Ucraina mutilata, la Russia si è presa anche il Donbass

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Venti di guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto nell’Europa orientale, ormai, pare dietro l’angolo tanto che la situazione nel Donbass sta tenendo sulla graticola le cancellerie di mezzo mondo. Da un lato il presidente russo Putin che ha riconosciuto unilateralmente due repubbliche “secessioniste” ucraine, dall’altro la Comunità internazionale che – sostanzialmente all’unanimità – ha condannato la presa di posizione del Governo di Mosca.

Ucraina e Russia: genesi (rapida) di un’inimicizia

Fin dall’indipendenza, dopo lo scioglimento dell’Unione sovietica nel 1991, il dibattito politico ucraino si è alternato su posizioni a volte filorusse, a volte filoeuropeiste. Posizioni che si sono contrapposte ufficialmente nel 2014 con le proteste di Euromaidan, sfociate a seguito dello stop dell’ex presidente (poi deposto e incriminato) Viktor Janucovych agli accordi di associazione (avviati nel 2014) con l’Unione europea.

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Non va dimenticato che gran parte della popolazione (soprattutto nelle zone orientali del Donbass e della Crimea, quest’ultima invasa da Mosca nel marzo del 2014 come risposta agli esiti di Euromaidan) sono russofone e quindi parlano correntemente sia la lingua ucraina che quella russa. Ed è proprio nel 2014, a seguito delle proteste di piazza che la vicenda si è complicata.

Semplificando, il Governo di Vladimir Putin – con la complicità dei politici locali – nel 2014 ha accettato la “secessione” della Repubblica di Crimea dall’Ucraina e di fatto l’ha trasformata in una appendice della Federazione Russa. Kiev, ormai esautorata, aveva dichiarato la regione come “zona di occupazione militare”.

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Nel concreto, nonostante un referendum popolare, si trattò di un’invasione militare vera e propria, tanto che solo 10 Stati che siedono nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (tra cui, ovviamente, la Russia stessa) hanno riconosciuto la legittimità dell’annessione (58 furono gli astenuti e 100 i favorevoli al disconoscimento dell’operazione).

Nel 2020 il Governo di Kiev ha voluto dare un’altra sferzata alle ingerenze russe nella politica e nel dibattito pubblico. La Verchovna Rada, il Parlamento ucraino, ha varato una legge che – nei fatti – proibisce a un gruppo di oligarchi del settore radiotelevisivo di influenzare tanto il mondo politico, quanto l’opinione pubblica.

Una legge che ha colpito anche Viktor Medvedchuck, imprenditore nel settore dei media e del petrolio, legato a Putin e leader del principale partito filorusso. Medvedchuck, dopo le accuse di alto tradimento, si trova ora ancora agli arresti domiciliari. Arresto e accuse che non sono piaciute all’amico moscovita che, in risposta, aveva cominciato a dirottare convogli e contingenti militari al confine occidentale a ridosso delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lucansk.

E sono proprio le province di Donetsk e Lugansk, storicamente parti della regione del Donbass, che nella serata di lunedì 21 febbraio sono state riconosciute (unilateralmente e con una dichiarazione che non ha alcun valore vincolante a livello internazionale) da Putin come “repubbliche popolari.” Pochi giorni prima, la camera bassa (Duma di Stato) ha approvato a maggioranza la risoluzione che chiedeva al Presidente di riconoscere le autoproclamate repubbliche controllate da separatisti filorussi.

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Riconoscimento che, oltre che da Mosca e reciprocamente tra le due, è arrivato anche da un altro “Stato indipendente” filorusso: l’Ossezia del Sud (e rivendicato dalla Georgia).

Russia-Ucraina, il "nuovo" confine / © Ispi
Russia-Ucraina, il “nuovo” confine / © Ispi

E’ toccato al presidente ucraino Voldymyr Zelensky chiedere sostegno all’Occidente dopo il riconoscimento da parte dell’omologo russo dell’indipendenza delle due ormai ex province separatiste.

Non abbiamo paura di niente e di nessuno. L’azione della Russia è una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Questo è un ritiro unilaterale dagli Accordi di Minsk.

Gli Accordi citati da Zelensky risalgono al settembre 2014 e hanno l’obiettivo di contenere i conflitti armati nelle regioni al confine tra i due Paesi. Una sorta di “cessate il fuoco” che, tra le altre cose, garantiva ai due territori oggi riconosciuti come “indipendenti” anche una maggiore autonomia pur restando fisicamente all’interno dei confini dell’Ucraina. Autonomia che oggi, anche col contributo militare di Mosca, si è trasformata invece in “indipendenza unilaterale”.

