Gli arabi nello spazio: l’UAESA, l’agenzia spaziale degli Emirati, Arabi Uniti.

Un visitatore osserva su di uno schermo l'immagine della sonda emiratina Hope nel centro spaziale Mohammed Bin Rashid a Dubai il 19 luglio 2020. Credit to: GIUSEPPE CACACE | AFP via Getty Images

Alla guida dell’Agenzia spaziale degli Emirati, Arabi Uniti (UAESA) che ha immaginato, progettato e lanciato una missione su Marte in soli sei anni, c’è la dottoressa Sarah al-Amiri, Ministro per la ricerca tecnologica del paese.


I Dawlat al-Imārāt al-ʿArabiyya al-Muttaḥida, in italiano, Emirati Arabi Uniti, sono uno degli stati più giovani al mondo, formatosi appena nel 1971 dall’aggregazione dei cosiddetti Stati della Tregua i quali dovevano questo nome al sostegno che essi offrivano alla pirateria regionale soprattutto in funzione anti ottomana fino appunto alla Tregua imposta dai britannici. 

Con temperature estive che possono raggiungere i 48° ed un paesaggio per lo più desertico flagellato anche da violente tempeste di sabbia, questa piccola monarchia assoluta di appena 10 milioni di abitanti ha rapidamente scalato l’economia mondiale, consolidandosi al decimo posto per reddito pro-capite al mondo.  

I sette emirati, dotati ognuno di ampio margine decisionale entro i limiti di ciascun territorio, devono la loro ricchezza all’esportazione di petrolio e gas naturale che costituisce l’85% dell’economia nazionale.  Nonostante l’importanza di questo stato con capitale federale ad Abu Dhabi grazie soprattutto all’alleanza con gli Stati Uniti e gli storici legami con il Regno Unito, stupisce che esso figuri in questa rubrica come uno degli attori principali della nuova colonizzazione spaziale. 

Il fenomeno è interessante poiché non bisogna pensare che le ingenti risorse economiche da sole bastino a spiegare la corsa allo spazio degli Emirati e gli sforzi necessari per compensare il divario di competenze tecniche sono stati considerevoli (si pensi in tal senso alla pluridecennale esperienza statunitense o russa, o le nazioni europee che hanno iniziato a sviluppare una scienza missilistica ancor prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale).  

La sonda Hope e la strada per Marte

Fra lo stupore generale del resto del mondo, nel febbraio del 2021, per festeggiare i cinquant’anni della nazione, la sonda emiratina Hope è entrata stabilmente nell’orbita marziana, sancendo un incredibile successo scientifico ma anche tattico: la sonda infatti si comporta come un satellite meteorologico che studia il clima e le stagioni del pianeta rosso, ponendosi come un indispensabile riferimento tattico per le altre nazioni che manovrano sulle superficie di Marte.  

La scelta del governo di Abu Dhabi è stata dettata da uno sguardo pragmatico rivolto al futuro e alla consapevolezza che l’esplorazione e la colonizzazione spaziale saranno chiave per lo sviluppo economico del paese nei prossimi decenni. Inoltre è evidente anche agli occhi degli Sceicchi che questi anni sono determinanti per acquisire posizioni che in futuro potrebbero essere irraggiungibili o irrimediabilmente occupate.  

 

L’agenzia spaziale emiratina (UAE Space Agency, da qui in poi abbreviata in UAESA) nasce appena nel 2014 e può già vantare numerose missioni satellitari, interplanetarie e nel resto del sistema solare. Dal 2017, la UAESA è guidata da una donna, la dottoressa Sarah Al Amiri, un altro interessante colpo di scena per un paese in cui la condizione delle donne è storicamente difficile, ma che proprio in questi anni sta vedendo un lento ma progressivo miglioramento grazie ad una rilettura più aperta del Fiqh, la giurisprudenza islamica nella sua applicazione locale. La scelta stessa della dr.ssa Al Amiri è una intenzionale dimostrazione di questa nuova apertura, in gran parte ancora teorica, che gli Emirati vogliono mostrare. 

L’impegno del governo emiratino non si limita però alla sola agenzia spaziale ma ha investito anche l’università. Come evidenziato da un rapporto redatto dalla University College di Londra sono cinque le università degli Emirati Arabi Uniti che si sono dotate di nuovi corsi universitari in scienze e nello specifico il programma Emirates Mars Mission Outreach and Engagement ha raggiunto 50.000 studenti, seguiti da più di mille insegnanti.

La sonda Misbar Al-Amal, nota appunto in occidente come Hope, è solo il primo passo di un piano preciso con il quale gli Emirati puntano a costruire la propria colonia indipendente su Marte per il 2117. La proiezione in un futuro apparentemente così distante non deve trarre in inganno trattandosi non di una mera aspirazione utopica ma di un piano programmatico ben preciso e già in moto. Per il 2024 sarà terminata infatti la Mars scientific City, un complesso di edifici nel quale simulare e sperimentare gli ambienti che saranno successivamente portati nello spazio, con lo scopo di condurre la prima missione con equipaggio umano allo scoccare del centenario dalla fondazione degli Emirati, nel 2071. 

