Nel corso delle ultime settimane si è registrato un aumento delle tensioni tra Siria e Israele. Lontana dall’essere una mera questione bilaterale, tale escalation è espressione di delicati equilibri di potere e alleanze mutevoli che riguardano tutti gli attori coinvolti nel conflitto siriano.

Nel complesso e in continua evoluzione teatro mediorientale, le ultime settimane sono state segnate da una preoccupante escalation delle tensioni tra Siria e Israele. Tale escalation, che si aggiunge ai problemi che il Levante si trova ad affrontare, nasce da un botta e risposta che ha rappresentato il più serio confronto diretto israelo-siriano dall’inizio della guerra civile in Siria nel 2011.

Tutto è iniziato nella notte tra il 16 e il 17 marzo scorso, quando aerei militari israeliani hanno condotto raid aerei vicino a Palmira, contro convogli sospettati di trasferire armi a Hezbollah. In risposta, il governo siriano ha lanciato una serie di missili contro Israele e – secondo quanto riportato dal comando dell’esercito governativo – uno dei quattro jet israeliani sarebbe stato abbattuto dai sistemi di difesa siriani (notizia probabilmente priva di fondamento, e non confermata dall’esercito israeliano).

Tuttavia, alcuni media giordani hanno dichiarato di aver visto precipitare dal cielo nell’area di Irbid quello che da alcune foto apparse sui social sembra essere parte di un missile. Da allora, le tensioni tra i due paesi sono peggiorate progressivamente, con ciascun lato impegnato a mettere in guardia l’altro circa i rischi di retaliation e ad affermare la propria risolutezza a non lasciare impunito nessun attacco.

Nel momento in cui questi eventi si susseguono, comprendere le considerazioni strategiche che si celano dietro di essi, il loro significato come eventuali “game changer”, e il loro probabile impatto sulla ricostruzione post-bellica, richiede di guardare al più ampio insieme di attori coinvolti nel conflitto siriano, agli specifici interessi regionali e nazionali che motivano ciascuno di loro, e alle peculiarità dei sistemi di alleanza di cui sono parte.

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Dei molti attori stranieri coinvolti nella guerra siriana, un ruolo centrale – sia sul campo di battaglia sia al tavolo negoziale – è quello giocato dalla Russia, almeno fin dal suo intervento diretto nel conflitto, avvenuto nel settembre 2015. Risoluta a garantire la sopravvivenza del suo alleato alawita, Mosca avrebbe l’interesse a contrastare qualsiasi strategia militare rivolta contro Israele che i suoi alleati volessero perseguire. Ciò nonostante, per salvare le apparenze, è stato convocato l’ambasciatore Israeliano per chiedere spiegazioni del bombardamento nei pressi di Palmira.

In particolare, Mosca vuole evitare la destabilizzazione da parte di Iran ed Hezbollah dell’area di confine presso le Alture del Golan (un territorio soggetto a dispute tra Siria e Israele fin dal 1967) in quanto un simile corso d’azione potrebbe trascinare la Russia in un confronto non voluto con Israele. Per la Russia, infatti, cooperare nel quadro del conflitto siriano con Iran ed Hezbollah, ma mantenere al contempo le distanze dalle loro ambizioni regionali contro Israele è la strategia ottimale. Anche perché Israele non sono i ribelli siriani, e un eventuale conflitto aperto con Tel Aviv sarebbe ben più complicato da gestire, tanto che agli inviti informali del Presidente russo a evitare attacchi su territorio siriano, e alle dichiarazioni di Bashar al-Assad (convinto di avere il pieno appoggio russo sulla questione), il Primo ministro israeliano ha risposto dalla Cina con un laconico “se è fattibile dal punto di vista militare e d’intelligence, allora attacchiamo, e attaccheremo”.

Questa sostanziale vicinanza tra Russia e Israele, anche sulla questione del Golan, ha portato Netanyahu a Mosca più di una volta (l’ultima visita è avvenuta il 9 marzo 2017), dal momento che il leader israeliano vede in Putin un importante partner, utile a far desistere Iran e Hezbollah dallo sfidare gli interessi vitali di Israele. Tuttavia, con analisti e politici che parlano con toni forse un po’ troppo ottimistici di una prossima fine del conflitto, il peso di Iran e Hezbollah nella negoziazione post-bellica è un elemento che la Russia non può permettersi di ignorare se vuole giocare il ruolo di promotore di pace al quale aspira.

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Dal canto suo, Damasco è ugualmente interessata ad evitare che Iran e Hezbollah trasformino la regione di confine lungo il Golan in un futuro campo di battaglia che rischierebbe di risucchiare la Siria in un conflitto regionale che il paese non può permettersi (economicamente, militarmente, e demograficamente). Tuttavia, il governo siriano è negli ultimi mesi diventato più sicuro di sé e il contro-attacco aereo del 17 Marzo non solo rafforza la credibilità del regime, ma cerca di scardinare l’equilibrio di potere regionale. Infatti, se l’attacco di Israele contro trasferimenti di armi a Hezbollah non ha rappresentato nulla di nuovo, la risposta militare siriana, sebbene di ignota efficacia, è un inedito fattore del quale le forze in campo devono ora tener conto.

Al contrario, Iran e Hezbollah sono uniti nella loro aspirazione a sfruttare il contesto instabile del conflitto siriano, per dare nuova linfa alla disputa relativa al Golan e rinfocolare il confronto diretto con Israele. Forte dei successi ottenuti – a carissimo prezzo, nel caso di Hezbollah – durante il conflitto, l’Iran è ora nella posizione militare opportuna e con il peso diplomatico necessario per destabilizzare a proprio vantaggio l’area del Golan – una zona che è geo-strategicamente cruciale per il raggiungimento degli interessi sciiti di sicurezza nel quadro della loro storica ostilità con Israele.

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Al lato opposto del conflitto, c’è Israele, il cui (non)coinvolgimento nella guerra civile siriana risponde a diverse considerazioni di sicurezza nazionale. Dal un lato, esiste la necessità di prevenire ogni significativo successo di Iran e Hezbollah tale da renderli potenti attori regionali. Dall’altro, di non entrare direttamente in una disputa politicamente complessa e religiosamente viziata dalla spaccatura del mondo musulmano sciita e sunnita.

Per Tel Aviv, un principio non discutibile della propria politica di sicurezza è il mantenimento del confine del Golan così come da essa definito unilateralmente nel 1967. Pertanto, Israele percepisce come estremamente preoccupanti le minacce poste alla stabilità dell’area da Iran e Hezbollah, ed è alla percezione di tali minacce che bisogna guardare per comprendere gli attacchi di settimana scorsa volti ad impedire il rifornimento militare di Hezbollah.

Inoltre, Israele aspira ad avere voce in capitolo per quanto riguarda la sistemazione post-bellica così da proteggere I propri interessi ed evitare la creazione di centri di potere ad essa sfavorevoli nel proprio immediate vicinato. In quest’ottica, gli attacchi di settimana scorsa si pongono come segno della volontà di Israele di ricordare il proprio peso nella definizione degli equilibri regionali.

In conclusione, in un momento in cui ogni attore persegue i propri interessi come definiti di fronte alla prospettiva di una prossima fine del conflitto, l’escalation tra Siria e Israele e la possibilità di un confronto tra Israele e Iran/Hezbollah sulla questione del Golan hanno un forte potenziale destabilizzante per la regione nel medio termine, in cui la Russia non vorrebbe probabilmente trovarsi immischiata.

Di Marta Furlan
Marta Furlan
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