Protagonista di una brillante carriera militare ottenuta sul campo Mattis sta tentando di rafforzare la sicurezza Usa contenendo la sragionata non-strategia di Donald Trump. Di fronte al caos proveniente dalla Casa Bianca, una solida figura rimane a rassicurarci sullo sfondo. Quella del Segretario alla Difesa, James Mattis.

Mad Dog. Con questo soprannome è conosciuto negli Stati Uniti il Generale dei Marines James Mattis, candidato alla poltrona di responsabile delle Forze Armate durante le prime fasi di formazione dello staff di Donald Trump.

Avendo oramai assistito a quasi dodici mesi di governo da parte del tycoon newyorkese, e avendone osservato gli schemi comportamentali, si può forse immaginare che Trump sia rimasto colpito dal bizzarro soprannome dello stimato Generale: nome che potrebbe far pensare ad una visione da “falco” della politica, in sintonia con quelle del suo futuro capo.

Tuttavia, da allora, si è giunti a comprendere come Mattis, ora Segretario alla Difesa, sia ben altro rispetto a quanto potrebbe far pensare il suo soprannome di “cane pazzo”. Anzi, probabilmente, Mattis si sta dimostrando il pilastro portante dell’intera Amministrazione. Ma chi è, realmente, James Norman Mattis?

James Mattis a Kandahar, in Afghanistan, nel dicembre 2001 / AP Photo

La vita da militare

Conosciuto nei think thank “a stelle e strisce” e negli ambienti della Difesa come “monaco-guerriero”, il Segretario alla Difesa nacque a inizio anni ’50 in una famiglia legata agli ambienti militari (la madre servì nell’intelligence durante il Secondo conflitto mondiale, mentre il padre lavorò nelle industrie a supporto al Progetto Manhattan (quel Progetto Mahattan). Mattis creebbe nello Stato di Washington, e non negli stati del Sud, tradizionali bacini di reclutamento delle Forze Armate (Texas in primis). In ogni caso, ciò che indubbiamente incise sul suo sviluppo fu il crescere in una famiglia liberal (alcuni addirittura sostengono hippie) nella quale la televisione era vietata e al suo posto vi erano scaffali colmi di libri.

La lettura per il futuro Marines divenne una vera e propria passione, al punto che svariate testimonianze dichiarano che al suo picco la biblioteca personale di Mattis raggiunse il totale di 7mila volumi: principalmente testi riguardanti la storia militare e le opere di filosofi.

Mattis è una persona straordinariamente colta, e questa sua peculiarità la si può riscontrare anche nel suo modo di parlare. Nel corso di un’intervista con un redattore di un giornale scolastico, disse che “…la storia non ti mostrerà tutte le risposte ma ti porterà a farti moltissime domande, illustrandoti come altra gente si è rapportata nel passato a simili questioni, con o senza successo”. Alcune sue frasi hanno sono diventate vere e proprie citazioni, tanto che si è registrata una proliferazione su Internet di numerosi siti racchiudenti le sue migliori frasi – su Business insider se ne possono trovare alcune – e addirittura un hashtag a queste dedicate: #mattisism

A conferma della sua attitudine intellettuale, si racconta come durante le campagne militari non tralasciasse mai di portare tra i propri oggetti personali i Colloqui con se stesso, una delle opere dell’Imperatore e filosofo Marco Aurelio. Durante la campagna irakena, in veste di Comandante della 1a Divisione dei Marines – incaricata di coprire il settore problematico della regione irakena sunnita di Anbar (comprendente Fallujah e Ramadi) – ordinò a tutti gli uomini, e in particolar modo ai sottufficiali, di leggere una serie di libri contenuti in una reading list debitamente preparata. Il tutto con lo scopo di far immergere i soldati nella mentalità dei civili irakeni e degli insorti.

Quest’aspetto di studioso, tuttavia, non deve far dimenticare una seconda caratteristica di cui il generale è dotato: l’aggressività. Quest’ultima ebbe modo di emergere in multiple occasioni durante il suo servizio nel Corpo dei Marines, in special modo durante gli anni passati a tentare di risolvere il caos che le decisioni improvvide dell’Amministrazione Bush avevano creato in Iraq.

Degni di nota sono senza dubbio due episodi: il primo attinente alle fasi di occupazione, nelle quali gli Stati Uniti si trovarono di fronte a una resistenza che non era stata prevista nella scarsa pianificazione della fase post-operazioni. Dopo aver ridispiegato tutto l’equipaggiamento pesante (i.e. carri armati e artiglieria), Mattis inviò ai capi tribali il seguente messaggio:

“Sono venuto in pace. Non ho portato artiglieria. Però v’imploro, con le lacrime agli occhi: Se tentate di fregarmi, vi ucciderò tutti”.

Il secondo episodio, invece, dimostra quanto quella stessa aggressività potesse essere rivolta non solo nei confronti del possibile nemico, quanto anche verso i propri sottoposti.

