La rilevanza strategica del Myanmar nel Grande Gioco asiatico

Myanmar
credits: Epa - Lynn Bo Bo EPA/LYNN BO BO

Il Myanmar è un paese poco noto, perlopiù conosciuto col suo vecchio nome coloniale di “Birmania”. Eppure si trova precisamente al centro di quelle che saranno le tre grandi aree economiche e demografiche del XXI Secolo: il subcontinente indiano, la galassia cinese e il sud-est asiatico, che si riscopre un crocevia dei commerci mondiali. Situato tra tre fuochi sempre più accesi e ricco di risorse della potenza il Myanmar ha promesso una transizione alla democrazia, ma sembra andare in tutt’altra direzione.

Molti cinefili ricorderanno senz’altro il capolavoro del cinema giapponese “l’Arpa Birmana” che racconta il dramma di un gruppo di soldati nipponici persi all’estremo fronte orientale asiatico, alle porte dell’India. Per coloro che hanno a cuore i diritti umani la Birmania è il paese della coraggiosa attivista politica Aun San Suu Kyi e della sua decennale lotta contro il regime militare. Per altri il Myanmar rappresenta un luogo esotico dove antiche città perdute si celano nel cuore d’impenetrabili giungle tropicali.

MYANMARDal Myanmar, l’ex-Birmania del fu “Raj Britannico”, arrivano tante suggestioni confuse tra loro in una sorta di mix tra l’immaginario associato all’India e quello associato alla Cina; indeterminazione (presunta) che lo accomuna a molti paesi del sud-est asiatico. Eppure dal Myanmar arrivano le antiche etnie e le culture del sud-est asiatico che dalla penisola indocinese giunsero sino agli sterminati arcipelaghi indonesiani.

La sua peculiare posizione geografica ha fatto sì che le influenze indiane da ovest e cinesi da nord mutassero profondamente il volto del Myanmar. A cominciare dalla composizione etnica, 135 popolazioni ufficiali che si aggiungono ai bamar, l’etnia principale a cui appartengono circa il 70% degli abitanti. Nel nord del paese abbarbicate su aspre catene montuose, si trovano numerose enclavi etniche, perlopiù isolate tra loro e ancor di più rispetto al potere centrale contro cui sono insorte fin dalla proclamazione dell’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948.  Kachin, Karen, Shan, nomi sconosciuti ai più, ma orgogliose e millenarie nazioni per i locali oltre che irriducibili nemici per il governo centrale birmano deciso ad imporre l’identità bamar all’intero paese. Gli sforzi della dittatura militare in quest’area sono oggi in gran parte vani e il montuoso e remoto nord continua a sfuggire alla morsa della giunta birmana.

MyanmarMa non è solo il Nord a destare problemi in questo crocevia di popoli tra India, Cina e sud-est asiatico. Sulle coste del confine sud occidentale troviamo, infatti i rohingya, i cugini dei vicini bengalesi; una popolazione che parla una lingua indoeuropea ed è di religione musulmana. La persecuzione operata dal regime, soprattutto a causa delle tensioni religiose tra i rohingya musulmani e i bamar buddisti, sta facendo sì che i primi stiano abbandonando in un numero sempre maggiore il paese per raggiungere la penisola arabica o la più vicina Thailandia o addirittura l’arcipelago delle Isole Andamane dopo lunghi e avventurosi viaggi per mare.

Se l’esodo dei rohingya è pressoché sconosciuto in occidente, all’interno del mondo musulmano si inserisce nella lista delle criticità più odiose al pari dell’autodeterminazione palestinese o della guerra in Siria-Iraq. Sono sempre di più infatti le voci che affermano apertamente che quello dei rohingya sia un genocidio, perpetrato dal regime birmano che ora, anche presso il mondo musulmano, gode di pessima fama.

Ma non sono solo i perseguitati rohingya a scappare dal Myanmar. Gli stessi bamar, dopo decenni d’oppressione politica, miseria economica e pressochè nulle prospettive di sviluppo per il futuro, stanno abbandonando il paese diretti in Cina, alla ricerca di nuove opportunità.

Assieme ai migranti però, qualcos’altro arriva in Cina dal confine birmano: l’oppio che porta con sé una feroce lotta per il controllo, la produzione e il traffico.

Chi ha memoria storica ricorderà senz’altro come per la Cina l’oppio proveniente da sud abbia generato enormi guai in passato. Così l’esponenziale aumento delle violenze sul proprio lato del confine, a causa delle lotte tra i clan della droga birmani e l’apparente incapacità delle forze governative del Myanmar di fermare i suoi “narcos” spazientisce Pechino. Lo scoppio, a metà marzo, di una bomba lanciata dalle forze governative birmane con l’obiettivo di colpire i trafficanti ha invece provocato la morte di quattro cittadini cinesi. Poco è bastato per incrinare definitivamente la fiducia cinese verso le capacità del vicino di gestire la situazione, portando Pechino a schierare il suo esercito al confine col Myanmar. Con le dovute differenze, una situazione simile a quella tra Stati Uniti, Messico e i signori della droga messicani che imperversano su entrambi i lati del confine.

Myanmar_MineralLa Cina, così come altre potenze, spera che dal Myanmar arrivi ben altro rispetto all’oppio ai trafficanti e ai disperati. Il Myanmar, difatti, è una miniera non solo di opportunità come si è soliti dire, ma proprio di minerali: costosi e ricercatissimi metalli definiti molto chiaramente come “rari” e, al contempo, sempre più indispensabili alla costruzione dei moderni apparecchi informatici. La competizione per accaparrarseli sarà sempre più serrata con l’aumento dei consumi tecnologici e questo rende il Myanmar non più solo al centro di tre aree geografiche cruciali, ma anche direttamente collegato agli interessi economici globali. La giunta militare per ora vuole monetizzare il più possibile, estraendo a più non posso e, come da tradizione, reprimendo nel sangue ogni eventuale manifestazione dei minatori che magari denunciano la morte di un collega a causa di condizioni di lavoro disumane.

È sorprendente l’apparente stagnazione politica del Myanmar dato che ognuna delle criticità elencate basterebbe da sola a far collassare l’intero paese. La riconciliazione della giunta militare con Aun San Suu Kyi tanto sbandierata dai media globali si mostra sempre più chiaramente come un tentativo per allentare la pressione internazionale che spinge verso una democratizzazione che dovrebbe già partire dall’Ottobre di quest’ anno, ma che la giunta militare non sembra disposta a concedere. L’ennesima prova di questa reticenza è stata la feroce repressione delle proteste di studenti, agricoltori e minatori.

L’impressione che se ne ha è che la dittatura birmana confidi di poter essere l’immobile occhio al centro del ciclone asiatico che ruota sempre più rapidamente e soffia con sempre maggior foga.


Articolo scritto a quattro mani da Paolo Albergoni e Mirko Annunziata.