di Enrico Giunta
Quali sono le dinamiche interne ai due Partiti e cosa aspettarsi dai due candidati ufficiali per la Casa Bianca? Quali gli scenari che si profileranno per gli Stati Uniti e per il mondo in caso di vittoria di uno o dell’altro?

Le Convention repubblicana e democratica si sono concluse ormai da giorni, con l’ufficializzazione del verdetto delle primarie: a novembre Donald Trump correrà per i repubblicani e Hillary Clinton per i democratici. È stata una campagna presidenziale che ha dato, e sicuramente ancora darà, un notevole “spettacolo”.

[ecko_alert color=”orange”]Trump e i Repubblicani[/ecko_alert]

Il miliardario newyorkese, partendo da sfavorito all’inizio delle primarie, ha sbaragliato la concorrenza eliminando uno dopo l’altro gli avversari – almeno sulla carta – istituzionalmente più forti, come Jeb Bush, Marco Rubio e Ted Cruz. E lo ha fatto grazie al completo abbandono del “politically correct”, alla frammentazione del GOP (Grand Old Party) spinto sempre più “a destra” dall’ala dei Tea Party, e a un abile utilizzo di argomenti da sempre “sensibili” per una parte dell’elettorato repubblicano.

Tuttavia, argomenti da campagna elettorale come il muro al confine con il Messico, la registrazione di tutti i musulmani su appositi registri e il respingimento dei rifugiati siriani, se da un lato infuocano una parte (se non molto cospicua, almeno molto rumorosa) dell’elettorato repubblicano, dall’altra non convincono e addirittura spaventano i repubblicani moderati. Tanto che si è arrivati alla costituzione di movimenti come “Democrats for one day” (democratici per un giorno) dove figurano elettori repubblicani che a novembre voteranno per Hillary Clinton. Un sentimento comune anche ad alcuni esponenti repubblicani “di spicco”.

Anche se il magnate è considerato da alcuni “la rovina del GOP”, per averne causato l’estremizzazione e per aver relegato la parte moderata all’inconsistenza, gli va riconosciuto il merito di essere il candidato repubblicano più popolare degli ultimi anni, grazie alla marea di consensi raccolti anche grazie alla scelta di tematiche e toni populisti, inseriti in un contesto storico difficile e quantomai incerto, dove vendere improbabili quanto facili soluzioni a problemi complessi attira l’elettore, anche quello meno interessato alla politica.

Ma oltre alle sue scelte di politica interna, vanno tenute in considerazione anche quelle di politica estera, non certo priva di colpi di scena. Più volte il tycoon ha espresso grande ammirazione e la volontà di “riprendere il dialogo” con la Russia di Putin arrivando addirittura, tra un mare di polemiche, a chiedere l’aiuto di hacker russi legati al Cremlino per ritrovare le mail di Hillary Clinton, relative al “mail gate” e ai presunti boicottaggi in casa Dem nei confronti di Bernie Sanders, emersi dalla pubblicazione da parte di Wikileaks di alcune mail trafugate dagli account di posta del partito.

Una delle più recenti “sparate” è stata pronunciata da Trump il 9 agosto, quando durante un comizio, ha velatamente affermato che se la Clinton dovesse diventare Presidente, l’unico modo per eliminare il rischio di una stretta sulle armi (il Secondo emendamento della Costituzione Usa) sarebbe eliminare Clinton.

L’ex-direttore della CIA, dopo aver sentito questa frase, ha riferito alla CNN che

“If someone else had said that outside the hall, he’d be in the back of a police wagon now, with the Secret Service questioning him”.

Nota a margine: il Secret Service, oltre che alla sicurezza del Presidente in carica, si occupa della sicurezza dei candidati alla Presidenza.

Ma non finisce qui: in un’intervista al New York Times rilasciata a metà luglio, Trump ha preso di mira la NATO, e l’Ucraina. La prima, con Trump alla Casa Bianca, non vedrà il supporto incondizionato degli Stati Uniti in caso di una ipotetica invasione russa a danno dei Paesi baltici, almeno fino a quando ciò non danneggerà direttamente gli interessi economici statunitensi. La seconda è stata oggetto dell’affermazione “il popolo della Crimea vuole stare con la Russia”, creando polemiche e dissapori diplomatici.

Più volte è anche trapelato un leggero ammorbidimento nei confronti della Corea del Nord, dato che per il miliardario “non ci sarebbe alcun problema ad incontrare Kim Jong-un”. Ma è proprio in estremo oriente che si trova il nemico numero uno per Trump: la Cina. Accusata di attuare politiche economiche e commerciali scorrette, muovendo artificiosamente il tasso di cambio della sua moneta e “invadendo gli Stati Uniti con merce scadente”. Insomma, Pechino è il bersaglio prediletto di Donald Trump, ma lo è principalmente dal punto di vista economico.

