Non c’è dubbio che le grandi piattaforme digitali abbiano acquisito un potere tale da condizionare molte dinamiche globali, a livello economico, sociale e politico. E a fronte dell’influenza di tali soggetti e della loro interferenza con le attività degli Stati, questi stanno reagendo per cercare di limitarne il potere.

Il confronto tra lo Stato e gli attori economici è una storia antica, che sin dalla creazione della società anonima, ossia le società di capitali, è caratterizzato da atteggiamenti di sospetto nei confronti dell’esercizio del potere economico che attraverso tali società si può manifestare. Oggi le cose non sono cambiate, anzi. I processi della globalizzazione hanno ridefinito e, per certi aspetti, accelerato le dinamiche di tale confronto. La globalizzazione dell’economia, infatti, ha fatto sì che le dinamiche di questa si sviluppino ora in una dimensione mondiale, che prescinde dai confini e che sfugge alla forza contenitrice degli Stati.

In particolare, le grandi piattaforme digitali come Google, Amazon e Facebook funzionano in maniera del tutto deterritorializzata. Si rivolgono a un mercato che non ha confini nazionali, pervadono e condizionano sempre più aspetti della vita quotidiana e assumono un controllo sempre maggiore dei dati e delle informazioni personali degli utenti. Il potere sociale ed economico di tali piattaforme sta diventando enorme, e sta preoccupando gli Stati. Facebook è in grado di vendere informazioni sugli orientamenti politici delle persone a seconda delle aree, condizionando le campagne elettorali. La Danimarca ha nominato un ambasciatore che gestisca i rapporti con questi colossi del digitale, mettendoli, di fatto, sullo stesso piano di uno Stato. Insomma, queste piattaforme hanno acquisito una rilevanza tale da condizionare le dinamiche globali, diventando attori con responsabilità sul piano della politica internazionale.

In alcune parti del mondo questa è percepita come una minaccia. E gli Stati, dunque, stanno affilando le armi per limitare l’azione di questi giganti. Alcuni Paesi oscurano le piattaforme (come Cina e Corea del Nord) altre ricorrono a metodi di censura a volte molto pervasiva (come per esempio Arabia Saudita e Russia). In Europa, invece, il controllo su queste piattaforme avviene sempre più a colpi di sanzioni per condotte anti-concorrenziali. L’attuale Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, parla spesso della “responsabilità speciale” che avrebbero società come Google e Amazon, in virtù della loro grandezza e della minaccia che la loro attività può esercitare per la democrazia e la tutela dei cittadini. In altre parole, a queste società sono vietate, per tali motivi, condotte che normalmente sarebbero spesso tollerate. L’idea di fondo è quella secondo cui va bene il libero mercato, ma la politica deve mantenere il controllo sui suoi meccanismi. Come sottolineato dal Commissario, gli algoritmi che determinano il funzionamento di tali piattaforme devono “andare a scuola di legge” prima di essere messi in funzione. Così accade, ad esempio, che Google venga multato 2,4 miliardi di euro perché l’algoritmo di Google Shopping faceva in modo che i risultati delle ricerche degli utenti venissero mostrati su Google stesso piuttosto che rimandando ai siti dei produttori (che venivano quindi esclusi), rafforzando così il potere del colosso di Mountain View. Condotta vietata, anche se corrisponde alle preferenze dei consumatori, i quali hanno modo di godere di una fruizione più semplice e immediata dei prodotti. E parliamo di condotte che, come già sottolineato, sarebbero tollerate se poste in essere da società più piccole.

E’ curioso che negli Stati Uniti la medesima pratica non sia stata sanzionata, poiché nonostante i pericoli in termini di rafforzamento del monopolio di Google, essa favoriva i consumatori e le loro preferenze di fruizione. I paletti che l’Europa sta ponendo alle attività delle piattaforme digitali stanno diventando più pervasivi. Sullo sfondo, non dimentichiamoci che l’economia è una risorsa della potenza per le Nazioni, e che le società di cui parliamo sono americane. Resta il dubbio, quindi, che gli ostacoli che l’Europa sta mettendo in campo abbiano anche il fine di proteggere l’industria del vecchio continente contro le influenze (economiche, sociali e politiche) dei colossi digitali d’oltreoceano, vista l’assenza, in Europa, di giganti tecnologici capaci di far loro concorrenza.

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Il futuro delle dinamiche politiche, economiche e sociali a livello globale dipenderà sempre più da come gli Stati decideranno di vedersela con Google & Co. Lungi dal rendere insignificante il ruolo degli Stati, resta il fatto che esistono nuovi attori delle relazioni internazionali, con i vantaggi e gli svantaggi che ne conseguono.

Leonardo Stiz
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