Del perché ci si spia, da sempre, tra alleati

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credits: bloomberg.com
Il 23 giugno 2015 Wikileaks ha rilasciato alcuni documenti riservati dell’Nsa che dimostrerebbero azioni di spionaggio informativo da parte del governo americano nei confronti di politici e istituzioni francesi. Tra i file frutto dell’attività d’intelligence, i colloqui sulla possibile uscita della Grecia dall’Euro e le trattative israelo-palestinesi. Qui vi raccontiamo perché non c’è niente di scandaloso nello spiare i propri alleati, oltre che i propri nemici, specialmente in un era dove “l’informazione” plasma ogni aspetto della vita su questo pianeta.

In tutti i tempi, i Re e le persone dotate di autorità sovrana sono, a causa della loro indipendenza, in una situazione di continua rivalità e nella postura propria dei gladiatori, le armi puntate e gli occhi fissi gli uni sugli altri: vale a dire fortezze, guarnigioni e cannoni alle frontiere dei loro regni e spie che controllano incessantemente i paesi vicini; questo è un atteggiamento di guerra

Thomas Hobbes, 1651


Al di là delle ipocrisie, la storia delle relazioni internazionali è piena di casi in cui Stati e Regni alleati si sono spiati tra di loro. Certamente la parvenza d’indignazione è obbligatoria, poiché la presunta limpidezza dei rapporti internazionali tra paesi amici non può venir sporcata in questa maniera: ogni paese d’altronde deve difendere, oltre ai propri confini e alle proprie ricchezze, anche la propria reputazione. Al di là di questo, tutti i governi – o almeno tutti i governi che non siano incoscienti – sanno che lo spionaggio tra alleati è sempre esistito, e sempre esisterà. La diffusione dei documenti segreti dell’Nsa da parte dell’informatore Edward Snowden, o di Wikileaks, per quel che riguarda lo spionaggio a danno dei politici alleati, rivela in realtà una pratica fisiologica della politica internazionale.

A dirla tutta, queste dinamiche sono esistite fin dagli arbori dello spionaggio moderno, cioè da quando Pio V fondò i servizi segreti vaticani nel 1566. Il nome originale scelto da Pio V era “Santa Alleanza”, ma ben presto nel mondo questi Servizi vennero conosciuti con il nome de “L’Entità”. I compiti affidati a L’Entità erano in primo luogo di difendere la cristianità, e quindi per riflesso il potere del Vaticano. Non sorprende che l’istituzione politica più longeva della storia sia stata la prima ad attrezzarsi di servizi segreti organizzati. L’Entità ha compiuto omicidi, rovesciato governi, scatenato insurrezioni, insomma, tutto quello che ancora oggi possono fare e spesso fanno i moderni servizi segreti. Non solo; fin dall’inizio della loro storia, i servizi vaticani si sono anche occupati di tenere sotto controllo – “monitorare” si direbbe oggi – le intenzioni dei loro più stretti alleati.

Durante gli anni ’80 del 1500 i rapporti tra Corona Inglese e Corona Spagnola erano pessimi. Le guerre di religione imperversavano in tutta Europa, e Papa Gregorio XIII (che succedette a Pio V) aveva tutta l’intenzione di riconquistare il potere nell’Inghilterra anglicana. Filippo II, potente Re spagnolo, assunse a sé il compito di invadere l’isola e riconsegnare alla Vera Chiesa la Corona Inglese. Era il periodo in cui l’Invincibile Armata si stava preparando per il viaggio che, come è noto, si rivelò un completo fallimento (prima sconfitta in mare e poi dispersa da diverse tempeste: è da questo evento che si inizia a parlare di dominio inglese sui mari).

Gregorio XIII, nonostante fosse stato eletto in meno di 24 ore grazie al forte influsso spagnolo sul Conclave, nutriva sospetti verso tutti, ivi compreso Filippo II, il Sovrano della Spagna. Il potere d’altronde si accompagna da sempre con il germe della paranoia, in passato come oggi. Per questo il Papa mandò delle spie alla Corte di Filippo II. Il motivo principale era che il Papa non si fidava del tutto delle intenzioni del Re, e voleva avere notizie certe sulla sua determinazione nello spedire la poderosa flotta verso l’Inghilterra.


