Nato nella penisola araba, tra gli arabi che lo veicolarono in arabo, l’Islam, è rapidamente divenuto un credo universale che, in 14 secoli di storia si è diffuso e radicato in un’area geografica vastissima, dove popolazioni tra le più diverse, (delle quali oggi meno del 20% sono arabofone), condividono la stessa fede e le stesse pratiche. Non devono stupire quindi le differenze etniche, linguistiche e religiose presenti all’interno del mondo musulmano dato che sono una testimonianza della duplice natura del monoteismo islamico: unitaria e pluralistica. Ecco spiegata l’origine della separazione tra sunniti e sciiti.

Il 26 Giugno del 2015 (secondo venerdì del mese di Ramadan) il mondo musulmano è stato travolto da un’ ondata di terrore che ha investito la Tunisia, la Somalia e il Kuwait.

Mentre l’assalto al resort tunisino ha provocato la morte di diversi turisti europei, e l’attentato nella base militare dell’Unione Africana a Mogadiscio in Somalia quella di militari appartenenti a un contingente del Burundi, nell’emirato sovrano affacciato sul Golfo Persico, un Kamikaze si è fatto esplodere nella moschea sciita di Al-Imam al-Sadeq a Kuwait City, dove 30 fedeli hanno perso la vita e a centinaia la salute.

“Najd Province,” una sigla affiliata al Daesh operativa nella penisola arabica, ha rivendicato con un tweet l’attentato in Kuwait, paese dove un terzo della popolazione è sciita; si tratta dello stesso gruppo jihadista che il 22 maggio scorso aveva colpito un’altra moschea sciita in Arabia Saudita. I militanti di questa cellula estremista sunnita ritengono i musulmani sciiti degli eretici che come tali devono essere puniti e cacciati dalla penisola arabica. Come ha fatto sapere il gruppo (Najd Province) la più antica moschea della Capitale era il tempio degli apostati ed è per questa ragione che è stata colpita.

Ma chi sono gli sciiti? Un pregiudizio sin troppo comune, che tende a identificare l’intero movimento con alcune delle sue frange più intransigenti, li dipinge come gli estremisti della religione islamica. Ma è davvero così?

La prima cosa da dire a riguardo è che non esistono nell’Islam «sette scismatiche» ovvero gruppi che non condividano i Principi della Fede o che dissentano sul fatto che il Corano e la Sunna costituiscano la legge islamica, o che non considerino l’osservanza dei Cinque Pilasti tra i doveri del bravo musulmano. Tutti i seguaci dell’Islam si riconoscono in un nucleo sostanzialmente omogeneo di credenze e di pratiche.

Non esistono neanche «sette ereticali» ovvero gruppi che si discostano da un’autorità costituita dato che nell’Islam non esiste un’autorità religiosa centrale e istituzionale – come il Pontefice per la Chiesa Cattolica – sostituita dal principio del consenso Iğmā’ della comunità, o quantomeno dei dotti.

Sembra essere più appropriato quindi parlare di  ramificazioni, branche o particolarismi che non sono mancati nella storia: alcune di queste ramificazioni sono scomparse, altre si sono consolidate dando vita a raggruppamenti stabili – radicati in determinati territori all’interno del mondo islamico – a famiglie spirituali e scuole. Questa sembrerebbe quindi una manifestazione della vitalità della realtà religiosa “svelata da Dio agli uomini”. Lo stesso Muhammad avrebbe detto «le divergenze della mia comunità sono una misericordia divina». Questi particolarismi costituirebbero però anche una calamità per l’unità e la compattezza della comunità islamica, come confermerebbe un altro celebre detto del Profeta: «la mia comunità si dividerà in 73 sette, una sola verrà salvata le altre all’inferno».

Tenendo bene a mente che una delle parole chiave per avvicinarsi all’Islam è – nell’opinione di chi scrive – interpretazione, le affermazioni del Profeta sembrerebbero intenzionate:

non tanto ad avvallare una posizione nei confronti delle altre, quanto piuttosto a stigmatizzare il settarismo e lo spirito di parte. La riprova ci pare sia proprio la stessa natura del sunnismo – a cui aderiscono il 90% dei musulmani – il quale non si è costituito come una dottrina tra le altre con pretese di esclusività, ma si è trovato piuttosto a raccogliere quella maggioranza dei credenti che si sono rifiutati di confluire nelle varie fazioni che si venivano formando (P. Branca, Introduzione all’Islam, Edizioni San Paolo, Milano, 1995, p.236)

