La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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Nonostante le basse aspettative sui colloqui di pace per la Siria, qualcosa sta cambiando. Ecco cosa e a quale prezzo.

Dopo quattro falliti colloqui di pace, tre a Ginevra e uno a Vienna, non c’erano molte aspettative attorno al quinto tentativo tenutosi il 23 e il 24 gennaio 2017 ad Astana, capitale del Kazakistan, e sponsorizzato da Russia, Iran e Turchia. Lo svolgimento di questi colloqui e il loro esito non si è discostato molto dai precedenti; eppure sono state discussioni profondamente diverse dai precedenti e rappresentano un potenziale spartiacque.

Colloqui di pace per la Siria ad Astana, 23-24/01/2017. Credits to: Ministero degli esteri kazako.

Colloqui di pace per la Siria ad Astana, 23-24/01/2017 – credit: Ministero degli esteri kazako.

Perché?

Innanzitutto perché questi colloqui non sono il proseguimento di quelli finora svolti e mediati dall’Onu, ma inaugurano un processo parallelo che, a detta dei suoi sponsor, non vuole sostituirsi a quello istituzionale (Ginevra) ma, piuttosto, essere complementari.

In secondo luogo perché si sono tenuti in un contesto militare e geopolitico completamente diverso, sia perché avvenuti dopo la totale riconquista di Aleppo da parte del fronte governativo – evento che ha ridefinito l’equazione militare del conflitto – sia perché negli ultimi mesi c’è stato un riavvicinamento tra Mosca e Ankara che ha determinato il corso degli eventi, dalla stessa riconquista di Aleppo all’operazione turca in Siria Scudo sull’Eufrate. Il rifiuto a partecipare da parte della delegazione diplomatica Usa, nonostante l’invito russo, sottolinea la posizione di forza e il ruolo cruciale dei tre Paesi sponsor di questi colloqui.

Per la prima volta hanno partecipato ai colloqui delegazioni dell’opposizione siriana secolare dell’Fsa e islamiste di Ahar al-Sham e Jaish al-Islam

Infatti, l’altra grande novità riguarda i partecipanti (e gli assenti). Per la prima volta ha partecipato ai colloqui una delegazione composta da esponenti delle fazioni militari dell’opposizione siriana, da quelle secolari dell’Fsa a quelle islamiste di Ahar al-Sham e Jaish al-Islam, accompagnati da esperti diplomatici e politici dell’Alto Comitato per i Negoziati, cioè l’organo politico dell’opposizione che siede ai colloqui di Ginevra. Si tratta di un passo avanti importante perché per la prima volta delegati dei gruppi armati dell’opposizione si sono confrontati, seppur non faccia a faccia, con la delegazione del governo siriano, capeggiata come sempre da Bashar Jafari, ambasciatore siriano all’Onu.

Ciò sottolinea che ogni trattativa di pace non può prescindere dalle fazioni armate dell’opposizione e dalle loro richieste, cosa che ora anche la Russia riconosce. Presente anche un delegato del Consiglio nazionale curdo, da non confondere con il partito curdo Pyd e il suo braccio armato Ypg, affiliato al gruppo terroristico del Pkk, che governano la provincia autonoma del Rojava. L’Onu era presente solo nella persona dell’Inviato speciale Staffan de Mistura, mentre l’Occidente era rappresentato dagli ambasciatori in Kazakistan di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna.

Cosa si è deciso?

Governo siriano e opposizione non hanno deciso nulla. Tra accuse e recriminazioni, la delegazione di Damasco ha rifiutato ogni accordo con quelli che definisce indistintamente “terroristi”, mentre l’opposizione ha rifiutato ogni accordo, a meno che il regime non metta fine agli assedi di intere città, rispettando il cessate il fuoco (cosa non successa ad esempio a Badi Warada), e non liberi le migliaia di prigionieri politici.

Ciò non significa però che non sia stato raggiunto alcun accordo: lo hanno raggiunto Russia, Iran e Turchia. Nella dichiarazione finale i tre Paesi, dopo aver ribadito l’inviolabile unità territoriale della Siria, hanno concordato l’istituzione di un meccanismo trilaterale di monitoraggio del cessate il fuoco, necessario per garantire accesso umanitario in tutto il Paese. Hanno inoltre concordato sulla necessità di una soluzione politica per risolvere il conflitto, sulla volontà di continuare a combattere lo Stato Islamico e il gruppo terroristico al-Nusra, separandolo dagli altri gruppi armati dell’opposizione.

