A 30 anni dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, la Russia cerca nuovamente di riaffermare la propria influenza sul Paese dell’Asia meridionale, dilaniato da 40 anni di conflitto, provando ad inserirsi nel processo di pace afghano.

Venerdì 9 novembre si è tenuta per la prima volta a Mosca una conferenza che ha visto seduti allo stesso tavolo delegati del gruppo islamista dei Talebani, del governo di Kabul – rappresentato indirettamente da membri dell’Afghanistan High Council for Peace, un organismo i cui individui sono scelti direttamente dal governo centrale – e una una dozzina di altri Paesi, fra cui Cina, India e Pakistan Gli Usa, che negli anni passati sono stati al centro dei colloqui diplomatici tra le parti, erano presenti solo come osservatori.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov con i membri delle delegazioni durante i colloqui a Mosca – Sergei Karpukhin / Reuters

Sebbene sia innegabile che la conferenza rappresenti un passo avanti nella risoluzione della delicata situazione afghana, sia i rappresentanti del governo che i Talebani hanno negato che l’incontro possa essere descritto come l’avvio di un negoziato diretto per la pace fra le due controparti.

Infatti, il capo dell’ala politica dei Talebani, Sher Mohammed Abbas Stanekzai, ha sottolineato come il gruppo non sia disposto a trattare direttamente con il governo di Kabul, ritenuto illegittimo, ma che sia disponibile a continuare i negoziati con Washington, discussione portata avanti sino ad ora dal diplomatico statunitense Zalmay Khalizad.

La conferenza non ha segnalato significativi progressi, tuttavia, i delegati hanno riconosciuto la buona riuscita dell’incontro. Certamente, la conferenza rappresenta un grande successo per Mosca, super potenza globale capace di far dialogare le principali parti del conflitto dopo gli Stati Uniti.

Sia Washington che Kabul vorrebbero evitare che fosse a Mosca a prendere le redini del processo di pace, tuttavia la Russia si trova in una posizione unica, essendo l’unico Paese ad intrattenere pubblicamente rapporti sia con il governo afghano che con i Talebani.

È stato lo stesso Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, a rimarcare, in una breve introduzione al pubblico prima dell’incontro, come per il governo di Mosca, impegnato nel far recuperare alla Russia il ruolo di grande potenza, tale evento rappresenti sicuramente un grande successo.

L’Afghanistan è un Paese che riporta alla mente dei russi brutti ricordi. Nel 1979 l’Armata Rossa invadeva il Paese, iniziando una guerra che sarebbe durata nove anni, terminata con il rovinoso ritiro delle truppe sovietiche. Un conflitto che è fra le cause di quella che Putin ha definito la più grande tragedia geopolitica del Novecento, ossia la caduta dell’Unione Sovietica.

I negoziati giungono dopo anni di rapporti diplomatici intrattenuti da Mosca con i Talebani, i quali hanno dialogato e mantenuto relazioni con diversi Paesi, fra cui Turchia, Iran, Arabia Saudita e anche gli stessi Stati Uniti, ma spesso avvolte da un velo di segretezza. Un precedente tentativo da parte di Mosca era fallito due mesi fa, a causa dell’obiezione da parte del governo di Kabul, il quale pretendeva di condurre i negoziati, clausola inaccettabile per i Talebani. Allo stesso modo Washington aveva declinato l’invito a partecipare, affermando che tale incontro non avrebbe portato nessun risultato concreto.

Combattenti talebani arrestati a Kabul nel marzo 2018 – AFP

Secondo Michael Kugelman, senior associate del Woodrow Wilson Center di Washington, il Presidente Ghani ha mutato la propria opinione, accettando che il governo di Kabul partecipasse, seppur indirettamente, alla conferenza di venerdì: “perché ne ha riconosciuto l’importanza, sebbene non vi fossero possibilità concrete di fare dei passi avanti”, aggiungendo che “il forte desiderio di Kabul di avviare un processo di pace, fa sì che valga la pena partecipare ad ogni incontro che prevede la contemporanea presenza dei Talebani”.

Nonostante l’iniziativa di Mosca, tuttavia, gli attacchi del gruppo islamista non si sono fermati, anzi, nei giorni scorsi 10 soldati e 7 poliziotti sono morti nel corso di un attentato nella provincia settentrionale di Takhar.

di Antonio Schiavano
Redazione
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