Immaginate di essere a bordo di un peschereccio canadese al largo delle coste del New Brunswick (Canada) in una fredda giornata di Novembre. Bene, adesso immaginate il vostro stupore quando, in una cassa di aragoste appena pescate, ne trovate una con il logo della Pepsi tatuato sulla chela. La quantità di rifiuti presente negli oceani ha raggiunto livelli esorbitanti, stando alle ultime stime, ammonterebbe a 13 milioni di tonnellate. Il problema è palese, ma ripensare all’intero sistema di produzione delle plastiche potrebbe davvero rappresentare una soluzione evidente a questa urgente problematica globale? 

L’aragosta tatuata trovata al largo New Brunswick, Canada. Credits to: Karissa Lindstrand

Come siamo arrivati a questo punto?

Nonostante la plastica sintetica sia stata inventata da alcuni scienziati nel corso del 19° secolo, fu la Seconda Guerra Mondiale a cambiarne l’impiego e la richiesta. Jeffrey Meikle, storico della cultura e professore alla University of Texas, Austin, nel suo libro American Plastic: a cultural history spiega come la scarsità di materiali abbia portato all’utilizzo di differenti tipi di plastica in campo militare.

La plastica cessò di essere considerata materiale sostitutivo o meramente estetico e fu piuttosto apprezzata perché funzionale, moderna e pratica. Il risparmio di tempo e la convenienza divennero i fattori su cui il marketing dell’epoca fece pesantemente leva. In quanto leggera, flessibile e resistente, la plastica si è rivelata estremamente utile in diversi settori da quello automobilistico a quello farmaceutico, agricolo, elettronico e persino per la produzione di articoli d’arredamento, solo per citarne alcuni.

Difficile sfuggire alla plastica insomma, ma purtroppo anche all’inquinamento che essa comporta. Lo smaltimento non adeguato della plastica può infatti inquinare l’ambiente marino, le città, il terreno e l’acqua.

Come uscirne?

Si prevede che la produzione di plastica raddoppierà entro il 2036 e ciò potrebbe rappresentare un motivo di allarme data la situazione attuale. Il 90% della plastica si ottiene da combustibili fossili, il che aggrava l’inquinamento ambientale generando emissioni di biossido di carbonio. La situazione si fa tragica quando il prodotto di plastica giunge alla fine del suo ciclo di vita; ad oggi infatti circa il 91% della plastica prodotta non è mai stata riciclata, il che rappresenta un enorme quantità di rifiuti.

Cosa succederebbe se potessimo evitare di sfruttare nuove riserve di combustibile fossile e, al contempo, minimizzare gli sprechi? Forse sarebbe bene sapere che una bottiglietta d’acqua o la vaschetta per le fragole sono destinate ad una lunga vita di utilità anche dopo essere state gettate via.

L’economia circolare della plastica

Molti sostengono che un’economia circolare “in cui il valore di un prodotto, il materiale e le risorse sono conservate all’interno del sistema il più a lungo possibile in modo da minimizzare gli sprechi ” sia la soluzione al problema.

La natura rappresenta l’esempio perfetto, poichè lo spreco è continuamente reintrodotto nell’ecosistema dove ogni organismo vivente che ha raggiunto la fine del suo ciclo vitale diventa a sua volta una risorsa. Grazie al supporto di questo tipo di economia da parte di soggetti come l’UE, i consumatori più rispettosi dell’ambiente possono guardare al futuro con rinnovato ottimismo. Purtroppo vi sono forti segnali che la tecnologia odierna non sia ancora adeguata, il che potrebbe ostacolare un cambiamento radicale in quella direzione.

I consumatori non riescono a riciclare tutti i tipi di plastica nemmeno nei paesi più sviluppati, e comunque anche laddove sia possibile esistono pesanti limitazioni. Jamie Garcia, scienziato presso quel gigante multinazionale della tecnologia che è IBM (International Business Machines Corporation) sostiene che ” [il riciclaggio della plastica è] limitato poichè la sua resistenza meccanica si deteriora ad ogni ciclo di utilizzo. La plastica può quindi perdere flessibilità e diventare fragile, oppure opaca invece che trasparente e perdere addirittura colore.”

I passi avanti dell’industria

Fortunatamente si stanno facendo progressi nel rendere la plastica biodegradabile. L’azienda chimica francese Carbios, per esempio, sta attualmente sperimentando una plastica biodegradabile migliorata.

“L’obiettivo finale della Nuova Economia della Plastica è creare un’economia nella quale gli imballaggi di plastica non vadano sprecati. Per far ciò è necessario che tutte le parti coinvolte siano pronte al cambiamento”.

Tuttavia, come evidenziato da diverse perizie, tra cui il rapporto delle Nazioni Unite sul programma ambientale, le plastiche biodegradabili non sono sempre all’altezza del loro nome. Molti tipi di plastica si decompongono solamente a temperature altissime il che, unito all’impossibilità di galleggiamento, fa sì che gli eventuali imballaggi che finiscono nell’Oceano affondino senza decomporsi.

Dame Ellen MacArthur dell’omonima fondazione britannica che supporta l’economia circolare spiega in un video di National Geographic:

“L’obiettivo finale della Nuova Economia della Plastica è creare un’economia nella quale gli imballaggi di plastica non vadano sprecati. Per far ciò è necessario che tutte le parti coinvolte siano pronte al cambiamento”.

 

Il potere del consumatore 

Una sfida, ma anche un’opportunità, un gioco a cui partecipano sia i consumatori sia le aziende che utilizzano la materia grezza. Per sfruttare i benefici di una plastica che può essere riciclata all’infinito il consumatore deve innanzitutto smaltirla in modo corretto, ma devono anche esserci delle compagnie disposte a riprogrammare e riutilizzare al plastica scartata. Al contempo consumatori e compagnie sono sempre più attenti all’ambiente, influenzandosi vicendevolmente oltreché condizionando a loro volta il mercato della plastica.

Sono sfide da non prendere alla leggera anche se vi sono segnali di avanzamento da parte della tecnologia, come testimonia il caso di Jamie Garcia di IBM, a cui è attribuita la scoperta di nuovi polimeri grazie ai quali la plastica può essere riciclata centinaia di volte. Sono inoltre in atto degli studi volti a recuperare il contenuto energetico della plastica, ovvero a trasformare in combustibile la plastica inutilizzabile.

Cosa fare nel frattempo? 

Prima ancora che questi risultati tecnologici diventino realtà è opportuno migliorare i sistemi di raccolta dei rifiuti, in particolare nei paesi in via di sviluppo e nelle aree costiere, come suggerito dal rapporto delle Nazioni Unite sul programma ambientale. Intanto i consumatori possono verificare quali tipi di plastica siano veramente riciclati nella loro zona e, di conseguenza, evitare quelle che i loro comuni non sono in grado di riciclare, riutilizzare o recuperare.

I consumatori ricoprono un ruolo fondamentale nell’economia. Se si vuole sostenere lo sviluppo di un’economia circolare della plastica, il primo passo da compiere è forse il più importante: smaltire correttamente la plastica dopo l’utilizzo.


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Di Seda Kojoyan, traduzione di Alister Ambrosino
Redazione
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