Siamo ancora lontani da un sistema globale post-statuale, ma la morfologia dell’Arena internazionale sta cambiando e sono sempre di più gli attori sovra e sub statuali (multinazionali, gruppi organizzati, individui) che a vario titolo la affollano in virtù del possesso di una o più risorse della potenza. In questa delicata fase di transizione sistemica il ruolo giocato dalle città sarà cruciale.

Tra i primi sei paesi con il più alto reddito pro capite al mondo, cinque sono delle città-stato o delle piccolissime nazioni. Nonostante il reddito pro capite non sia una stima accurata per stabilire il benessere della popolazione o la ricchezza generale di un paese, questo dato ci consente di iniziare la nostra analisi affrontando l’indiscutibile successo che piccoli paesi e città hanno avuto all’inizio del nostro secolo, e di come questo successo potrebbe influire sugli sviluppi della geopolitica globale dei prossimi decenni, che alcuni hanno già rinominato “il secolo delle città“.

ricchezza mondiale

credits: Global Finance Mag (la ricerca completa la si può leggere qui: http://j.mp/worldfinancedata)

Secondo i dati della Banca Mondiale, già nel 2007 la popolazione mondiale che viveva nelle città iniziava a superare quella stanziata in aree rurali. Nel 2014 il 54% della popolazione mondiale era urbanizzata, e la tendenza è in crescita: secondo un rapporto delle Nazioni Unite nel 2050 il 66% della popolazione mondiale vivrà in città sempre più grandi, che necessiteranno di conseguenza di una sempre maggior organizzazione e pianificazione delle politiche urbane. Le città, attirando come magneti al loro interno energie sociali ed economiche, hanno un peso sempre maggiore all’interno della politica degli Stati.

Parag Khanna, analista di relazioni internazionali ed esperto di globalizzazione, durante una conferenza tenutasi a Barcellona nel 2014 (il Smart City Expo World Congress), disse “a city can be successful in a failed state, but there is no viable country without a viable city”. Secondo Khanna le relazioni diplomatiche degli Stati stanno già subendo una grandissima influenza dalla sempre più incisiva presenza di grandi e importanti città nell’arena internazionale: è nelle città che si sviluppano le tecnologie e si produce ricchezza, ed è sempre nelle città che le menti più specializzate del pianeta vivono gomito a gomito. Tra i tanti fattori che contribuiscono al sempre più evidente caos internazionale le città occupano uno spazio rilevante. Fenomeni come la globalizzazione – che per alcuni avrebbe reso il mondo omogeneo e sempre più unitario – stanno creando grandi sacche di frammentazione sistemica, di cui le città sono i nodi più rilevanti. I collegamenti privilegiati e le connessioni economiche e sociali tra le grandi aree urbane internazionali, stanno riducendo la capacità degli stati di filtrare, controllare ed organizzare questa fitta rete di relazioni. Questa constatazione, come spesso accade, può portare alla luce sia una lunga serie di problemi che infinite opportunità.

credits: McKinsey App

Raffigurazione 3D delle città più popolose al mondo / credits: McKinsey App

Uno dei più rilevanti processi geopolitici a cui stiamo assistendo – nonostante si possano considerare ancora le prime fasi di uno scenario che potrebbe consolidarsi e stabilizzarsi globalmente tra decenni – è l’indirizzamento del sistema internazionale in una forma multipolare e regionale. L’Unione Europea è da questo punto di vista l’esperimento e il modello di regionalizzazione continentale più importante, oltre che il primo e quindi il più esposto a problematiche e criticità (gli esperimenti spesso falliscono). Esistono però molte altre regioni al mondo, in tutti i continenti, in cui si stanno avviando processi simili, almeno nell’impostazione embrionale (tra gli altri, in Africa il Sadc, l’Uemoa, in Medio Oriente il Gcc, in Nord America il Nafta, in Sud America il Mercosur, in Asia l’Asean, eccetera). Uno dei fattori che facilita la creazione di questi grandi spazi regionali integrati sono le città. Tutte le grandi città europee, Berlino, Londra, Parigi, Praga, Milano, Madrid, eccetera, sono molto più vicine tra di loro di quanto non sia vicina ognuna di esse alle proprie grandi periferie. Bisogna sottolineare inoltre come questi grandi spazi regionali prendano quasi sempre origine da accordi sulla rimozione di dazi e sulla creazione di aree economiche comuni. E non è un caso: secondo un report di McKinsey il 65% della crescita economica globale arriva dalle città, e tra queste se ne possono individuare 440 “emergenti”, che da sole varranno la metà della crescita economica globale dei prossimi anni. Non è azzardato affermare che la crescita economica e le interconnessioni globali che vengono prodotte nei centri urbani influenzano le modalità con cui i paesi tentano d’integrarsi.