La distinzione più famosa all’interno dell’Umma – la comunità dei musulmani – è proprio quella tra la componente maggioritaria e quella minoritaria dei credenti ovvero quella tra sunniti e sciiti che risale ai primissimi anni della storia musulmana, quelli cioè dell’elaborazione della dottrina. Ragioni divergenti di carattere politico e contingente innescarono un conflitto che portò a una divisione permanente, oggi abilmente strumentalizzata da quanti sono in lotta tra loro talvolta per motivi che travalicano la religione,

La nascita del movimento sciita si colloca nel quadro delle dispute sorte intorno alla legittima successione alla carica di Califfo. La lotta politica, avendo come fine ultimo quello di far trionfare il volere divino sulla terra, implicava anche differenti valutazioni circa la natura della fede e le conseguenze che essa doveva comportare all’atto pratico. Benchè quindi lo scontro che si delineò non fosse anzitutto di tipo ideologico, le argomentazioni che ciascuno portò per giustificare le proprie scelte costituirono il nocciolo di posizioni dottrinali che si sarebbero col tempo meglio delineate e sviluppate. (Ivi, p.237)

Muhammad morì senza lasciare indicazioni su chi avrebbe dovuto sostituirlo alla guida della vita pubblica; con la sua scomparsa quindi si presentò la questione della successione per quello che riguardava questo preciso aspetto della sua autorità. Il fatto che nessuno tra i suoi figli maschi gli fosse sopravvissuto non influì sulla decisione presa dalla comunità, dato che presso gli Arabi la concezione dinastica del potere era quasi sconosciuta. La comunità decise – almeno inizialmente – che la carica di Califfo – dall’Arabo halifa, “vicaro” o “sostituto” fosse attribuita per via elettiva. Egli avrebbe avuto il compito di far rispettare i precetti di Dio contenuti nella rivelazione e negli insegnamenti del Suo inviato – Muhammad – nel tentativo di mantenere unita la neonata comunità dei credenti.

Il primo periodo del Califfato, che va dal 632 al 661, vide la successione di quattro califfi che la tradizione islamica ricorda come i “ben guidati.” La scelta di questi quattro personaggi obbedì a due criteri: si trattava di esponenti di spicco della tribù dei Coreisciti e di parenti del Profeta. (Ivi, p.65)

Abu Bakr (632-634) venne eletto in un’assemblea pubblica dove non mancarono le divergenze tra la fazione medinese e quella meccana dei credenti. L’anziano padre di A’isa (tra le mogli predilette di Muhammad) designò direttamente Umar (634-644) anche lui suocero del Profeta, che a sua volta istituì un comitato consultivo composto da sei personaggi che elesse, non senza criticità, un aristocratico meccano genero di Muhammad – Utman (644-656) – al posto di Alì (anch’egli genero e cugino del Profeta), che si sentì quindi privato del suo diritto a essere riconosciuto come il vicario della della comunità islamica. 

sunniti e sciiti

Mappa delle ramificazioni dell’Islam in Medio Oriente (Clicca sull’immagine per ingrandirla) – credits: M. Izady / Columbia University

Utman (noto tra le altre cose per aver curato la stesura definitiva del testo coranico sino a quel momento tramandato oralmente) cadde assassinato e Alì divenne califfo (656-661), venendo tacciato da alcuni, (a torto o a ragione), connivente del crimine. Tra gli accusatori c’era Muʿawiya – un parente di Utman già governatore della Siria – che scatenò contro di lui una guerra nota come la “grande discordia”.

Alì perse la vita per mano di un dissidente harigita (coloro che escono in battaglia) che gli rimproverava di aver accondisceso all’esito di un arbitrato fra le parti istituito proprio per porre fine allo spargimento di sangue; così gli avversari di Alì, capeggiati da Muʿawiya fondarono la dinastia degli Omayyadi.

