La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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Dallo smantellamento delle formazioni ribelli ad Abu Kamal agli incontri con i servizi segreti siriani, si fa più chiara la politica di distensione tra Occidente e Siria.

La conquista di Abu Kamal da parte del fronte governativo – ultimo centro urbano in mano a ISIS – segna la fine territoriale del gruppo terrorista in Siria ma è anche frutto di una politica di distensione verso il regime siriano da parte dei Paesi occidentali.

La rapida avanzata delle truppe siriane, iraniane e di Hezbollah, non è stata infatti dovuta solo alla potenza militare o al decisivo contributo della Russia – che dopo aver neutralizzato i ribelli nell’ovest della Siria si è potuta concentrare nella lotta all’ISIS nell’est del Paese -, ma anche alla politica di Trump, sempre più accomodante sia verso la Russia che verso il regime siriano.

La situazione territoriale in Siria, aggiornata al 20 novembre. Nel cerchio giallo la posizione di Abu Kamal (Albukamal) – source: iswnews.com

Avevamo visto qui come gli ultimi sviluppi militari avessero mutato i rapporti tra Turchia, Arabia Saudita, Russia e Iran, e avevamo annotato la posizione dei Paesi europei e degli Stati Uniti. Significativa era stata la decisione di Trump di sopprimere i programmi CIA di addestramento ai ribelli, che lottavano contro il regime e contro ISIS.

Il primo effetto della fine del programma della CIA a sostegno dei ribelli FSA nel sud della Siria (programma sostenuto dalla Giordania e dall’Arabia Saudita), era stata la fine della loro offensiva contro il regime nell’area, cosa che ha cristallizzato lo status quo a favore del regime. A settembre gli Stati Uniti hanno chiesto ai gruppi FSA di ritirarsi dall’area e di riconsegnare l’artiglieria pesante e i missili anti-carro statunitensi ricevuti: combattere il regime non era più tra le priorità dei Paesi che hanno gestito il programma. La Giordania in particolare cerca da tempo di normalizzare i rapporti con Damasco e di riaprire il confine facendo pressione sui ribelli affinché consegnino i valichi di frontiera al regime, cosa che hanno rifiutato di fare.

Valico di frontiera Nasib, sul confine tra Siria e Giordania nella provincia di Deraa, 27 agosto 2017. Credits to: REUTERS/Alaa Al-Faqir.

Valico di frontiera Nasib, sul confine tra Siria e Giordania nella provincia di Deraa, 27 agosto 2017. Credits to: REUTERS/Alaa Al-Faqir.

L’interruzione del programma della CIA ha sortito effetti anche su quello del Pentagono, attuato nell’est della Siria, dove il Dipartimento della Difesa USA, la Giordania e il Regno Unito avevano creato e sostenuto il “Nuovo Esercito Siriano”, una formazione – ne avevamo parlato nel dettaglio qui – creata per combattere ISIS lungo il confine iracheno.

Dispute interne e il cambio di rotta della politica americana hanno portato però allo scioglimento della formazione; alcuni suoi membri si sono radunati nel Maghawir al Thawra, gruppo che ad oggi controlla al-Tanf e la strategica base militare, che fino ad oggi è stata essenziale per la lotta all’ISIS da parte della Coalizione Internazionale.

Fino a pochi mesi fa, tuttavia, erano le formazioni ribelli a combattere ISIS ad Abu Kamal, e il loro scioglimento ha lasciato campo libero all’avanzata governativa sulla città. Già a giugno il colonnello Ryan Dillon, del Comando Centrale USA, dichiarava: “Se [le forze di Assad] vogliono combattere ISIS ad Abu Kamal e hanno la capacità di farlo, saranno i benvenuti“.

Questo cambio di politica nei confronti del regime siriano si esplica anche a livello diplomatico: a novembre un alto funzionario americano e agenti della CIA hanno incontrato il capo della Sicurezza Nazionale siriana, Ali Mamlouk, a Damasco, segnando la visita di più alto livello tra i due Paesi dal 2011. Il quotidiano libanese al-Akhbar – vicino agli Hezbollah e a Damasco – ha riferito che il tema dell’incontro riguardava la sicurezza. Il funzionario americano – di cui non è noto il nome – avrebbe espresso la mancanza di fiducia di Washington nelle forze armate dell’opposizione a mantenere controllo e stabilità nelle loro aree.

Bashar al Assad incontra una delegazione del Parlamento italiano guidata dal senatore di Forza Italia, Paolo Romani, 17/09/2017. Credits to: SANA.

Bashar al Assad incontra una delegazione del Parlamento italiano guidata dal senatore di Forza Italia, Paolo Romani, 17/09/2017. Credits to: SANA.

Non è la prima volta che funzionari occidentali si recano a Damasco per trattare con il regime in materia di lotta al terrorismo e rifugiati. La scorsa estate una delegazione di varie agenzie di intelligence europee ha incontrato a Damasco i funzionari dell’intelligence siriana, avanzando loro la richiesta di cooperare in materia di sicurezza, soprattutto dopo l’ondata di attacchi terroristici che ha colpito l’Europa. I funzionari siriani avrebbero chiesto, in cambio della loro collaborazione, di riaprire le ambasciate siriane in Europa chiuse nel 2011, di dipingere positivamente il regime in Europa e di fornire a Damasco informazioni sui rifugiati distribuiti negli Stati europei.

Non solo: a settembre Gerrad Steeghs, Inviato speciale dei Paesi Bassi per la Siria, ha incontrato Raid Seif, capo dell’opposizione siriana, e gli avrebbe fatto pressioni affinché l’opposizione accetti che Assad rimanga al potere.

Gerrad Steeghs, Inviato speciale dei Paesi Bassi per la Siria, incontra a Istanbul Raid Seif, capo dell'opposizione siriana. Credits to: Zaman al Wasl.

Gerrad Steeghs, Inviato speciale dei Paesi Bassi per la Siria, incontra a Istanbul Raid Seif, capo dell’opposizione siriana. Credits to: Zaman al Wasl.

I rapporti si stanno così distendendo che Ali Haidar, Ministro siriano per la Riconciliazione Nazionale, ha detto che gli attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti contro ISIS nell’est della Siria stanno andando nella “giusta direzione” perché il governo siriano viene informato prima dei raid aerei, ricevendo conferma che “non vengono colpiti civili o obiettivi militari siriani”.

Ai margini del vertice della Cooperazione Economica dell’Asia-Pacifico tenutosi in Vietnam, Trump ha incontrato Putin; sulla Siria i due leader hanno ribadito che non esiste una soluzione militare al conflitto – sebbene gli sviluppi sul terreno suggeriscano il contrario – ed hanno confermato il loro sostegno al processo di pace di Ginevra sotto l’egida ONU, il cui prossimo round di colloqui si terrà il 28 novembre.

Donald Trump stringe la mano al presidente руссо Vladimir Putin mentre posano per una foto di gruppo prima del summit APEC, in Vietnam, il 10 novembre 2017. Credits to: AFP.

Donald Trump stringe la mano al presidente руссо Vladimir Putin mentre posano per una foto di gruppo prima del summit APEC, in Vietnam, il 10 novembre 2017. Credits to: AFP.

Si terrà invece il 22 novembre a Sochi (Russia) un incontro tra Putin e le sue controparti iraniane e turche per discutere degli accordi del processo di Astana.

Mantenere lo status quo e legittimare il regime siriano in nome della stabilità regionale e della lotta a ISIS – ormai sconfitto – sembra dunque sempre più la linea dominante delle diplomazie occidentali e non solo.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
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