McKinsey

McKinsey – Urban world: cities and the rise of the consuming class – pag.5

Gli Stati per tenere in piedi questo sistema hanno destinato negli ultimi anni un numero sempre maggiore di finanziamenti a quelle infrastrutture che possono facilitare e permettere l’integrazione di grandi regioni interstatali. Infrastrutture globali come i trasporti e le telecomunicazioni sono gli strumenti principe attraverso cui gli Stati possono sfruttare positivamente le risorse prodotte dalla globalizzazione. In passato si credette che questo cambio di paradigma avrebbe consentito alle potenze mondiali di tagliare consistentemente le spese militari, ma così non è stato, e anzi è probabile (o forse inevitabile) che dopo lo stallo dovuto alla crisi economica del 2008, le spese per la difesa tornino ad aumentare, specie nell’area asiatica, che peraltro è l’area con il più alto tasso di crescita metropolitana.

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Spesa globale per infrastrutture / credits: urban-hub.com

Solo le città hanno la capacità di attirare investimenti importanti per le infrastrutture. La rilevanza della connettività tra nodi all’interno del sistema internazionale è interamente dedicata alle aree urbane. In un mondo globalizzato la capacità di gestire la conoscenza e le informazioni è una risorsa della potenza imprescindibile, e solo le città hanno gli strumenti per poterlo fare. Si potrebbe quasi sostituire il vecchio adagio “geography is destiny” con la nuova massima del “connectivity is destiny”, scrive Khanna presentando il suo libro in uscita nel 2016.

La crescita esponenziale dell’importanza delle città però espone gli Stati anche a molti rischi, legati soprattutto alla gestione delle risorse necessarie per la sopravvivenza delle città stesse: risorse idriche, energetiche, sanitarie, residenziali e di sicurezza. Una gestione mediocre potrebbe facilmente catapultare nel caos città dove vivono milioni di persone. Proprio per questo motivo si parla sempre più spesso della necessità di creare “smart city“, città intelligenti che possano auto-sostenersi con l’aiuto della tecnologia.

Per quel che riguarda l’aspetto economico, città che fondano la propria prosperità su pochi settori, esattamente come gli Stati, sono esposti a forti oscillazioni economiche esterne (si pensi a Detroit, che a causa della crisi del settore automobilistico passò da 1 milione di abitanti nel 1990 ad averne appena 600 mila nel 2013, anno in cui fece peraltro bancarotta). Senza dimenticare i grandi rischi determinati dai cambiamenti climatici e più in generale dall’instabilità climatica: l’unica cosa che potrebbe lasciarsi alle spalle un uragano forza 5 che passa sopra a un deserto è una diversa conformazione morfologica del terreno, mentre il passaggio su aree densamente popolate prefigurerebbe una catastrofe. In una delle zone urbane più popolate al mondo, nel Mar Cinese Meridionale, le acque si stanno alzando al ritmo di quasi 1 cm all’anno, e se il clima non invertirà la tendenza tra non molti anni tutta la geografia di quei luoghi – con le centinaia di milioni di persone che vi ci abitano – dovrà essere ridisegnata, con sconvolgimenti geopolitici che fanno tremare i polsi solo a immaginarli.

