Questa è la quarta parte di un approfondimento a puntate sul popolo kurdo e sulle radici storiche di tensioni mai sopite.

Le prime tre parti le trovate qui.

Durante gli ultimi anni si è molto sentito parlare della cosiddetta “Rivoluzione del Rojava”, che a partire dal 2012 si è sviluppata nel nord della Siria, congiuntamente alle sommosse scoppiate nella regione MENA dall’anno precedente.

In quel periodo i kurdi che abitavano in quell’area hanno sfruttato la condizione di instabilità in cui si trovava lo Stato siriano per prendere il controllo di una fascia di territorio al confine con la Turchia, per stabilire una condizione di autogoverno provvisorio allo stesso tempo indipendente sia dal regime di Bashar al-Asad, sia dall’azione promossa dagli altri gruppi arabi e siriani che a partire dal 2011 si sono opposti al regime di Damasco.

Mappa via newroz2011

Dal nostro punto di vista è interessante domandarci perché al primo segno di evidente instabilità del regime di Damasco un gruppo di individui abbia deciso di prenderne le distanze.

È altresì fondamentale interrogarsi sul perché questo processo sia stato guidato principalmente da gruppi e personalità che si riconoscono nell’identità kurda.

Per tentare di darci alcune risposte è essenziale ripercorrere la storia siriana del Novecento, con un occhio particolare alle determinanti che potrebbero aver giocato un ruolo nella costruzione di un sentimento di estraneità o diffidenza tra le élite alawite che controllano il paese, la maggioranza arabo-sunnita e la minoranza kurda.

Sia durante il mandato francese in Siria (1919-1945) sia durante i primi anni di indipendenza coloniale, l’atteggiamento nei confronti dei kurdi si era rivelato prevalentemente di tolleranza e rispetto. Questo cambiò a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, quando iniziò a svilupparsi un forte movimento nazionalista arabo. Si diffuse in tutta la regione un sentimento di pan-arabismo, ispirato dal successo di Nasser in Egitto, che in alcuni casi ebbe come conseguenza anche quella di soffocare politicamente le minoranze etniche.

I primi atti di discriminazione verso il popolo kurdo siriano iniziarono proprio in questo periodo, con l’aumento dell’influenza sullo stato del partito Ba’th, con il divieto formale di pubblicazione di testi in lingua kurda (e turca) imposto nel 1958.

Posizioni anti-kurde raggiunsero i ranghi del potere e lo scrittore Lieutenant Mohamed Talab Hilal fu nominato ministro del governo a seguito della pubblicazione di dodici punti programmatici riguardanti le regioni kurde, all’interno di uno studio del 1963 intitolato La provincia di Al-Jazira: aspetti nazionali, sociali, politici.

All’interno dei dodici punti si enunciavano politiche che prevedevano la deportazione dei kurdi dalla regione di Jazira (nord-est della Siria), la loro dispersione in altre provincie e il ripopolamento delle terre da parte di famiglie arabe, il divieto di insegnamento in lingua kurda, la privazione del diritto di voto ed l’esclusione da qualsiasi incarico di governo per chi non conoscesse l’arabo.

Il provvedimento che ebbe l’impatto più evidente sulla situazione del popolo kurdo in Siria fu tuttavia il censimento che venne condotto nel 1963 e che portò all’esclusione dai diritti di cittadinanza, di proprietà e da svariati diritti civili – il matrimoni furono resi illegali, si vietò l’iscrizione dei i figli a scuola, e si escluse l’assistenza medica dallo Stato – per 100.000 persone.

L’idea centrale di questo approccio era quella di cancellare dall’immaginario comune l’esistenza di un popolo con le proprie rivendicazioni. Il tutto venne supportato da azioni delle forze armate tra cui incursioni nelle abitazioni e arresti. Il partito Ba’th, al potere con un colpo di stato dal 1966 e guidato dal 1970 da Hafiz al-Assad (padre dell’attuale presidente del regime di Damasco), giocava molto sulla retorica della purezza ideologica, della coesione sotto un unica ideologia, e chiaramente sull’esclusione delle minoranze, soprattutto quelle che si riteneva potessero vantare un’élite abbastanza influente come quella kurda.

Attivisti kurdi sfregiano una statua dell’ex presidente siriano Hafez al-Assad nella città curda di Derik durante le rivolte del novembre 2012 – credits: Giulio Petrocco, Al-Jazeera

Pochi anni prima, nel 1957, veniva formato il KDPS (Kurdistan Democratic Party of Syria), che domandava il riconoscimento dell’etnia kurda e dei suoi diritti, e mentre il Paese era segnato da due imponenti ondate di immigrazione dalla Turchia (una nel 1954, l’altra nel 1961), il governo siriano implementò forti misure restrittive nei confronti dei kurdi, anche attraverso il già citato censimento del 1963.

