Teniamo d’occhio la “teologia della liberazione”

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L’arrivo al soglio pontificio di Francesco I ha aperto nuovi scenari geopolitici in America Latina, un continente che sta subendo gravi crisi che richiedono un’efficace opera di mediazione. Una mediazione che forse ha trovato la propria genesi nella corrente dottrinale della “teologia della liberazione”.

È il 25 gennaio 1959 quando Papa Giovanni XXIII comunica di voler indire un nuovo concilio ecumenico. È al soglio pontificio da poco più di un anno e, riuniti i cardinali nella Basilica di San Paolo fuori le mura, getta le fondamenta per un nuovo percorso della Chiesa universale.

Il Concilio Vaticano I fu sospeso nel 1870 a causa della guerra franco-prussiana e da allora la Chiesa continuò a seguire rigide linee gerarchiche. Si attendeva un cambiamento che di lì a poco si pensava sarebbe arrivato, con una Chiesa che si sarebbe aperta al mondo: l’11 ottobre 1962 il pontefice dichiarò ufficialmente l’inizio del Concilio Vaticano II, il cui annuncio si spingeva oltreoceano.

Concilio Vaticano II / credits: via Continuitas

A distanza di molti anni è il papa che viene dalla “fine del mondo” – dal “nuovo mondo” – ad aprire un nuovo dialogo geopolitico.

La genesi della teologia della liberazione prendeva le mosse da qui, dall’apertura al mondo, e si inseriva nel pieno del processo di riforma della Chiesa Cattolica, che diventava meno monarchica e più missionaria. L’avvio del Concilio coincise con l’arrivo sulla scena mondiale del continente Latinoamericano, che stava sperimentando un profondo cambiamento politico, sociale e religioso.

Il Presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy promuoveva il programma “Alianza para el progreso”; Cuba appariva la rocca guevarista e rivoluzionaria; il Cile assisteva all’esperimento riformista di Eduardo Frei; Castelo Branco inaugurava una dittatura sanguinaria in Brasile e gli ambienti universitari cattolici ostentavano un duro dissenso verso modelli politici incapaci di risolvere la situazione di sottosviluppo del subcontinente.

In questo clima di fervore politico e culturale la nuova corrente teologica liberatrice vide il proprio atto di nascita nel 1968 a Medellin, in Colombia. Il Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) si schierava in prima fila contro l’oppressione e la fame.

La teologia della liberazione è un modo di intendere la fede sulla base della concreta condizione storica dei poveri e degli oppressi unendo nella prassi azione politica e messaggio cristiano.

Sono fondamentali le categorie dell’analisi marxista sulla lotta di classe, centrali nella riflessione dei teologi della liberazione. Non a caso il teologo nicaraguense Ernesto Cardenal affermò che “comunismo e Regno di Dio sulla terra sono la stessa cosa”. Materie quali antropologia, sociologia, storia furono impiegate per evidenziare il carattere di liberazione sociale del Vangelo. In una tale ottica è chiaro come sottosviluppo e cristianesimo fossero due termini in stretto rapporto e non fosse possibile parlare di uno senza menzionare anche l’altro.

L’appello su cui verteva il Concilio di Giovanni XXIII parlava anche di una Chiesa di tutti e, in particolare, di una Chiesa dei poveri. La teologia della liberazione, infatti, si è sviluppata sulla base delle interpretazioni delle istanze riformatrici del Concilio alla luce della propria esperienza storica.

In un continente dalla storia travagliata e tradizionalmente cattolico come l’America Latina, ciò significava interpretare le risoluzioni conciliari applicandole a una situazione di oppressione che riguardava la maggioranza degli abitanti del continente affamati e morti per denutrizione ogni anno.

Parliamo di una teologia da riscatto sociale, di emancipazione politica ed economica, di rivalsa nei rapporti neocoloniali.

 

Papa Francesco partecipa al Giubileo dei Ragazzi tenuto nell’aprile del 2016 / credits: Osservatore Romano

Nei prossimi articoli l’attenzione si concentrerà sui principali contributi da parte dei teologi latinoamericani allo sviluppo della teologia della liberazione e alla nozione di povertà cristiana e sulla posizione (spesso di condanna) assunta dal Magistero cattolico riguardo alla stessa.

Di Alida Azara

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