L’Unione europea, la Nato e i veri “problemi” di Putin

Il Cremlino, tra le tante accuse rivolte a Kiev, non ha mai gradito un suo avvicinamento (più o meno remoto) ne all’Unione europea, tantomeno alla Nato. Non è infatti un mistero che Vladimir Putin in più di un’occasione abbia basato le condizioni per una sua “non aggressione” chiedendo come garanzia un ufficiale declino all’ingresso ufficiale dell’Ucraina sia all’Alleanza Atlantica che nell’Ue.

L’adesione nella Nato è comunque quantomai improbabile (almeno nel breve termine, considerato che sono quasi vent’anni che se ne discute) nonostante gran parte della popolazione non abbia mai nascosto il favore a un’entrata ufficiale nell’Alleanza.

Infatti l’Ucraina condivide con la Russia oltre 2mila chilometri di frontiere e un suo eventuale ingresso nella Nato non sarebbe ben visto dal Governo di Mosca che, invece, continua a voler pretendere di esercitare la sua influenza politico-militare nell’area.

Uno sguardo verso i vicini europei, nonostante la complessità delle procedure di adesione all’Ue, è invece un sentimento che nel Vecchio continente – e anche nella stessa Ucraina – è più palpabile.

Vladimir Putin ha sempre dimostrato una certa “intolleranza” verso Bruxelles, tanto che all’epoca aveva inserito il nome del defunto presidente del Parlamento europeo David Sassoli nella lista delle “persone non gradite” sul territorio russo.

Che il presidente, anche con la complicità e il supporto dell’amico-dittatore bielorusso Aleksandr Lukasenko, non gradisca la scomparsa di quelli che impropriamente si potrebbero definire “Stati-cuscinetto” tra Oriente e Occidente è sostanzialmente cosa nota.

La dimostrazione è arrivata anche in diretta anche durante il discorso che ha tenuto a reti unificate nella serata di lunedì dove ha sostanzialmente detto “L’Ucraina non è un Paese, è parte della nostra Nazione”.

Europa: subito politica estera e di difesa comuni

Stati Uniti da una parte. E, come sempre, 27 Governi europei che parlano (anche se in gran parte sono sostanzialmente d’accordo tra loro) in maniera autonoma.

Quanto sta accadendo ai confini dell’Europa orientale riaccende ancora una volta i riflettori su un tema che è di centrale importanza per il futuro del Vecchio continente.

I tabù, è scontato ricordarlo, sono una politica estera e una politica di difesa comuni. Già, perché anche in quest’occasione le cancellerie e i Governi dei 27 Stati membri dell’Unione europea agiscono in maniera autonoma (seppur quasi tutti sulla stessa linea).

La crisi tra Ucraina e Russia è l’ennesima dimostrazione di come l’Ue sia sostanzialmente un “gigante dai piedi di argilla”. E’ proprio in casi come quello cui si sta assistendo nelle ultime settimane, in cui l’escalation di violenza ha raggiunto picchi mai visti negli ultimi settant’anni (almeno in Europa), che si dovrebbe parlare con un’unica voce autorevole.

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Ma se a livello diplomatico è ancora un tabù parlare di politica estera comune, non bisogna dimenticare che poi bisogna fare i conti anche con i risvolti militari delle crisi.

Nella malaugurata ipotesi si arrivasse a un conflitto armato, l’Europa – pur con il supporto operativo della Nato e degli altri Alleati – come pensa di agire considerando il fatto che non ha un esercito e una politica di difesa unitaria?

Non può (e non deve) bastare che i vertici delle Istituzioni europee si limitino a dire che è “inaccettabile l’aggressione russa“. Non è sufficiente, come sostenuto dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, dire che “l’Unione resta unita nel suo sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina” limitandosi a minacciare sanzioni economiche.

La Germania, come confermato oggi dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, ad esempio ha bloccato l’attivazione del gasdotto Nord Stream 2 (completato nel 2021) e necessario per il trasporto del gas naturale russo a Berlino e nel resto d’Europa. Ma non basta.

La soluzione è una sola: diplomazia e esercito unici, l’Europa deve “riformarsi” al più presto, prima che per lei sia troppo tardi. E Putin, questo, lo sa bene.

(foto in copertina: © Forze di terra delle forze armate dell’Ucraina / Facebook)

di Omar Porro

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