Andando avanti nei secoli si possono trovare altre situazioni documentate di alleati che si spiarono tra di loro. Nel 1917 il governo britannico voleva che gli Stati Uniti entrassero subito in guerra al loro fianco, in modo da dividersi l’onere di fermare le mire espansionistiche della Germania Guglielmina. Secondo Keith Jeffery – storico ufficiale dell’MI6, il servizio segreto britannico per gli esteri – gli inglesi utilizzarono ogni trucco per portare sulle loro posizioni il governo americano. Per esempio, grazie al monitoraggio ai danni di un cavo transatlantico statunitense, l’MI6 scoprì che il Messico stava intrattenendo rapporti segreti con la Germania, che mirava a portare il paese centroamericano dalla propria parte nel conflitto, promettendo in cambio terre statunitensi a guerra conclusa. L’MI6 riferì la notizia al Presidente Woodrow Wilson – ovviamente nascondendo la fonte, e quindi nascondendo lo spionaggio ai suoi danni – convincendolo a dichiarare guerra alla Germania.

Le intercettazioni attuate sui cavi transatlantici americani non erano l’unica modalità con cui l’intelligence britannica spiava il suo alleato oltreoceano. Sir William Wiseman, un agente sotto copertura dell’MI6, riuscì a farsi accreditare nell’entourage della West Wing alla Casa Bianca, e guadagnò la fiducia del Presidente Wilson e del suo consigliere Edward House. Grazie alla sua abilità riuscì ad essere sempre molto informato sulle intenzioni di Washington nel corso della guerra e, soprattutto, riuscì ad informare l’M16 sulle strategie che gli americani avrebbero adottato alla Conferenza di Pace di Parigi, e quindi sulle intenzioni statunitensi per il dopoguerra.

Il pavimento dell’headquarter della CIA a Langley – via Washington Post

Gli americani, dal canto loro, spiavano le comunicazioni delle potenze amiche durante quegli stessi negoziati di pace, paradossalmente proprio quando il presidente Wilson propugnava la “diplomazia aperta“. Il governo americano inoltre spiò i propri alleati alla Conferenza Navale di Washington, cosa che portò diversi vantaggi negoziali agli Usa al momento di stilare i trattati che decisero le sorti dell’area del Pacifico. Il Segretario di Stato di allora, Henry Stimson, quando venne a sapere dello spionaggio a danno dei propri alleati si infuriò. “I gentiluomini non si leggono la posta l’un l’altro” disse, e decise di chiudere il “Black Chamber“, cioè il bureau che si occupava di decodificare e spiare le comunicazioni estere. Non molto tempo dopo, lo stesso Stimson – probabilmente ravveduto, diciamo – contribuì a creare l’Nsa, la National Security Agency.


Anche noi italiani abbiamo spiato agenti stranieri. Nel 2003 un gruppo di agenti della Cia rapì illegalmente sul territorio italiano l’Imam di Milano Abu Omar. Il caso è lungo e dibattuto, ma a noi interessa la conclusione: tra il 2009 e il 2013 la magistratura condannò gli agenti della Cia che parteciparono al rapimento e alcuni degli agenti italiani che collaborarono. I giudici inquirenti per arrivare a questo risultato spiarono i cellulari e le comunicazioni di agenti ancora operativi.

Di esempi se ne possono fare ancora molti, ma questi bastano per rispondere alla domanda: perché gli alleati si spiano tra di loro? Ci sono un sacco di buoni motivi, in realtà. Per proteggere gli interessi nazionali messi in dubbio dai propri alleati, per premunirsi in caso di “doppio gioco”, per proteggersi dai potenziali contrasti d’interesse, ma anche per evitare che un proprio alleato possa fare delle scelte sbagliate, magari sulla base di una mancanza di informazioni che invece i servizi segreti del paese “spiante” posseggono. C’è poi una questione strategica. Anche tra alleati infatti la cooperazione, quando si tratta di strutture di intelligence, non è mai totale. Se i servizi di un paese richiedono determinate informazioni che sanno essere in possesso dei servizi segreti di un proprio alleato, e quest’ultimo è riluttante a fornirgliele, allora ecco che entra in gioco il controspionaggio. I servizi di ogni paese sono, proprio come i paesi stessi, sempre in competizione tra loro, anche quando questa competizione è anestetizzata in superficie da un’alleanza più o meno forte.