Dal posizionamento di un satellite in funzione altamente strategica nei cieli di Marte fino ad un approccio più squisitamente coloniale nell’esplorazione del pianeta rosso, la UAESA ha sempre dimostrato di agire con un doppio scopo: spingere lo sviluppo tecnologico di uno specifico ambito e conquistare una posizione strategica per rinsaldare i rapporti diplomatici con le altre nazioni. In principio si trattò di una rete satellitare atta all’analisi dei disastri sulla Terra in tempo reale. Era il 2018 e la UAESA era nata da appena quattro anni. 

Una tempesta di sabbia interessa la penisola araba. L’immagine è stata catturata dal satellite Suomi NPP nel luglio del 2018. Credit to: NASA Earth Observatory Tanegashima Space Centre in Giappone.

La diplomazia degli incontri e il predominio dell’area

In questa nuova fase espansiva dell’esplorazione spaziale è divenuto chiaro come sia possibile conquistare nuove posizioni non solo partecipando attivamente al posizionamento di strutture in orbita e nei vari punti chiave del sistema solare, ma anche divenendo un riferimento per gli incontri internazionali delle varie agenzie.

Tale aspetto è chiaro alla UAESA e possiamo osservare come negli ultimi anni gli Emirati Arabi abbiano ospitato la settantaduesima edizione dell’International Astronautical Congress (nell’ottobre 2021) divenendo la prima nazione araba ad accogliere tale prestigioso evento ed appena un anno dopo aver ospitato lo stesso congresso nel formato di un ciclo di videoconferenze a causa della pandemia.  Già l’anno prima, nel 2019, la UAESA aveva ospitato il Global Space Congress, un incontro organizzato in tutto il mondo dal 2013 e focalizzato soprattutto sullo sviluppo di satelliti e sonde. 

IAC Dubai 2021. Il Primo Ministro UAE lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, viene accolto dal Direttore generale dell’ESA Josef Aschbacher, al suo arrivo
allo stand dell’ESA. Credit to Esa

Il doppio approccio emiratino, sviluppo tecnologico e conquista di predominio diplomatico, assume un significato ancora più concreto se lo si inserisce nelle complesse dinamiche geopolitiche dell’area. Gli Emirati Arabi sono infatti incastrati storicamente fra un rivale prossimo (l’Iran) ed un alleato ingombrante (l’Arabia Saudita) con il quale Abu Dhabi da anni persegue una politica di supporto senza però negarsi tentativi di sorpasso o anche solo di ritagliarsi proprie aree egemoniche che sfuggano all’influenza di Ryad. Se tale politica di conflitto con l’Iran e di alleanza con riserva con l’Arabia Saudita si è dispiegata nelle complesse dinamiche della guerra in Yemen, osserviamo come anche la politica della UAESA rispecchi tale realtà geopolitica. 

Con il fallimento del lancio dello Zafar 1 di produzione iraniana la corsa allo spazio ma soprattutto verso la creazione di una egemonia orbitale fra i paesi del golfo si è temporaneamente arrestata. L’Iran infatti può vantare una agenzia spaziale più longeva (fondata fin dal 2003) e seppur nello stesso anno, il 2020, l’Iran riuscì a condurre nello spazio il satellite Noor, le politiche di questa nazione appaiono fin troppo isolate e meno organicamente inserite in una solida rete internazionale come invece avviene per la UAESA.  

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Dall’altra parte i continui successi nell’esplorazione spaziale di Abu Dhabi, il nuovo ruolo nel contesto orbitale, le missioni interplanetarie, associate alle conquiste rivendicate indipendente in Yemen, erodono l’autorità dell’Arabia Saudita il cui programma spaziale appare al momento ben lungi dal poter eguagliare quello degli Emirati. 

Questo è un caso di studio esemplare per mostrare come la tecnologia spaziale possa giocare un ruolo determinante nell’ambito geopolitico, specialmente per accelerare processi già in corso. Si pensi soltanto alla complessa rete di relazioni che lo scambio tecnologico, economico e scientifico, permette di creare.  La UAESA al momento ha come principale partner la NASA, all’inizio come principale fornitore di tecnologie, ma sempre più come alleato a cui offrire anche il proprio supporto specialmente grazie alla rete satellitare messa in opera. 

Negli anni di costruzione e creazione della UAESA gli Emirati Arabi hanno avuto anche la premura di rivolgersi agli altri storici dominatori dello spazio e la Russia ha rappresentato un importante partner nelle fasi iniziali di sviluppo soprattutto attraverso il supporto offerto dal programma Soyuz. 

