Siria: via ai colloqui di pace, tra rinvii e minacce

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La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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I colloqui di pace sono iniziati, a fatica, con la partecipazione in dubbio fino all’ultimo delle opposizioni. Ecco cosa è accaduto, anche dietro le quinte.

Si è aperto a Ginevra il terzo tentativo mediato dall’ONU di far negoziare regime siriano e opposizioni, senza però che le due parti si confrontino direttamente allo stesso tavolo: le delegazioni stanno incontrando separatamente l’inviato speciale Staffan De Mistura. I lavori dovevano iniziare il 25 gennaio, ma sono stati rimandati più volte a causa del boicottaggio dell’opposizione dovuto alla mancanza di garanzie del rispetto della risoluzione S/RES/2254 (approvata all’unanimità il mese scorso) sul piano di pace.

L’opposizione, rappresentata dal team dell’Higher Negotiations Committee (HNC), eletto alla Conferenza di Riyad, e guidata da Riyad Hijab, ex Primo Ministro siriano, chiedeva che prima dell’apertura dei colloqui venissero implementati gli articoli 12 e 13 della risoluzione, relativi alla fine dei bombardamenti su aree civili, la fine degli assedi (a Madaya, secondo Medici Senza Frontiere, sono morte di fame altre 16 persone da quando i due convogli ONU sono entrati), il rilascio dei prigionieri politici e l’apertura di corridoi umanitari per portare aiuti alla popolazione civile, finora bloccati dal regime di Damasco, come denunciato pochi giorni fa al Consiglio di Sicurezza da Stephen O’Brien, Coordinatore ONU per gli aiuti umanitari, secondo cui il regime ha accolto solo il 10% delle richieste dell’ONU. L’opposizione siriana sostiene che queste non siano precondizioni per l’avvio dei colloqui, ma diritti della popolazione civile sanciti dal diritto internazionale. Per quanto riguarda gli assedi, de Mistura ha affermato in conferenza stampa che sono 14 le città assediate. 11 dal regime siriano, 2 dai ribelli e 1 da ISIS.

L’opposizione ha accettato di partecipare solo dopo aver ricevuto garanzie scritte circa l’applicazione della risoluzione. Ma c’è molto altro dietro le quinte.

Inizialmente, mancava un accordo tra le potenze coinvolte su chi dovesse essere invitato. La Russia e il regime siriano rifiutavano il team dell’opposizione (eletto alla Conferenza di Riyad) come legittimo interlocutore, tanto che la Russia ha fortemente sostenuto un’altra delegazione, sostanzialmente un’opposizione interna di Damasco. Una serie di formazioni basate in Siria, alcune ritenute illegali da Damasco, ma comunque tollerate dai servizi di sicurezza, altre legali e inquadrate nel partito Baath (quello del governo di Assad), quindi di fatto estensione del regime. Ecco spiegato il motivo per il quale l’HNC chiedeva di essere riconosciuto come unico vero rappresentante dell’opposizione presente alle trattative: l’opposizione sostenuta dal regime è di fatto parte di quel regime. Alla fine, 10 dei nomi proposti dalla Russia sono stati invitati da De Mistura, ma come “consiglieri” indipendenti, piuttosto che come delegati.

Colpo di mortaio inesploso a Sheikh Miskeen (Deraa), dopo essere stata riconquistata dalle truppe siriane. 26/01/2016. Credit to: AFP
Colpo di mortaio inesploso a Sheikh Miskeen (Deraa), dopo essere stata riconquistata dalle truppe siriane. 26/01/2016. Credit to: AFP

Ma c’è anche un altro motivo per cui l’opposizione ha inizialmente boicottato i colloqui, un retroscena che ha per protagonisti gli Stati Uniti. Il 23 gennaio il Segretario di Stato americano John Kerry ha incontrato i rappresentanti dell’HNC esercitando pressioni affinchè partecipassero ai colloqui e accettassero la presenza di rappresentanti dell’opposizione interna a Damasco (tra cui Haytham Manna e Qadri Jamil, per anni vissuti a Mosca e noti per essere molto vicini al Cremlino), lasciando intendere che se non lo avessero fatto sarebbe stato “rivalutato” il sostegno dato loro.

