Il mar del Giappone è un’area caratterizzata da un alto livello di tensione diplomatica fin da quando se ne possa avere memoria. In tempi moderni, le rivendicazioni sul controllo delle isole di questo piccolo lembo di Pacifico, sono divenute gli strumenti di sfogo politico ed istituzionale dei conflitti economici che in questa regione si avvicendano da decenni e che con l’ascesa delle economie orientali hanno trasformato questo luogo in una delle scacchiere più importanti del pianeta.

La scena

Al centro di questo gioco di isole contese si trova il Giappone, un paese particolarissimo e unico, sotto ogni punto di vista. Se in un articolo precedente – sulla piccola guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita, che potete leggere qui -, parlando delle potenze territoriali si è utilizzato l’espressione di nazioni Alfieri, in riferimento al loro ruolo nello scacchiere mondiale, nel caso del Giappone si può parlare tranquillamente di una nazione Regina: il suo ruolo come potenza nell’area non solo non è messo in discussione ma è soprattutto l’indispensabile alleato degli Stati Uniti d’America nell’eterno confronto con un altro stato Regina, la Russia e con il Re dello schieramento opposto: la Cina.

A concludere la definizione dell’area in esame vi sono le due coree: la Corea del Sud è uno stato dalla potenza militare ed economica paragonabile ai paesi dell’Europa Centrale mentre la Corea del Nord, tralasciando le tensioni che talvolta la vedono protagonista, è uno stato economicamente debole e isolato, sebbene con un numeroso esercito, per cui può essere definito un vero e proprio Pedone in questa sezione di scacchiera, nella quale osserviamo comunque una concentrazione di interessi economici e militari pari solo all’area europea.

Lasciando questa metafora introduttiva, analizziamo nel dettaglio tutti i contenziosi aperti sul fitto arcipelago del mar del Giappone ed il ruolo della politica interna Giapponese nella vicenda.

Situazione nel Mar del Giappone – Tanator Tenabaum

Coree vs Giappone / Rocce di Liancourt

La Corea del Sud ha imposto la propria presenza sulle Rocce di Liancourt dando vita ad una serie di strutture secondarie ed una caserma della polizia. Dal 2007 la Corea ha dato anche un’importante spinta verso l’indipendenza energetica e alimentare dell’isola costruendo due grandi impianti di desalinizzazione all’avanguardia, capaci di purificare 28mila litri d’acqua al giorno. Inoltre la funzione strategica delle Rocce di Liancourt è stata abilmente aumentata installando su di esse torri di ripetizione di segnale delle principali compagnie telefoniche coreane.

Posizione diversa invece quella assunta dal governo di Pyongyang, ignorando di fatto la disputa sulle Rocce di Liancourt ma tenendola in serbo per fini di disturbo diplomatico, ogni qual volta viene paventato un avvicinamento fra la Sud Corea e il Giappone, al fine di inimicare Tokyo agli occhi dell’opinione pubblica coreana.

I coreani li chiamano Dokdo (isola solitaria), i giapponesi Takeshima (isola del bambù), per noi italiani sono le Rocce di Liancourt. – atlasweb.it

Cina vs Taiwan vs Giappone / Isole Senkaku

Le Isole Senkaku hanno una lunga storia di rivendicazioni incrociate, ciò in parte dovuto anche all’uso che in epoche passate venne fatto di queste isole disabitate. Esse fungevano infatti da punti temporanei di snodo commerciale e per questa ragione la “rivendicazione” si limitava all’indicazione cartografica.

Il momento di svolta arriva con la prima guerra sino-giapponese, lo storico conflitto che segnerà il totale collasso dell’impero cinese e la travolgente ascesa del Giappone come potenza egemonica dell’estremo oriente. Oltre a definire l’indipendenza della Corea, il Trattato di Shimonoseki definì la sovranità giapponese sulle isole Senkaku.

