SPLC), organizzazione che si batte per sconfiggere l’odio e l’ingiustizia sociale e razziale, l’ha classificata come gruppo d’odio.

E guardando il sito web di Pro English è facile capire perché: subito dopo aver specificato di non essere un’associazione English Only ma piuttosto Official English, si stabilisce che nessuno dovrebbe avere il diritto di chiedere documenti in altre lingue, contraddicendo in un certo senso quanto specificato tra il loro principi guida.

Dove la legge non arriva

A questo punto, però, è bene ricordare che tra la lingua parlata e la lingua “ufficiale” di uno Stato c’è un abisso. Le lingue sono vive perché appartengono a chi le parla, si evolvono al cambiare del contesto storico, temporale e geografico in cui sono parlate; se così non fosse, d’altronde, smetterebbero di esistere. Nessuna legge potrà mai cambiare questo dato di fatto.

Nel corso degli anni, infatti, sono stati diversi i tentativi di ufficializzare legalmente l’inglese come lingua degli Stati Uniti, ma nessuno di questi è andato a buon fine. I più conosciuti sono quelli promossi da Steve King, membro del Congresso di orientamento repubblicano, che dal 2005 presenta, ogni due anni, il suo English language unity Act.

Stando a quanto contenuto in questa proposta di legge, il governo dovrebbe emanare tutti i documenti esclusivamente in inglese, il Congresso dovrebbe deliberare solo in inglese e la capacità di parlare questa lingua dovrebbe avere più peso nell’iter per ottenere la cittadinanza americana. Tale proposta, però, non ha mai ottenuto il sostegno necessario per essere approvata.

La storia si ripete

La repressione linguistica, tuttavia, non è figlia dei tempi recenti. La storia ci insegna che può avere diverse forme e cause scatenanti: si va dalla progressiva scomparsa di una lingua in famiglia o in alcuni quartieri fino al divieto di insegnare lingue straniere a scuola, principalmente per motivi politici.

Si può parlare di repressione linguistica quando si ordina il rogo dei libri scritti in una determinata lingua, come fecero le forze sovietiche in un’università estone negli anni 40; o ancora, quando si puniscono i bambini che parlano la lingua della loro famiglia con dei lavori forzati, come accadeva nei Paesi Baschi durante il franchismo, oppure con delle bacchettate o il divieto di andare in bagno, come succedeva negli anni 70 nelle scuole di Las Cruces, in New Mexico.

Uno studente della scuola Arturo Toscanini, nel Bronx di New York, alza un cartello in cui dichiara di parlare spagnolo, diversamente dalle sue insegnanti, durante una protesta nel 2017. Crediti: Joshua Bright/The New York Times

Come riporta un articolo della BBC, il dibattito sulla necessità di un’unica lingua ufficiale negli USA risale al 1753, quando Benjamin Franklin temeva che l’inglese potesse diventare una lingua minoritaria, a fronte del crescente numero di persone che parlavano tedesco. Nel 1919, Theodore Roosevelt dichiarò che negli Stati Uniti c’era posto per una lingua sola, che era chiaramente l’inglese, e dagli anni 60 la voce dei movimenti nazionalisti che chiedevano l’unificazione linguistica è diventata più forte, in risposta alle leggi che garantivano l’accesso a tutti i cittadini ai documenti essenziali.

 

 

Negli anni 50 del XX secolo, in una scuola del sud del Texas, ha avuto luogo uno dei casi di repressione linguistica più assurdi della storia americana. Sebbene questo territorio fosse tradizionalmente ispanofono, gli alunni della suddetta scuola furono costretti a scrivere “we will not speak spanish”, non parleremo spagnolo, su un foglio da inserire all’interno di una cassetta a forma di bara. In presenza di tutti gli alunni della scuola si celebrò poi il funerale di “Mr. Spanish”, con tanto di tumulazione della cassa che conteneva, in fin dei conti, l’identità culturale e individuale di quei bambini.

Il ruolo di Trump

La discriminazione linguistica nei confronti di coloro che, per il loro aspetto fisico o il loro accento, vengono classificati come immigrati (nessuno infatti se l’è mai presa con i turisti che parlano italiano, olandese o francese) è quindi intrecciata alla storia degli Stati Uniti. È però vero che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha fomentato ulteriormente queste ondate di odio verso i latinos. E come sarebbe potuto essere altrimenti, visto che uno dei punti centrali della sua campagna elettorale del 2016 era la costruzione di un muro al confine con il Messico?

Una targa sul muro di confine con il Messico a San Louis, in Arizona, per commemorare il ruolo dell’amministrazione Trump nella costruzione di altre 200 miglia di tale muro. Crediti: Josh Marcus.

“In questo Paese parliamo inglese. Si deve parlare inglese!” tuonava il Tycoon prima della sua vittoria alle presidenziali del 2016. Nel corso di quella stessa campagna elettorale ha anche criticato gli altri candidati alla nomina repubblicana, tra i quali Jeb Bush, per essersi espressi in spagnolo in alcune occasioni. Inoltre, a seguito della sua investitura ufficiale, nel gennaio 2017 Trump ha eliminato la versione in lingua spagnola del sito web della Casa Bianca, anche se poi è stata ripristinata.

 

Non c’è da stupirsi, quindi, se gli episodi di odio e discriminazione nei confronti dei latinos continuano a crescere e a essere denunciati tramite video postati sui social: ricevendo supporto dai livelli più alti delle istituzioni americane, i comuni cittadini si sentono autorizzati a comportarsi come il loro Presidente.

Nel 2018, ad esempio, due donne in Montana sono state detenute da un agente di frontiera per aver parlato in spagnolo tra di loro; nello stesso anno, alcuni impiegati di un ristorante di Manhattan sono stati minacciati dall’avvocato Aaron Schlossberg per aver risposto in spagnolo a dei clienti ispanofoni. Un episodio simile si è verificato anche in California, in cui un avvocato donna è stata rimproverata da una superiore per aver socializzato in una lingua diversa dall’inglese sul posto di lavoro, in quanto si temeva che stesse parlando male di qualcuno.

La discriminazione linguistica, però, è sintomo di una malattia sistemica più grave: quello che minaccia davvero l’orgoglio dei nazionalisti e dei suprematisti bianchi, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è la paura della diversità e “dell’immigrato”. Nell’America di Trump, in cui l’equazione “spagnolo=immigrato” si è rafforzata nel tempo, la conformità è vista come un vantaggio, mentre la differenza deve essere condannata, repressa ed eventualmente allontanata, magari tramite un muro.

Tuttavia, è compito degli stessi cittadini statunitensi decidere se abbracciare una mentalità più inclusiva o continuare a fare della discriminazione un vanto: le elezioni del 3 novembre, infatti, potrebbero rappresentare un punto di rottura con la politica dell’esclusione. Riusciranno gli americani a cogliere questa opportunità?

Di: Alessia Brambilla

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