Il consolidamento degli Omayyadi e successivamente degli Abbasidi non risolse però la questione fondamentale della legittimità del Califfato. I partigiani di ‘Ali continuarono a professare che il loro capo avrebbe dovuto essere il principe dei credenti. Il secondogenito di ‘Ali, Husayn si fece uccidere dagli Omayyadi a Karbala nel 680 in una rivendicazione che non era solo politica, ma anche religiosa: Husayn divenne il martire che si è sacrificato per restaurare la giustizia conculcata e divenne l’eroe simbolo dello sciismo, la versione dell’Islam che ad ‘Ali e ai suoi discendenti si richiama. (M. Campanini, “La teoria politica islamica” Lo stato islamico,  a cura di F. Montessoro, Guerini Studio, Milano, 2005, p. 24)

Gli sciiti pertanto rivendicano il fatto che Alì dovesse succedere immediatamente a Muhammad, mentre i sunniti riconoscono la legittimità, e implicitamente la continuità, del califfato che da Utman e attraverso Alì stesso, inaugurerà la sua fase dinastica.

la storia dell’Islam è stata anche quella dei loro vani tentativi di ottenere una rivincita rispetto al potere costituito, da essi ritenuto illegittimo e combattuto al fine di ristabilire il giusto diritto dei discendenti del loro capo al titolo di suprema autorità della comunità islamica. In forza di questa loro lunga vicenda di lotta e di persecuzioni, gli sciiti hanno sviluppato una propria visione della fede in cui la sofferenza e il martirio hanno un significato particolarmente pregnante, a differenza di quanto avviene generalmente nell’Islam poco propenso ad accettare la sconfitta: non a caso secondo il Corano non Gesù ma un suo sosia sarebbe stato crocifisso, poichè il fallimento di un Inviato di Dio non viene considerato ammissibile (P. Branca, Introduzione all’Islam, p.239-240)

Un episodio avvenuto nel 632 confermerebbe, secondo gli sciiti – nome che deriva dalla parola araba “Shiat Alì”, la fazione di Alì – il diritto di Alì ad essere riconosciuto a capo della comunità islamica. Sulla via del ritorno di quello che viene ricordato come il «pellegrinaggio d’addio» Muhammad fermatosi nei pressi dello stagno di Humm avrebbe afferrato la mano di Alì per sollevarla in alto e esclamare: «Iddio è il mio Patrono e io sono il patrono dei credenti, più prossimo ad essi che loro stessi. Colui del quale io sono patrono, anche Alì è suo patrono». Ma anche la tradizione musulmana riconosce Alì come uno dei primi credenti e dei più fedeli seguaci del Profeta.

Tuttavia ad allontanare sunniti e sciiti non vi furono solo differenze di natura emotiva; in campo dottrinale i seguaci di ‘Ali, partendo da una differente concezione della figura dell’imām (titolo da essi attribuito al loro capo e ai suoi discendenti) svilupparono  una teoria peculiare sulla sua natura e il suo ruolo.

La concezione dell’imāmato presso quella che nei secoli si affermerà come l’ortodossia islamica (il sunnismo) si basa sull’idea che non esista la possibilità di una mediazione istituzionalizzata tra l’uomo e Dio; l’imām è semplicemente colui incaricato di dirigere la preghiera comunitaria, anche se il termine può designare un uomo che possieda una conclamata autorità in una data disciplina.

Per gli sciiti invece l’imām è contemporaneamente sia il capo religioso sia il capo politico della comunità, il depositario del vero senso delle Scritture e quindi l’autentico interprete delle stesse, Inoltre per la maggior parte di loro deve essere rigorosamente un membro della famiglia di Muhammad.

Non tutti gli sciiti riconoscono però la stessa linea di discendenza tra i figli di ‘Alī; pertanto esistono diverse ramificazioni che si differenziano in base a quali e quanti sono gli imām da essere ritenuti legittimi. (P. Branca, Introduzione all’Islam, p.241)

È possibile ricondurre lo sciismo a tre grandi famiglie ognuna delle quali ha avuto un’espressione politica. La più numerosa è senz’altro quella degli sciiti imamiti o duodecimani. Questa corrente, riconosce una serie di dodici imām; dal primo Alì, all’ultimo Muhammad al-Madhi l’imām nascosto, scomparso misteriosamente nel 873 anno dell’inizio dell’occultamento. La sua manifestazione sulla terra è prevista di nuovo per la fine del mondo. Lo sciismo imamita è quello dell’Iran, mentre ha governato a lungo nello Yemen lo zaydismo. L’isma’ilismo è a sua volta un movimento diviso in numerosissime correnti; l’Impero dei Fatimidi nel Nord Africa e in Egitto tra il 909 e il 1171 fu la sua più grande realizzazione politica.

A distanza di una settimana dall’attacco al luogo di culto a Kuwait City sunniti e sciiti si sono dati appuntamento nella Grande moschea della Capitale per pregare insieme.

Ed è rassicurante constatare che almeno in questo caso si sia deciso di rispondere alla violenza, con la solidarietà.

Eliza Ungaro
Eliza Ungaro
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