Dopo alterne vicende che videro le isole sfruttate da diverse famiglie giapponesi, queste passarono sotto il controllo degli Americani con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1969 i riflettori si riaccesero sulle isole quando l’ECAFE (United Nations Economic Commission for Asia and the Far East) individuò nelle loro vicinanze riserve di petrolio e gas, e nel 1972, a seguito del Trattato di Restituzione di Okinawa, le isole tornarono sotto il controllo Giapponese, ma contemporaneamente la Cina e Taiwan rivendicarono le isole: iniziò così la disputa sulle isole Senkaku.

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Da quel momento ogni governo giapponese che abbia voluto raccogliere voti dalle ale nazionaliste del paese non ha dovuto fare altro che soffiare sulla brace di Senkaku. Dall’istituzione della “Giornata del Pioniere” per celebrare l’annessione delle isole fino alla costruzione di un faro che ancora oggi è presente sull’isola. Naturalmente, ad ognuno di questi interventi, ha fatto seguito la reazione piccata del governo di Pechino o di Taiwan.

Via vai di “missioni patriottiche” per apporre le bandiere nazionali sulle isole contese tra la Cina (che le chiana Diaoyu) e Giappone che invece le chiama Senkaku – Reuters

Russia vs Giappone / Isole Kurili

Come le Isole Senkaku, anche le isole Kurili (Kuril) hanno una lunga storia di diatribe che le pongono al centro di una crisi diplomatica latente fra Russia e Giappone, ma anche in seno alla stessa nazione nipponica con le rivendicazioni etniche degli Ainu.

Membri dell’etnia Ainu, di cui oggi sopravvivono appena 15mila appartenenti – soranews24.com

Le isole furono prese e perdute a più riprese, rimanendo sempre ai margini dei grandi trattati che, dalla fine del Secondo conflitto mondiale, hanno disegnato le mappe del mondo. Partendo quindi dalla Dichiarazione del Cairo, proseguendo per gli accordi Yalta, giungendo infine al Trattato di San Francisco del 1956 nel quale le Isole Kuril vennero unilateralmente affidate dagli Stati Uniti al Giappone come azione di disturbo negli anni più caldi della guerra fredda, ma soprattutto per creare un elemento di discordia fra Tokyo e Mosca negli anni subito precedenti alla definizione della linea indipendentista del Partito Comunista Giapponese e alla presa di distanza dalle indicazioni sovietiche dopo la spaccatura interna del partito del 1950.

Negli ultimi dieci anni, le Isole Kuril hanno visto un notevole mutamento del loro ruolo in accordo ai rapporti fra la Russia e il Giappone nei sempre dinamici legami fra queste due nazioni: se nel 2011 le isole vennero fortificate e dotate di un sistema di difesa missilistico per garantirne “l’appartenenza al territorio Russo”, con la salita al potere di Shinzo Abe i rapporti con la Russia di Putin sono notevolmente migliorati e numerosi segnali di distensione vengono lanciati da una sponda all’altra del pacifico.

Tale riavvicinamento è dovuto anche in risposta alle pretese indipendentiste della comunità Ainu, la quale rivendica le isole Kuril come parte del loro territorio patrio. Per quanto tali pretese appaiano velleitarie, è interesse specifico di Shinzo Abe usare i buoni rapporti con la Russia, e la risoluzione del contenzioso sulle isole Kuril, per risolvere in un’ottica pan-nipponica le diatribe interne.

Allo stesso tempo, la relativa tranquillità dell’area permetterebbe la realizzazione del celebre progetto del Sakhalin–Hokkaido Tunnel, una galleria che possa permettere il prolungamento ferroviario della tratta russa fino all’Hokkaido, permettendo la nascita di una tratta su rotaia Mosca-Tokyo.

