L’instabilità politica del Venezuela è una minaccia, parola di Obama

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Non usa mezzi termini il presidente venezuelano Nicolas Maduro: l’ordine esecutivo firmato nei giorni scorsi da Barack Obama, costituisce la più grave aggressione nella storia, perpetrata dagli Stati Uniti ai danni del Venezuela.

Nel documento, consultabile qui,  la Repubblica Bolivariana viene identificata come una minaccia così grave per la sicurezza nazionale statunitense, da necessitare lo “stato d’emergenza” proprio nei confronti del clima politico venezuelano.

Che diciamolo, non è dei migliori. L’economia è in crisi, il prezzo del petrolio è in caduta libera sui mercati internazionali, l’inflazione oscilla tra il 70 e il 60% – il che vuol dire che divora i magri salari – la moneta nazionale è iper-svalutata e, in soldoni, scarseggiano beni di prima necessità, per una popolazione di circa 29 milioni di abitanti. Lo spettro di un default aleggia sul paese latinoamericano, e secondo l’opinione di alcuni analisti, questo costituirebbe il colpo di grazia.  Ma non è tutto. La popolazione è insoddisfatta, preoccupata e soprattutto povera. Le manifestazioni di piazza si susseguono ininterrotte dal 14 aprile del 2013, giorno in cui Nicolas Maduro diventa Presidente con appena 260.000 voti di scarto sul suo avversario Henrique Capriles. Una vittoria di Pirro la sua, che infiamma le strade di Caracas: 7 vittime, 60 feriti, 135 arresti. In Venezuela la sua leadership è stata messa in discussione sin da subito; e all’estero, le cose non sembrano andare meglio.

Il paese, orfano del suo amato Caudillo, deve ricominciare tutto da capo e Nicolas Maduro sembra privo del potere attrattivo che il suo predecessore esercitava  in America latina, in Asia, in Medioriente. Maduro non fa magie con il petrolio, a differenza di Hugo Chavez che ne aveva fatto lo strumento chiave di una politica estera spregiudicata.

Sono pochi coloro che attribuirebbero al delfino chavista una patente di democrazia. E questo -va detto- non solo per demerito personale. Nicolas Maduro infatti è succeduto alla guida di un paese che sotto il regime Chavista era riuscito in parte ad agire nel quadro istituzionale tipico delle democrazie liberali, ma che nei fatti, presentava entrambe le caratteristiche tipiche di un regime populista ovvero autoritarismo politico e restrizione dei diritti civili. Giusto per ricordare alcune iniziative promosse nell’era Chavez: abolizione del bicameralismo, concentrazione del potere esecutivo nelle mani del Caudillo, ampliamento delle prerogative delle forze armate, introduzione della possibilità di rieleggere la massima carica dello stato all’infinito e dulcis in fundo, la riduzione al silenzio, delle opposizioni.

Nicolas Maduro tuttavia non si è mai lamentato e anzi sembra gradire tale eredità; parrebbe che nel mese di gennaio, il Presidente abbia autorizzato l’uso delle armi, contro le manifestazioni, a favore dell’ordine pubblico.. tant’è che nel corso di una protesta, un ragazzino di 14 anni avrebbe perso la vita, proprio sotto il fuoco della polizia.  (Secondo i senatori americani Bob Menendez e Marco Rubio l’ordine di sparare sarebbe arrivato proprio dal ministro della difesa Vladimir Padrino López).

Tra coloro che di certo non simpatizzano per Maduro e il suo entourage, gli Stati Uniti, che attraverso l’ordine presidenziale firmato lunedì 9 Marzo 2015 e indirizzato a 7 membri dell’esecutivo, condannano duramente “gli sforzi intrapresi dal governo del Venezuela nell’aumentare l’intimidazione dei suoi oppositori politici.”

In una nota rilasciata dalla Casa Bianca personaggi quali: Antonio Benavides Torres, Gustavo González López (direttore della polizia politica), Justo Noguera Pietri, Katherine Haringhton (pubblico ministero), Manuel Pérez Urdaneta (direttore della polizia nazionale bolivariana), Manuel Bernal Martínez (comandante della 31° brigata dell’esercito), Miguel Vivas Landino (ispettore generale delle forze armate), “hanno vietato limitato o penalizzato l’esercizio della libertà di espressione e di riunione pacifica.”

Il procedimento legale che identifica i sanzionati è stato adottato da Washington esclusivamente  nei confronti di regimi ritenuti ostili oltre che pericolosi per la pace mondiale; nella lista, precedono il Venezuela, l’Iran, la Siria, e la Birmania.

La Casa Bianca non solo ha richiesto il rilascio immediato “di tutti i prigionieri politici, gli studenti, il leader dell’opposizione Leopoldo Lopez e i due sindaci Daniel Ceballos e Antonio Ledezma”, ma ha anche accusato Maduro di non essere in grado di rispettare e di far rispettare, i diritti umani all’interno del paese.

Esternazioni plateali, quelle che arrivano da Washington, rivelatrici però di una priorità strategica che, rispetto al passato, sembra essere cambiata. Più che il petrolio – che sino ad oggi ha condizionato profondamente la storia del Venezuela e dei suoi rapporti con l’esterno – all’amministrazione Obama sembra stare a cuore la stabilità politica del paese. Perchè?

 Eliza Ungaro

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