Durante la marcia della divisione verso Baghdad, infatti, i Marines dovettero attraversare una cittadina, Kut, posta lungo le sponde del fiume Tigri. Un colonnello ricevette ordini apparentemente contraddittori dai Generali Mattis, Comandante della divisione, e John Kelly, Capo di Stato Maggiore della medesima (quel Kelly oggi è il Chief of Staff di Trump). Non avendo eseguito gli ordini voluti, l’ufficiale fu rilevato dal comando durante l’offensiva, una mossa che ebbe molta eco negli Stati Uniti: sono rarissimi i casi nel quale un ufficiale viene privato della sua unità nel corso del combattimento.

Quanto sopra esposto potrebbe apparentemente essere poco chiaro, perlomeno nella sua motivazione. In realtà Mattis mai rispose alle domande riguardanti la sua decisione, anche se indirettamente affermò che nelle fasi di avanzata verso la capitale irakena il principio fondamentale fosse la velocità. Chi non si fosse assunto maggiori rischi pur di adempiere a tale “mantra” sarebbe stato considerato incapace di sostenere il comando. Ma perché tutto ciò? Sostanzialmente a causa dell’avversione dell’Amministrazione Bush (con il Segretario Donald Rumsfeld) all’impiego di un numero maggiore di truppe, con la necessità da parte delle Forze Armate di condurre la campagna militare anche in situazioni non ottimali. È corretto ricordare, infatti, come lo stesso Generale rimase sbigottito quando nel 2002, mentre combatteva in Afghanistan, fu richiamato negli USA a preparare per l’invasione irachena.

Il ruolo nell’Amministrazione Trump

Questo passato militare di audaci e dure scelte, senza dubbio, contribuirono a indirizzare il pensiero di Mattis, preparandolo alla nuova realtà politica che, tuttavia, molto spesso si dimostra estremamente diversa e, forse, anche più complessa di quella militare. In special modo se il proprio Commander in Chief si chiama Donald Trump.

credits: Getty Images

Nella scorsa primavera, non a caso, il Segretario si è dimostrato il faro di riferimento per gli alleati degli Stati Uniti, scossi dalle dichiarazioni improvvisate del Presidente, spesso lanciate via Twitter. Basti pensare alle affermazioni di obsolescenza della NATO, sostenute proprio nel momento in cui i paesi europei (in special modo gli appartenenti all’ex blocco sovietico) si trovano ad affrontare minacce più o meno velate della Russia. Oppure, ancora, l’affermazione che gli Stati Uniti dovrebbero essere pagati dalla Corea del Sud per la protezione da essi offerta; con il corollario dell’invito a quest’ultima e al Giappone di dotarsi di armi nucleari, armi sulla cui riduzione a livello globale la diplomazia è impegnata da decenni.

In tutti questi episodi, nemmeno i più clamorosi, Mattis si è impegnato assieme al Segretario di Stato Rex Tillerson (sebbene quest’ultimo con una minore vis personale) a sostenere la tradizionale politica estera americana. Per Mattis, a differenza di Trump, la comprensione dei contesti globali e i meccanismi che li regolano è pane quotidiano, per via di esperienze personali e cultura posseduta.

Mattis inoltre è cresciuto nella convinzione strategica per cui gli Stati Uniti necessitino di una rete di alleanze globali utile contenere il caos, nell’ottica di sostenere anche l’economia del Paese, che si basa sulla permeabilità dei confini, la capacità di proiettare la potenza militare Usa su ogni continente, e sulla stabilità del sistema internazionale.

Tuttavia l’aspetto maggiormente interessante del modo in cui la figura di James Mattis si è sviluppata in questo periodo come capo del Pentagono, deriva non solo dalla sua visione strategica e capacità di enunciarla con chiarezza, quanto dall’immagine che volutamente e/o involontariamente è stato in grado di proiettare nella più vasta platea. Va sottolineato come già nel passato fosse riuscito con il suo comportamento a farsi amare e considerare come uno di loro dai soldati (famoso l’episodio in cui, già Generale, passò la notte in una buca nel deserto afghano insieme a due caporali di vedetta), ma tale capacità emerge ancora più preponderante in un’Amministrazione che per quel che riguarda la leadership ha pochi punti di riferimento.

Recente l’articolo di un noto columnist e vincitore del Premio Pulitzer, Thomas Friedman, nel quale si sollecita – con una certa urgenza – Mattis ad agire come argine alla deriva apportata non solo dall’inesperienza di Trump, quanto dalla volontà di quest’ultimo di scardinare gli assetti e i valori istituzionali tipici della democrazia americana. Questo esito sarebbe possibile tramite la sua capacità di indurre al rispetto e incutere soggezione: anche in un uomo “navigato” come il Presidente.

