Il giorno dei prigionieri palestinesi

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Di Marta Furlan
Le manifestazioni annuali di protesta contro le condizioni dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane consentono di riflettere sulla politica seguita da Israele nei loro confronti, e su come una linea più moderata sia necessaria per la lotta all’estremismo.

Dal 1974, quando vi fu il primo scambio di prigionieri tra governo Israeliano e Autorità palestinese, ogni anno, il 17 aprile, i Palestinesi si raccolgono nelle strade di città e villaggi di Gaza e della Cisgiordania per celebrare il cosiddetto Palestinian Prisoners Day: il giorno dei prigionieri palestinesi.

Queste manifestazioni uniscono per le strade ogni anno il popolo palestinese, sulle note di canti, cori, e grida di protesta rivolte al governo di Tel Aviv. Scopo della giornata, infatti, non è solo ricordare i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, ma soprattutto attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulle modalità utilizzate dalla Polizia israeliana per arrestare i cittadini palestinesi e sulle condizioni di detenzione cui questi sono sottoposti.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, attualmente sarebbero 7,000 i palestinesi detenuti. Negli ultimi sei mesi, tali numeri hanno conosciuto un significativo aumento a causa dello scoppio nell’ottobre 2015 di una nuova ondata di violenza nei confronti di cittadini e militari israeliani. Altra fonte di preoccupazione è il fatto che gli ultimi mesi abbiano visto una forte crescita della “detenzione amministrativa”, una pratica che nella legislazione israeliana consente, per motivi di sicurezza, la detenzione senza processo fino a 6 mesi (rinnovabili).

Sempre secondo quanto riportato da Al Jazeera, a tale aumento nel numero di arresti sono da aggiungere le condanne provenienti da più gruppi umanitari che accusano Israele di negare appropriate cure mediche a molti prigionieri palestinesi.

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Il 17 aprile, allora, è in questo contesto non solo occasione per i palestinesi di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma è anche occasione per riflettere sulla realtà delle politiche israeliane e le implicazioni che esse hanno e/o possono avere nei rapporti con i palestinesi.

Lungi dal contestare l’innegabile necessità di adottare misure di polizia risolute ed efficaci nei confronti di quanti ricorrono all’utilizzo del terrore per dar voce alle proprie aspirazioni politiche, è tuttavia da riconoscere la limitatezza e le problematiche insite nella linea politica seguita da Israele. La durezza delle misure adottate dalle forze di polizia nei confronti dei palestinesi, il crescente ricorso alla detenzione amministrative, e le spesso difficili condizioni (fisiche e psicologiche) di detenzione sono infatti controproducenti per l’intera società israeliana.

Più Israele adotta linee di condotta dure, più il risultato sarà un indebolimento di quei palestinesi che cercano il dialogo con Tel Aviv, con un conseguente rafforzamento delle fazioni più estreme del panorama politico palestinese. Arrabbiato, frustrato e disilluso, il popolo palestinese troverà sempre più difficile considerare credibile e realistico il programma politico di quanti abbracciano una linea moderata. Al contrario, troverà sempre più attraente l’intransigenza promossa da gruppi e individui di ispirazione estremista che affidano la propria voce alla violenza piuttosto che al dialogo.

Chiaro esempio di ciò, del resto, è il crescente supporto che – sia a livello di leadership sia a livello popolare – sta ottenendo Marwan Barghouti. Fedele a una politica nei fatti significativamente più radicale di quella di Abbas, Barghouti è riuscito a ricevere l’appoggio di gruppi quali Hamas e Islamic Jihad e di una fetta non indifferente della popolazione che ne parla come di un Mandela palestinese.

Questa realtà all’interno dello scenario socio-politico palestinese si rivelerà specialmente pericolosa nel momento in cui Abbas lascerà il proprio ruolo e la questione della successione nella leadership della Palestinian Authority emergerà in primo piano.

Se Israele vuole evitare che il ruolo di leader passi nel prossimo futuro nelle mani di figure come Barghouti e degli estremisti che lo spalleggiano, dovrebbe iniziare a prevenire le derive estremiste della politica palestinese e dovrebbe farlo adottando politiche e misure ispirate a maggiore moderazione nei propri rapporti quotidiani con la popolazione palestinese.

Solo attraverso un approccio capace di arginare la crescente alienazione e ostilità del popolo palestinese, infatti, Israele potrà contribuire a rafforzare la credibilità di quei palestinesi più moderati e aperti al dialogo che sono i suoi più importanti alleati e con i quali dovrebbe intensificare la propria collaborazione.

Il 17 aprile, dunque, è servito a ricordare non solo le dure condizioni dei prigionieri palestinesi ma, ancor più, quanto le misure e le politiche adottate da Israele nei loro confronti siano fonte di polarizzazione e incentivo all’estremismo, e come la stessa Israele gioverebbe da una revisione e moderazione del proprio approccio in tal senso.

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