È incontestabile il diritto di ogni Stato di sentirsi al sicuro, e se questa sicurezza deve nascere dal possesso di certe informazioni, allora ogni paese metterà in campo le proprie conoscenze per riuscire a tenersi al corrente di ciò che pensano anche i suoi amici. Gli Stati non si fidano mai completamente degli altri Stati, perché tutti sanno di essere in balia dell’anarchia internazionale, e nell’era dell’iperconnessione, l’informazione è una delle armi più potenti e rassicuranti a cui si possa aspirare.

via Washington Post

Nelle relazioni internazionali il termine “amicizia” è un termine improprio. I rapporti tra Stati non potranno mai essere del tutto fiduciari. In un mondo complesso e pieno di interessi contrastanti tutto questo è inevitabile, e probabilmente non del tutto deleterio, poiché al di là dell’ipocrisia, se gli Stati possono arrivare a possedere più informazioni sulle intenzioni degli altri Stati, ciò va a diminuire il caos. Conoscere le intenzioni di chi ti sta intorno riduce il rischio di fraintendersi a vicenda, riduce la complessità dei rapporti, rende più chiari gli obiettivi degli attori e in poche parole rende il mondo un posto un po’ più comprensibile, (e quando si comprende qualcosa è più difficile fare errori di valutazione che potrebbero anche avere gravi conseguenze).


Esempi di come interpretazioni sbagliate delle intenzioni altrui possono scatenare enormi errori di valutazione ci vengono ancora una volta dalla storia. Tra questi, uno dei più più clamorosi riguarda Gengis Khan e l’Impero Corasmio.

Agli inizi del 1200 l’Impero Mongolo arrivò a confinare con l’Impero Corasmio, un ampio territorio comprendente gli odierni Iran, Afghanistan e Pakistan. Gengis Khan in quel momento non aveva mire espansionistiche: la sua intenzione era quella di instaurare fruttuosi rapporti commerciali con lo Shah della Corasmia, Alāʾ al-Dīn Muhammad, che infatti vedeva come suo pari (“Tu governi il sole nascente, io il sole che tramonta”, gli scrisse in un messaggio). Negli anni precedenti lo Shah aveva avuto diverse dispute territoriali con il Califfo di Baghdad e temeva che Gengis Khan potesse allearsi con esso per smembrare il suo impero e dividersi con lui il suo territorio.

Quando Gengis Khan mandò una delegazione commerciale in territorio Corasmio,  il governatore della città di Otrar, pensando che in mezzo a loro ci fossero delle spie, li imprigionò. Il Khan allora mandò dallo Shah tre ambasciatori, di cui uno musulmano, pensando che le incomprensioni potessero derivare dalla religione dell’imperatore corasmio. Gli ambasciatori avevano il compito di chiedere la liberazione della carovana commerciale e una punizione per il governatore che li aveva imprigionati senza motivo. Lo Shah decapitò l’ambasciatore musulmano e rasò la testa dei due ambasciatori mongoli – un affronto inaccettabile per il Khan, che considerava inviolabili e sacri gli ambasciatori. In seguito lo Shah sterminò tutti i 500 mongoli della carovana commerciale e rispedì al Khan i suoi due ambasciatori. Gengis Khan non poté soprassedere, ed in due anni conquistò e distrusse l’Impero Corasmio. Stessa sorte toccò al califfato di Baghdad poco tempo dopo. Se lo Shah avesse avuto informazioni sulle vere intenzioni di Gengis Khan, oggi la storia dell’Asia (e non solo) potrebbe essere molto diversa.


In conclusione pensare allo spionaggio tra alleati come a un tradimento di princìpi, peraltro mai scritti, è un modo ingenuo di ragionare sulle cose del mondo e sulla realtà. La storia insegna che logiche di questo, pur essendo talvolta deleterie, non hanno una mera funzione ostile, ma precauzionale: possono risultare benigne nella loro funzione di illuminare le intenzioni altrui, in modo da rendere più leggibile il tremendamente complesso contesto internazionale in cui si opera; che poi è il lavoro dell’intelligence. Tutt’altra cosa è invece il monitoraggio totale delle informazioni e dei dati privati di normali cittadini, che poco hanno a che fare con le decisioni strategiche di un paese. Ma questa è un’altra, e ben più complicata, faccenda.

di Lorenzo Carota