Oltre che al trasporto di merci, la galleria permetterebbe anche il prolungamento del Gasdotto Sakhalin–Khabarovsk–Vladivostok (che al momento rifornisce appunto la città di Vladivostok) con la realizzazione di una linea di esportazione di Gas naturale dalla Russia al Giappone. Tale progetto è in fase di studio dal 2016 e al vaglio degli enti energetici dei due paesi. Talvolta esso diviene un’importante arma diplomatica da sventolare, per la Russia in dimostrazione dei suoi crescenti rapporti con il mondo orientale in funzione anti-americana, e per il Giappone per redarguire il governo statunitense sulle potenzialità dei suoi nuovi traffici.

La Politica Interna del Giappone e le Isole da Rivendicare.

Le isole disputate dal Giappone con altre nazioni sono un’importante cartina al tornasole della politica asiatica di Shinzo Abe e di tutta la nazione nipponica, che, a seguito della crisi, tenta con le altre politiche dell’area di riscriverne i rapporti di forza. Solo in quest’ottica può essere interpretata la politica del Primo ministro, che può essere grosso modo divisa in due fasi: la prima di tipo aggressivo, la seconda di tipo mansueto.

Alla prima fase si legano le politiche del 2013 che, aggirando le disposizioni costituzionali secondo una interpretazione difensiva, hanno portato al potenziamento dell’esercito giapponese, a cui ha fatto seguito nel 2014 una modifica alle norme del 1967 per riprendere l’esportazione di armi e implementare, con la collaborazione tecnica in ambito bellico, i rapporti con altre potenze, in primis l’America.

La seconda fase è mansueta non certo per scelta dell’attuale primo ministro. Shinzo Abe, sotto la pressione del governo americano, ha tutto l’interesse a potenziare nuovamente l’apparato militare e ottenere l’indipendenza da Washington in tal senso, libertà che gli U.S.A. sono disposti a cedere nella speranza il Giappone possa rappresentare una reale barriera alla Cina.

Dall’altra parte però le forze politiche pacifiste in Giappone sono ancora una realtà potente e una riforma così profonda della costituzione richiederebbe un referendum che Abe non può rischiare di affrontare in questo momento. Aldilà quindi delle “grida manzoniane” che pongono la Corea del Nord fra i principali interessi del Giappone, non esistono al momento le condizioni perché il governo di Tokyo muova reali azioni nei confronti di Pyongyang.

Se da una parte una militarizzazione del Giappone in funzione anti-cinese è vista favorevolmente dall’alleato americano e nutre un diffuso sentimento sinofobo che ancora anima il popolo giapponese; dall’altra incastra la nazione del Sol Levante in un contesto complesso poiché la Cina è l’unico possibile volano ad un vero slancio economico.

Le aperture all’Australia e al mercato del Pacifico del Sud, promosse da Abe in rottura con le precedenti politiche del Dpj, non sono state e non potranno mai essere risolutive, poiché quello stesso mercato ha oggi un baricentro completamento spostato verso Pechino, ed il processo non sembra interrompersi.

Il Primo ministro giapponese Shinzo Abe stringe la mano al Presidente della Cina Xi Jinping durante un loro incontro alla Grande Sala del Popolo, a margine delle riunioni del Forum di Cooperazione economica dell’Asia-Pacifico (APEC), a Pechino, nel 2014 – Reuters

Uno studio ampio sui rapporti commerciali fra Giappone e Stati Uniti mostra come non solo il comparto bellico ma anche quello economico del primo paese subisca un controllo diretto e indiretto da parte del secondo. Da questo punto di vista è interessante osservare come la percezione dei rapporti fra le due nazioni da parte della popolazione è sostanzialmente negativa per quanto in miglioramento, ma nella realtà dei fatti, Cina e Giappone animano la terza tratta più ricca del pianeta (che ha raggiunto nel 2014 i 340 miliardi di dollari).

Pattinando abilmente sui sentimenti populisti Shinzo Abe deve tentare un’abile apertura verso il Dragone d’Oriente che sembri all’inizio una difesa, quel che negli scacchi chiameremmo una Gambetto di Donna, e solo in questo modo disimpegnarsi da una politica Americana che rappresenta oramai una gabbia ai reali interessi giapponesi.

di Tanator Tenabaum
Redazione
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