Tutto ciò senza che, ancora una volta, i nodi cruciali che hanno fatto fallire i precedenti colloqui, e che avevamo analizzato qui, venissero sciolti, a cominciare dal futuro politico di Bashar al Assad, che però sembra ormai certo rimarrà al potere.

Un soldato siriano sventola la bandiera nazionale sulle macerie della moschea degli Omayyadi ad Aleppo. Credits to: Omar Sanadiki/Reuters

Un soldato siriano sventola la bandiera nazionale sulle macerie della moschea degli Omayyadi ad Aleppo – credits: Omar Sanadiki / Reuters

Quale prezzo per Damasco?

Se nei contenuti poco cambia rispetto ai colloqui precedenti, ciò che davvero è cambiato sono i rapporti di forza e i “nuovi” interessi delle potenze straniere coinvolte nelle trattative. Ormai è chiaro che le parti siriane – sia regime che opposizione – non hanno molto potere negoziale. Lo stesso regime siriano, che pure dopo la riconquista di Aleppo ha rafforzato la sua posizione militare, non gode in realtà di una forte posizione politico-diplomatica, anzi, è proprio la vittoria di Aleppo ad averlo paradossalmente reso ancor più dipendente dal sostegno, anche diplomatico, straniero.

Frutti evidenti di questa dipendenza sono i recenti accordi che Damasco ha firmato con Mosca e Teheran: il 20 gennaio la Siria ha ceduto a tutti gli effetti la base navale di Tartus alla Russia, che potrà disporne interamente per 49 anni, con rinnovo automatico di 25, ancorando permanentemente fino a 11 navi da guerra, anche a propulsione nucleare (qui il testo originale dell’accordo pubblicato dal Governo russo), così come potrà disporre interamente della base aerea di Hmeymim, a Latakia. Si tratta solo dell’ultimo affare che Mosca ha strappato a Damasco, che si aggiunge ai già firmati appalti da centinaia di milioni concessi a compagnie russe per la ricostruzione della Siria nel 2016, all’accordo militare firmato nell’agosto 2016 (e che avevamo tradotto qui) e ai già firmati accordi con cui la Siria ha concesso alla Russia, nel 2013, di esplorare e utilizzare i giacimenti petroliferi e di gas lungo le coste siriane.

Concessioni simili sono state elargite all’Iran: il 17 gennaio Damasco e Teheran hanno firmato cinque importantissimi accordi, tra cui quello sulle telecomunicazioni, con cui l’Iran ha ottenuto la licenza di operare nel settore della telefonia mobile siriana, uno dei settori più redditizi dell’economia siriana, aumentando al tempo stesso il controllo iraniano su Damasco. Inoltre, l’Iran ha ottenuto i diritti di estrazione di fosfati in Siria, nonché 5.000 ettari di terreno per attività agricole e 1.000 ettari per poter costruire terminal petroliferi e di gas. Questi terreni servono all’Iran anche per completare il suo progetto di ricomposizione demografica della Siria su basi religiose (spopolamento di aree sunnite e ripopolamento sciita) di cui avevamo parlato qui.

Queste laute concessioni hanno il sapore della ricompensa che Damasco deve agli alleati che ne hanno garantito la sopravvivenza. Il Ministro degli esteri russo Lavrov ha dichiarato, senza mezzi termini, che quando la Russia intervenne militarmente a sostegno di Bashar al Assad nel settembre 2015, Damasco, e quindi il regime siriano, era a 2-3 settimane dal collasso. La sopravvivenza del regime ha dunque un prezzo e la spartizione della Siria, più che territoriale, sembra essere economica e politica.

Resterà da vedere quanto la Russia sia disposta ancora ad investire in Siria, dato che sembra essersi assicurata i suoi principali interessi, e come questo potrà incidere sulle già esistenti divergenze con l’alleato iraniano, divergenze che avevamo illustrato in questo articolo. Intanto, i colloqui di pace sponsorizzati dall’Onu dovrebbero riprendere a Ginevra l’8 febbraio.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
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