Fra i rapporti diplomatici che la UAESA ha permesso di rinsaldare vi è quello con Israele, lo storico nemico-alleato dei paesi del golfo. Nel caso specifico la UAESA e l’agenzia spaziale israeliana hanno dato vita ad una ambiziosa missione congiunta, la Beresheet 2, per condurre nel 2024 un rover sulla superficie lunare. Più della precedente collaborazione fra i due paesi sul progetto VENµS quella di Beresheet 2 è un’alleanza non solo tecnologica e diplomatica ma anche profondamente simbolicaEntrambi i paesi utilizzano un calendario religioso basato sui cicli lunari e la sonda fornirà informazioni dettagliate sull’inizio di ciascuna Luna Nuova, creando una interessante contraltare al tempo della fede scandito dall’Abraj Al Bait dei sauditi. 

Da sinistra il Presidente dell’Agenzia spaziale israeliana Morris Kahn, Sarah bint Yousef Al Amiri, Presidente dell’Agenzia spaziale degli Emirati nonché ministro per lo sviluppo tecnologico del paese e L’amministratore delegato dell’Agenzia Spaziale Israeliana Shimon Sarid. (CourtesySpaceIL)

La rete diplomatica della UAESA si allunga anche in paesi insospettabili come il Lussemburgo, che negli ultimi anni si sta impegnando per supportare in vario modo le agenzie spaziali emergenti, e il Canada. In particolar modo è interessante come con quest’ultimo, la UAESA cerchi di gettare le basi per forme di regolamentazione dell’esplorazione spaziale, la quale, è bene ricordarlo, è completamente esente dal diritto internazionale reale. Probabilmente uno dei risultati diplomatici più notevoli della UAESA è il coinvolgimento nel programma Artemis per la colonizzazione della Luna e che partirà proprio nel 2022. 

Le basi a terra

Come abbiamo osservato nei precedenti interventi l’esplorazione e la colonizzazione spaziale deve poggiare giocoforza su di una solida base di infrastrutture sulla superficie, indispensabili per la corsa allo spazio come gli sbocchi sul mare lo sono per una talassocrazia. Anche da questo punto di vista gli Emirati Arabi Uniti si sono adoperati con importanti investimenti. In primo luogo con la creazione del centro spaziale Mohammed Bin Rashid che rappresenta il centro di coordinamento scientifico e delle ricerche condotte dalla UAESA e localizzato a Dubai, il quale scandisce gli obiettivi dell’agenzia spaziale e svolge il ruolo di voce ufficiale dell’istituto. 

Parallelamente il centro di ricerca di Al-Ain è il luogo dove i satelliti vengono fisicamente assemblati, puntando in questo momento a ricondurre l’intera filiera produttiva all’interno dei confini nazionali, nonché rappresentando il centro unificato per le comunicazioni fra le varie missioni della UAESA. Per quanto gli Emirati non possano ancora vantare un vero e proprio spazio porto entro i confini nazionali è da tenere sotto osservazione l’ingente investimento di Abu Dhabi per la rimessa in funzione dello storico spazio porto sovietico di Baikonur da cui Yuri Gagarin partì a bordo della Vostok. L’obiettivo degli Emirati è quello di ottenere un controllo su questa importante struttura che possa così fungere da privilegiata struttura di lancio per le future missioni.  

L’areale delle missioni della UAESA

Volgendo verso una ricapitolazione conclusiva dell’impegno della UAESA e per dare ancora una volta l’idea del travolgente sviluppo della tecnologia spaziale degli Emirati, si ricorda che oltre alla già citata missione marziana, la UAESA è impegnata anche nell’invio di missioni verso la Luna ( il cui nuovo ruolo strategico in questa fase è perfettamente rappresentato dalla quantità di missioni internazionali che nuovamente la coinvolgono) . 

Parallelamente è stato annunciato l’avvio della missione verso Venere che prenderà piede nel 2028 e che ha l’ambizioso obiettivo di collocare una sonda nell’orbita marziana prima di lanciarsi, sfruttando la fionda gravitazionale del pianeta, verso la cintura degli asteroidi ed infine atterrare su uno di essi nel 2030.  Tale crescita esponenziale della UAESA è talmente atipica che la celebre rivista Nature ha deciso di dedicarvi un lungo approfondimento nel tentativo di svelare il mistero di tale fenomeno.  Naturalmente tutte queste conquiste sarebbero state impossibili senza l’aiuto del principale partner degli Emirati Arabi Uniti, la nazione che al momento occupa un ruolo spiccatamente egemonico nell’esplorazione spaziale affiancando la più antica agenzia spaziale del pianeta ad aziende private sempre più rilevanti nel settore e che sarà oggetto del nostro prossimo intervento: gli Stati Uniti d’America.  

Di: Tanator Tenabaun