Fateci caso: il Segretario alla difesa è uno dei pochissimi membri dell’Amministrazione o politici in generale a non essere mai stato attaccato o schernito da Trump.

In qualsiasi caso sia, non si deve dimenticare che la sua capacità di parlare in maniera franca e scomoda non è mai stata frenata dalla possibilità di trovarsi di fronte a un interlocutore di livello superiore, come gli ultimi anni della sua carriera militare hanno dimostrato.

Quando Mattis fu Comandante del CENTCOM (Central Command) responsabile della politica militare statunitensi in Medio Oriente, non ebbe problemi a esprimersi duramente nei confronti dell’Iran e delle sue attività destabilizzanti nonostante in quegli anni l’Amministrazione Obama stesse cercando di finalizzare un accordo riguardanti le questioni nucleari (il Nuclear Deal, oggi messo in discussione dall’Amministrazione Trump). Alcuni mormorano che questa sua presa di posizione contribuì a far terminare il suo incarico un anno prima della scadenza naturale.

Anche in questi mesi tale franchezza pare rimasta intatta. Per rimanere sul tema iraniano, Mattis consigliò al Presidente Trump di mantenere in piedi l’accordo siglato da Obama, nonostante la postura di Mattis nei confronti di Teheran non sia certo tacciabile di morbidezza.

Il Segretario alla Difesa Mattis, a sinistra, e il presidente del Joint Chiefs Gen. Joseph Dunford, a Capitol Hill a Washington, martedì 3 ottobre 2017 – credits: AP Photo / Andrew Harnik

Altra forte difformità di pensiero – ma soprattutto di linguaggio – tra il Presidente e il Generale si riscontra verso la Corea del Nord: qui Mattis si limita a parlare di preparazione militare, ventilando rischi per il regime di Pyongyang in caso di azioni provocatorie, pur sostenendo sempre la primazia della diplomazia, mentre Trump sfrutta qualsiasi occasione per minacciare di “distruggere totalmente la Corea del Nord”.

Anche su un’altra questione potenzialmente divisiva per le Forze Armate – come la presenza di soggetti transgender nei suoi ranghi – è stata affrontata con calma e serenità, senza arrivare agli argomenti fuori luogo e fuorvianti di Trump.

Se poi le divergenze dovessero divenire veramente forti, forse si potrebbe arrivare a una situazione come quella descritta da un articolo del Washington Examiner, secondo il quale Tillerson, Mattis e Steven Mnuchin, rispettivamente Segretario di Stato, alla Difesa e del Tesoro, sarebbero pronti a dimettersi contemporaneamente se gli attacchi da parte del Presidente nei confronti di uno di loro divenissero insostenibili. Se ciò fosse vero, sarebbe indubbiamente una mossa senza precedenti, sebbene anche la sola uscita di Mattis manderebbe in crisi l’intera Amministrazione.

Prospettive

In definitiva che si può dire rispetto a quest’uomo? Sicuramente, si potrebbero utilizzare le sue parole, ovvero che “…nei miei 35 anni all’interno del Corpo dei Marines ho imparato che l’unica cosa veramente importante nella vita è una: improvvisare, improvvisare, improvvisare”.

Nonostante la vita da politico sia senza dubbio diversa e anche più complicata di quella da militare, ciò che è certo è che Mattis possiede le capacità per adattarsi e riuscire a compiere le missioni che gli vengono affidate, anche in contesti complicati.

Certo, la reputazione di ottimo ufficiale e persona onesta che – sebbene vari scontri passati con il Congresso, le Commissioni Forze Armate del Senato e della Camera dei Rappresentanti non siano mancati – tutto lo spettro politico (e non solo) gli riconosce, viene in aiuto. Michèle Flournoy, ex Sottosegretario alla Difesa nell’Amministrazione Obama, in un’intervista al New Yorker utilizzò le seguenti parole per definirlo: “Jim Mattis ha più integrità nel suo dito mignolo che quasi tutti a Washington”.

Un’immagine scherzosa di “San Mattis”, diventata ormai famosissima negli Stati Uniti, immagine finita su magliette, tazze, quadri diffusi in strutture militari – Reddit

Solo il tempo dirà come la seconda vita di James Mattis si svilupperà, se riuscirà non solo a limitare ma a guidare il Presidente, e se sarà in grado di preparare gli Stati Uniti alle sfide strategiche correnti e future. Non va dimenticato, comunque, che la sua vita è stata esclusivamente dedicata al servizio del Paese, e che nelle infinite debolezze dell’attuale governo USA, certamente la sua è una presenza rassicurante.

E poi, come sostiene un ex funzionare del Pentagono, citato nella stessa intervista del New Yorker, “…Mattis vuole vincere. Vuole la vittoria. Il Generale Mattis è un guerriero. […] la sua intera carriera è stata costruita per vincere”. I consigli millenari di Marco Aurelio non potranno che essergli utili.

di Luca Bettinelli
Redazione
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