L’idea che i Balcani siano una regione a rischio jihadista è divenuta oramai uno dei temi più dibattuti sulla Penisola balcanica. I dati sui foreign fighters che stanno combattendo nel teatro siro-iracheno dimostrano tuttavia come questa sia un’esagerazione. Per quanto non si possa scommettere sulla sicurezza della regione, non si può nemmeno affermare come questi siano un pericolo per la sicurezza europea.

Il presupposto da cui partire è una breve analisi dell’Islam balcanico. Un Islam differente, abituato a lungo alla convivenza interetnica e interreligiosa. Il sistema politico ottomano operante nei Balcani ha infatti concesso, con tutti i limiti del sistema istituzionale della Sublime Porta, discrete libertà religiose per cristiani ed ebrei, a lungo residenti nella Penisola balcanica. Tali aperture si basavano sul cosiddetto Patto di Omar, un documento probabilmente precedente alla nascita dell’Impero Ottomano, che servì per regolare i rapporti tra i musulmani e le genti del Libro (Ahl al-Kitāb) secondo cui cristiani, ebrei e zoroastriani erano meritevoli di protezione, libertà di culto e autonomia religiosa.

La Bosnia ed Erzegovina, magistralmente raccontata dal vincitore del premio Nobel per la letteratura Ivo Andrić nel suo libro “Na Drini Ćuprija” (Il ponte sulla Drina), è l’esemplificazione della convivenza interetnica e interreligiosa della regione. Secondo l’ultimo censimento, in Bosnia ed Erzegovina la maggioranza della popolazione è oggi di fede musulmana. Atti di intolleranza, tuttavia, sono eventi assai rari. Gli altri due Paesi a maggioranza musulmana sono l’Albania e il Kosovo.

Credits: Eurasia

L’analisi del numero dei foreign fighters è utile per comprendere il reale peso dell’Islam radicale in questi Paesi. Studi sul radicalismo islamico nei Balcani, come quello condotto da Vlado Azinović per la Bosnia ed Erzegovina, mostrano dati assolutamente interessanti. Sono infatti 330 i cittadini bosniaci che sono partiti per la Siria, 90 dall’Albania e 150 i kosovari. Analizzando il peso sulla popolazione musulmana di questi Paesi, i volontari bosniaci sono lo 0,021% della popolazione di fede islamica, mentre albanesi e kosovari sono rispettivamente lo 0,005% e lo 0,008%. Numeri assai rivalutati rispetto al clamore che sui giornali italiani spesso viene fatto dei Balcani, considerati a tutti gli effetti una fucina di terroristi islamici.

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Il motivo per cui sono i Balcani ad essere presi di mira da una propaganda quasi islamofoba risiede su due pilastri principali.

Il primo è il concetto di Balcanismo, spiegato dalla docente bulgara Maria Todorova nel suo libro “Imagining the Balkans” e riprendendo gli studi di Edward Said sull’Orientalismo. Secondo la Todorova, la regione balcanica è da sempre vista come un luogo vissuto da barbari dedito alla violenza. Le numerose guerre che hanno interessato la Penisola nel XX secolo, dalle prime guerre balcaniche ai conflitti del 1992-1995 e del 1996-1999, hanno confermato un pregiudizio che è complesso da estirpare.

La seconda ragione è la possibile futura integrazione di questi Paesi nell’Unione Europea. Bosnia ed Erzegovina e Albania hanno infatti presentato domanda di adesione all’Ue rispettivamente nel 2016 e nel 2009. Seppur ostacoli si frappongono ancora tra l’adesione di questi Paesi all’Ue, un loro futuro ingresso consentirebbe la libera circolazione dei propri cittadini entro i confini dell’Unione. Qualcosa che, a quanto pare, spaventa ancora.

Non bisogna tuttavia sottovalutare la questione. Se è vero che non sono un pericolo, i Balcani non sono certamente una fonte di sicurezza. Gli alti tassi di disoccupazione, sia totale che giovanile, e di disuguaglianze sociali possono portare a un maggiore radicamento del fondamentalismo islamico, offrendo a giovani disillusi le speranze per un riscatto. L’Unione Europea deve farsi sicuramente carico di un miglioramento dei servizi di intelligence dei Paesi balcanici, aumentando anche la cooperazione con questi per impedire immediatamente qualsiasi rischio.

di Edoardo Corradi
Redazione
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