L’interpretazione della realtà è un fattore determinante delle relazioni internazionali. Gli Stati, i popoli e le leggi decodificano il mondo secondo differenti pattern percettivi, che dipendono in primo luogo dalle vicende storiche in cui prendono forma. La Russia non fa differenza. Le élite politiche europee, ma soprattutto statunitensi, sembrano essersene dimenticate, forti del verdetto, che alla fine della Guerra Fredda, decretò l’emisfero occidentale come il vincitore geopolitico della contesa. Tuttavia, questo processo di rimozione ha causato enormi fraintendimenti, e continua a farlo.

Nel breve periodo successivo alla fine della Guerra Fredda, l’Europa e gli Stati Uniti si sono trovati in una condizione di semi-dominio sull’intero mondo. Un dominio militare, culturale e ideologico. L’Urss era crollata, e non rimaneva altro che una Russia federale in declino. In questo lasso di tempo, si è cementata nell’uomo occidentale europeo e americano, la convinzione di possedere – se non l’unico punto di vista “di valore” sulle cose del mondo – quello che tutto sommato, aveva battuto gli altri. Una vittoria che assicurava una supremazia tale, da assolvere qualsiasi errore, da giustificare qualsiasi comportamento; abbiamo vinto il mondo, quindi il mondo si interpreta come lo interpretiamo noi. È durato poco, giusto un momento.

La Storia è andata avanti, e le cose, come sempre, si sono complicate. Le problematiche aumentano su ogni fronte: ambientale, demografico, politico, economico, sociale; il sistema internazionale è sempre più instabile, i ruoli globali sempre meno definiti e il diritto internazionale carta straccia. Mancano paesi in grado di guidare e bilanciare gli equilibri di potere a livello mondiale senza provocare traumatici scossoni geopolitici. L’arena internazionale è tornata ad essere multipolare; ma le regole del gioco sono cambiate rispetto al passato. Quello contemporaneo è un multipolarismo caotico e disordinato, dove a parlarsi non sono élite con retaggi culturali e obiettivi comuni – come potevano essere i leader europei del XVII secolo – bensì nuove e vecchie superpotenze alla ricerca di propri spazi e di riscatti storici, in un contesto dove la globalizzazione di stampo internazionalista e capitalista tenta di sradicare senza successo uno dei concetti politici più longevi, la sovranità.

In passato le potenze europee potevano contare su una valvola di sfogo per le proprie esigenze e la propria fame di risorse: le colonie. Oggi gli spazi da conquistare sono finiti, le risorse sono sempre più scarse e le grandi potenze sempre più numerose, e cosa più rilevante, ognuna possiede una propria idea di come dovrebbero funzionare le cose al mondo. Perché come scrive Caracciolo su Limes, «siamo troppi su questo pianeta, e troppi sono i pretendenti al protagonismo, per consentire di avvicinare l’obiettivo di qualsiasi ordinamento: la riduzione della complessità». Beninteso, è sempre stato così. La differenza è che prima queste variabili “idee sul mondo” erano del tutto irrilevanti, poiché incapaci di farsi forza e tramutarsi – tranne in rari casi – in azioni. Oggi invece ci si accorge che non è più così, e che ad esempio, la Russia può decidere, tra lo sbigottimento generale – vero o presunto – di conquistare ed annettere un’intera regione di uno Stato sovrano confinante come la Crimea. Follia? No, interpretazione.

Vladimir Yakunin, presidente di Rossijskie železnye dorogi, le ferrovie russe, ma soprattutto consigliere fidato di Putin e persona tra le più influenti a Mosca, durante un panel di discussione chiamato “European Choice: Globalization or Re-Sovereignization” tenutosi a Ginevra il 6 marzo 2015, ha provato a spiegare il punto di vista russo.

La Russia non è contraria alla globalizzazione, anzi è cosciente dei vantaggi che può generare se governata saggiamente. La Russia però crede che esistano diversi modelli di globalizzazione, e che al momento sia ancora imperante quello statunitense, che forse andava bene 20 anni fa, ma che ora, inizia a mostrare pericolose crepe. A questo proposito Yakunin ha dichiarato che fin dal 1990, quando si è instaurato l’ordine mondiale post-Guerra Fredda, il termine “globalizzazione” è diventato sinonimo di conquista, ed ha ricordato, citando il famoso economista francese Jacques Attali, che la globalizzazione ha generato un mondo di vincitori e vinti senza che vi siano state guerre, ma che il numero dei vinti è stato di gran lunga superiore a quello dei vincitori. Urgono nuove regole, ma soprattutto, lascia intendere Yakunin, nuove regole scritte anche dalla Russia, perché «globalization is a matter of political reality, not of our taste or willingness to accept it or not».

É possibile coniugare l’inarrestabile dinamica della globalizzazione con la solidità legata al concetto di sovranità? La funzione principale dello Stato è rimasta invariata rispetto al periodo antecedente alla globalizzazione, afferma Yakunin. Lo Stato difende i diritti dei propri cittadini, protegge il proprio territorio, compete per accumulare le risorse, e innalza i propri valori come una bandiera. Esiste quindi oggi «a dichotomy between global values and state values that on the level of declarations are the same but, in reality, are not respected». Per la Russia il rapporto con l’Europa è essenziale. Questo perché il concetto di sovranità proprio dell’Europa continentale è più vicino al concetto di sovranità russo, piuttosto che a quello statunitense. Questo per ragioni storiche, ma soprattutto geografiche.

Guardate un planisfero: gli Stati Uniti sono, nei fatti, un’isola a cavallo tra due oceani, “se fossimo abitanti di un’isola, chi sarebbe più inespugnabile di noi?” fece dire Tucidide a Pericle a proposito di Atene. Gli Stati Uniti possiedono un’idea piratesca, marittima, mercantile e commerciale della globalizzazione e della sovranità. Un’idea (e un’ideologia) formatasi per motivi endogeni: gli Usa sono una nazione nata “sul mare”, e costruita da un popolo “del mare”, così come lo erano gli inglesi. I russi sono un popolo “di terra”, un popolo radicato nel passato, la loro idea di globalizzazione e sovranità non potrà mai avvicinarsi a quella statunitense, che è universale e totalizzante. Per i russi la globalizzazione deve essere particolare e frammentata, radicata alla terra, basata su sfere d’influenza (leggi: sovranità), su circuiti di valori che comunicano, ma che non possono imporsi gli uni sugli altri. Giusto o sbagliato non importa, perché si tratta di interpretazioni.

C’è una cosa che accomuna i due punti di vista, statunitense e russo: il considerarsi – tacitamente – imperi, ed essere investiti di conseguenza, di una missione messianica civilizzatrice.

Henry Kissinger nel suo poderoso libro “L’Arte della Diplomazia” da’ forse una descrizione della Russia tra le più crude, ma tanto chiare che addirittura un russo potrebbe concordare leggendo che:

“combattuta fra l’ossessione dell’insicurezza e lo zelo del proselitismo, fra le esigenze dell’Europa e le tentazioni dell’Asia, la Russia ha sempre avuto un ruolo nell’equilibrio europeo, pur non aderendovi mai spiritualmente. Le esigenze di conquista e di sicurezza coesistevano nella mente dei leader russi; dal Congresso di Vienna in poi l’Impero russo ha impegnato le sue forze militari in terra straniera più di qualsiasi altra grande potenza. Sia che fosse spinta da un senso d’insicurezza, sia per vocazione messianica, la Russia non ha mostrato che raramente il senso del limite. Per gran parte della sua storia è stata una causa in cerca di un’occasione.”

Lorenzo Carota
Lorenzo Carota
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