Riyad Hijab ha accusato gli USA di voler imporre le posizioni di Russia e Iran ricorrendo alla minaccia nel momento in cui Kerry lo ha informato che gli USA (d’intesa con la Russia) non vedono alternativa alla partecipazione di Assad a un governo di unità nazionale, che conduca a elezioni che coinvolgano anche lo stesso Presidente siriano. Ma la risoluzione ONU approvata all’unanimità parla di governo di transizione, non di unità nazionale: transizione significa trasferimento del potere e passaggio graduale ad un nuovo governo democraticamente eletto, mentre unità nazionale significa che l’attuale governo resta dov’è così com’è, venendo solo affiancato da membri dell’opposizione. Condizione inaccettabile per le opposizioni che da anni lottano con il regime.

Kerry ha negato di aver minacciato l’opposizione, però nei fatti la ritorsione è già reale: a nord, sul fronte di Aleppo, le forniture militari ai ribelli si sono interrotte, tanto che la potente brigata Nour al-Din al-Zenki, che fa parte di quel programma di finanziamento USA rivolto alle fazioni moderate, ha annunciato un ridispiegamento a causa dell’interruzione del sostegno americano. Stessa cosa avvenuta a sud, sul fronte di Deraa, dove il Military Operations Center di Amman ha esplicitamente imposto al Southern Front di cessare ogni ostilità contro le truppe governative e di concentrarsi solo contro Nusra. Ciò si spiega sia con il riavvicinamento tra Giordania e Russia che con l’intesa tra USA e Russia nel dare continuità al regime siriano. Anche per questo nelle ultime settimane il regime, sostenuto dai massicci bombardamenti russi e dalle milizie iraniane e di Hezbollah, ha riconquistato terreno nelle province di Latakia, Aleppo e Deraa, cosa che lo rafforza nelle trattative.

Situazione militare in Siria al 18/01/2016. Credit to: Thomas van Linge  
Situazione militare in Siria al 18/01/2016. Credit to: Thomas van Linge

La delegazione del regime siriano, guidata dall’ambasciatore all’ONU Bashar al-Jaafari, ha infatti dichiarato che non accetterà precondizioni e che gli articoli 12 e 13 verranno discussi durante i colloqui e non prima. Tuttavia, la fame usata come arma di guerra, gli assedi alle città e i bombardamenti indiscriminati sono crimini di guerra e in quanto tali non negoziabili, come ha ricordato Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani. Jaafari ha inoltre dichiarato che il governo siriano si opporrà a qualunque tentativo da parte dell’amministrazione autonoma curda del Rojava di emergere come entità autonoma. L’unità della Siria, infatti, è la priorità di Damasco, e una Siria federata è fuori discussione. Da notare che a Ginevra non sono stati invitati rappresentanti del partito curdo PYD né delle milizie dell’YPG, affiliate al PKK, sia per la contrarietà della Turchia, ma parrebbe anche di USA e Russia, che avrebbero preferito escluderli in questa fase per poi ammetterli successivamente. Haytham Manna ha dichiarato: “Gli americani hanno incontrati Saleh Muslim [ndt: leader dell’YPD] a Losanna e hanno detto che vogliono che l’YPD giochi un ruolo, ma non subito.”

Per capire le difficoltà di questi colloqui si consideri che nella delegazione del governo siriano figura Samer Bredie, tenente colonnello a capo dei Servizi di Sicurezza di Douma (Damasco) nel 2011, responsabili della repressione, dell’arresto, della tortura e della morte di numerosi prigionieri, mentre in quella dell’opposizione vi è Mohamed Alloush, fratello di Zahran Alloush, il leader della fazione islamista Jaysh al-Islam ucciso da un raid russo a Natale, perchè considerato da Russia e Siria esponente di spicco di un gruppo terrorista (noto ai più per l’episodio dei prigionieri nelle gabbie).

In ogni caso, i colloqui sono appena iniziati, il processo si prospetta lungo e il successo è tutt’altro che scontato. Come spiegato da De Mistura in una nota confidenziale, la realtà è che l’ONU non ha potere da esercitare per garantire il rispetto delle risoluzioni o per implementare il piano di pace.

Per approfondire le dinamiche e i retroscena di questi colloqui, si rimanda a questo articolo.

di Samantha Falciatori

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