Intanto il nazionalismo arabo, promosso legalmente nella costituzione, diventava l’elemento portante del nuovo regime. Nel contempo, l’esclusione dell’identità kurda arrivava a essere parte della dottrina ufficiale dello Stato.

La coercizione nei confronti dei kurdi non è stata egualmente intensa durante gli ultimi 30 anni del secolo scorso, ma ha visto ondate di repressione a seconda del momento politico che attraversava il Paese e dell’intensità delle attività promosse dal movimento kurdo. Anche se l’attivismo kurdo non era forte come in Turchia e Iraq, e per questo non si dimostrò necessario intervenire con repressioni sanguinose, una base di controllo autoritario attraverso l’intelligence con rapimenti mirati e torture si mantenne.

Nel corso dei decenni vennero registrati vari casi di discriminazione (nel 1986, ad esempio, viene vietato l’uso della lingua kurda in ambienti di lavoro). Un altro aspetto è quello dell’esclusione dai posti di lavoro, che ebbe come effetto che moltissimi giovani si iscrissero nell’esercito per fuggire dalla discriminazione. Si registrano diversi arresti per proteste e celebrazioni culturali durante tutto questo lasso di tempo. Nel maggio del 2000, poco prima della morte di Hafiz al-Assad, con la Risoluzione 768 si ordinò la chiusura di tutti i negozi che vendevano cassette, video e dischi in lingua kurda e si ribadì il divieto di usare il kurdo durante incontri pubblici e festival.

In alcuni casi, durante il periodo di governo di Hafiz al-Assad, si tentò di incorporare i kurdi all’interno della retorica nazionale. Siccome questo procedimento si rendeva praticamente impossibile da un punto di vista etnico (difficile infatti far passare i Kurdi per Arabi), si tentò quest’operazione soprattutto in nome di un’unità sunnita. In campo religioso, si incentivò la promozione di personaggi religiosi di origine kurda a figure di rilievo proprio per tentare di includere i kurdi nel discorso nazionalista e farli distaccare dalla loro precedente identità.

Stesso meccanismo venne implementato in campo militare, spesso tentando di incorporare i kurdi offrendo loro posizioni di privilegio all’interno dell’esercito. Talvolta si venne data anche la possibilità di integrarsi nei ranghi politici del partito a cittadini siriani di origini kurde, naturalmente a patto che non mostrassero alcun segno di attaccamento alla cultura kurda e che sposassero le linee guida del partito Ba’th.

Queste politiche ebbero in alcuni casi l’effetto collaterale di facilitare i contatti tra alcuni kurdi incamerati nei gangli dello Stato e la base: sono stati registrati esempi di distribuzione di beni tra cittadini kurdi o del passaggio illegale del confine con la Turchia e con l’Iraq.

Nel 1998 la presenza dei kurdi nel Paese era stimata a 15,3 milioni di persone, tra l’otto e il dieci per cento della popolazione totale. Essi erano concentrati demograficamente nel nord della Siria e suddivisi in due aree principali. La prima è situata all’estremo nord-ovest della Siria ed è denominata Afrin. La seconda, quella di Jazira, è situata a nord della Siria, al confine con la Turchia mentre la terza area, situata nel governatorato di al-Hasaka, si colloca a nord-est della regione di Jazira.

Combattenti delle Women’s Protection Units durante l’allenamento nella città di Dayrik nel nord di al-Hasaka nel giugno 2018 – credits: AFP

Quasi tutti i kurdi che oggi abitano le terre siriane sono sunniti, con l’eccezione di piccole comunità. Da un punto di vista linguistico molti kurdi siriani sono bilingue, parlando sia il dialetto kurdo della loro zona di abitazione, sia, estesamente, l’arabo.

Nel prossimo articolo di questo approfondimento vedremo come la progressiva formazione di una rete tra i vari movimenti per i diritti del popolo kurdo porterà alla rivolta di Qamishlo nel 2004 e, successivamente, alle sollevazioni del 2011 che sfoceranno nella ricomposizione politica e territoriale dello Stato siriano che ancora oggi verte in situazione di instabilità.

Approfondiremo l’atteggiamento della minoranza kurda in Siria nella seconda metà del XX secolo, segnato dalla dissimulazione di condivisione al progetto pan-Arabo proposto dal regime di Damasco più che dalla reale adesione ai suoi piani. Vedremo quali sono le radici dell’attivismo kurdo in Siria e quali le direttrici che porteranno alla formazione del Rojava.

Per chi volesse approfondire, le tematiche di questo articolo sono affrontate dettagliatamente nei seguenti lavori:

  • D. McDowall, A Modern History of Kurds, I.B.Tauris, 2004.
  • J. Tejel, Syria’s Kurds. History, politics and society, Routledge Advances in Middle East and Islamic Studies, Routledge Taylor and Francis Group, 2009.
di Niccolò Sparnacci
Redazione
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