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Turisti cinesi si fanno fotografare davanti a dei banner che mostrano come sarebbe lo skyline di Hong Kong retrostante senza inquinamento il 21 agosto 2015 / credits: npr.org

Un altro rischio che si nasconde tra le pieghe dell’urbanizzazione, se guardiamo il mondo con la lente della geopolitica, risiede nella possibilità che questi processi possano catalizzare un’altra importante tendenza politica globale: la decentralizzazione e la conseguente frammentazione del potere. Questa tendenza potrebbe non apparire (e non essere) del tutto negativa, ma è una tendenza che contribuisce all’innalzamento dell’asticella del disordine sistemico, in un momento storico delicato, dove i grandi cambiamenti avvengono all’ombra dell’imprevedibilità, dell’interdipendenza e del caos. Città sempre più forti e autonome potrebbero in futuro chiamare a sé prerogative che oggi posseggono gli Stati, indebolendone quindi la sovranità. Le proteste e le manifestazioni pro-democrazia degli studenti a Hong Kong nel settembre 2014 potrebbero esserne un primo e lontano segnale. Nel 2030 si stima che il 70% della popolazione cinese risiederà nelle grandi città costiere (alcune delle quali sono già ora poste sotto il diretto controllo del governo centrale, come Shanghai e Chongqing). La velocità con cui la demografia urbana cinese cambierà nei prossimi anni potrebbe non lasciare al Partito Comunista il tempo di comprendere e soddisfare le inevitabili richieste di benessere socio-economico e autogoverno politico che nasceranno in quelle aree, tra cui spicca quella che sarà destinata a diventare la più grande megalopoli che il mondo abbia mai visto: JingJinJi.

Jing-Jin-Ji

Jing-Jin-Ji / qz.com

Tra i progetti urbani in via di sviluppo, quella di JingJinJi spicca per grandezza e ambizione. Parliamo di un progetto cinese che si pone l’obiettivo di unire sotto un’unica amministrazione Pechino, Tianjin e la provincia dell’Hebei. Questa area – che copre un’estensione più vasta dell’Uruguay [vedi mappa sopra] – già oggi si presenta come un’unica gigantesca periferia metropolitana. Uno dei motivi che hanno spinto il Presidente cinese Xi Jinping a voler dar vita a questo progetto è l’attuale scarsa pianificazione urbana dell’area che – pur non essendo prospera come le aree urbane sul Delta dello Yangtze e della regione del Guandong – sta vivendo una forte crescita demografica, dovuta alle migrazioni interne che dalle lontane campagne cinesi spingono i giovani a cercare gli standard di vita presumibilmente più elevati delle zone costiere e della capitale. L’idea del Presidente Jinping sarebbe quella di creare una megalopoli del futuro, dove poter coniugare l’efficienza alla sostenibilità. Un obiettivo mirabile e una sfida quasi utopica: l’area infatti conterebbe una popolazione di più 130 milioni di persone e al di fuori di Pechino i servizi pubblici e infrastrutturali sono ancora ben lungi da poter esser definiti efficienti.

Nel luglio del 2015 il New York Time ha dedicato al progetto un bel servizio, che vi riportiamo qui di seguito

Nel Secolo delle Città, la politica internazionale avrà un nuovo attore con cui relazionarsi. Non saranno più solo le capitali nazionali a dirigere le scelte strategiche degli Stati. Città che fino a una manciata di anni fa erano distese di sabbia o paludi, oggi contano milioni di persone, università, infrastrutture e tassi di crescita economica e demografica a due cifre.

Tutti quegli Stati che riusciranno a non soccombere alla velocità del cambiamento potranno sfruttare a proprio vantaggio la scintillante era delle megalopoli, chi non ne sarà in grado dovrà affrontare problemi capaci di destabilizzare intere nazioni.

di Lorenzo Carota
Lorenzo Carota
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