La politica estera dell’eventuale era Trump sarà quindi probabilmente caratterizzata da un rapporto di maggiore “rispetto” (di convenienza, anche elettorale) con ex-avversari, da una minor dedizione nel supportare storici alleati, e da una visione quasi esclusivamente economicistica: se non danneggia economicamente gli USA perché dovremmo impedirlo? E se per un verso alcuni di questi atteggiamenti possono costituire delle “interessanti” novità, l’enorme incertezza che regna intorno al tycoon newyorkese, che ha già dimostrato di poter cambiare idea repentinamente senza dare troppe giustificazioni, rende tali prese di posizione “lontane” e non particolarmente rilevanti per l’elettore che a novembre dovrà scegliere se dare il proprio voto a Trump.

[ecko_alert color=”orange”]Clinton, la scelta migliore?[/ecko_alert]

Hillary Clinton: la prima donna ufficialmente candidata per uno dei due grandi partiti alla Casa Bianca. La precisazione “un grande partito” è necessaria: perché già nel 1872 Victoria Woodhull corse per la presidenza (salvo essere arrestata pochi giorni prima delle votazioni). E nel 1884 e 1888 Belva Ann Lockwood fu la prima donna ad essere presente sulle schede elettorali. Ma nonostante la doverosa precisazione resta innegabile: Hillary Clinton è davvero la prima donna che “rischia” di diventare il Presidente degli Stati Uniti.

Tuttavia per lei le primarie democratiche, come successo in quelle che sancirono la nomination di Obama all’epoca del suo primo mandato, si sono rivelate difficili ed incerte. E questo a causa di un nome che indubbiamente resterà nella storia americana: Bernie Sanders. Anziano senatore del Vermont, autodefinitosi “socialista democratico” che nel Paese capitalista per antonomasia è riuscito a coinvolgere una enorme fetta dell’elettorato democratico (quasi la metà) e di quello progressista e indipendente, ispirando e animando migliaia di giovani.

Con il suo programma incentrato su un aumento delle tasse per i ricchi per finanziare politiche sociali e di welfare, può considerarsi lui il vincitore morale di queste primarie perché, pur non avendo vinto, ha convinto. Contrariamente alla sfidante Hillary, che vince, ma non convince. Secondo alcuni sondaggi, infatti, Sanders avrebbe sconfitto Trump con molta più facilità di Hillary Clinton, e sarebbe stato votato di buon grado da progressisti e centristi. Anche se secondo gli ultimi rilevamenti Clinton avrebbe comunque 10 punti percentuali di vantaggio sull’avversario.

Tuttavia l’effetto Sanders non finirà con queste elezioni di novembre, e la matrice radicale delle sue posizioni influenzerà profondamente il futuro del Partito Democratico e, probabilmente, di tutti gli Stati Uniti spostando le posizioni democratiche un po’ più a sinistra. Situazione con la quale Hillary Clinton, se eletta e dopo aver ottenuto l’appoggio ufficiale di Sanders, dovrà necessariamente fare i conti.

Con Hillary alla Casa Bianca, si potrà preventivare una prosecuzione generale delle politiche iniziate da Obama: diminuire la diffusione delle armi, implementare la riforma sanitaria, continuare la strategia di accerchiamento economico alla Cina, continuare il dialogo con Cuba e Iran e mostrare determinazione nei confronti della Russia. Ed è proprio il rapporto tra Putin e Clinton, da sempre burrascoso, che sicuramente non aiuterà nelle odierne difficoltose relazioni diplomatiche tra i due Paesi, visti i precedenti.

Tuttavia l’ex first lady resta la candidata con il curriculum più adatto alla presidenza: la lunghissima carriera diplomatica, il ruolo di Segretario di Stato e la profonda conoscenza di molte delle dinamiche che vedono coinvolti gli USA la rendono un candidato naturale per la Casa Bianca.

Antefatti e sondaggi alla mano, Hillary Clinton sembra avere davvero le carte migliori per la “finale” di novembre, ma anche nel 2008 la sua nomination sembrava scontata, e tutti sappiamo come andò a finire. Il problema principale di Hillary Clinton, probabilmente, è proprio Hillary Clinton, considerata con meno favore positivo dagli stessi elettori democratici, e fondamentalmente vista come il “male minore”.

Dall’altra parte invece, l’irruenza e la demagogia dell’inaspettato sfidante sembrano essere il suo punto forte, almeno fino a quando la maggioranza degli americani riterrà il “politically incorrect” la principale unità di misura con la quale scegliere per chi votare.

Make America Great Again, o Stronger Together ? Lo si vedrà a Novembre.

Redazione
Leave a replyComments (0)

Lascia un commento