La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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L’accordo di Astana mira a fermare le violenze ma di fatto sancisce una divisione territoriale e politica della Siria. Cosa implicano le zone di de-conflitto e che scenari aprono?

 

È stato firmato al quarto round di colloqui ad Astana un memorandum tra Russia, Iran e Turchia (pag. 1, 2 e 3) che prevede l’istituzione di quattro zone di de-conflitto in Siria in cui dovranno cessare gli scontri tra fronte governativo e ribelli e dovranno essere istituiti corridoi umanitari e linee di demarcazione con checkpoint gestiti da truppe russe, iraniane e turche (a seconda delle zone di influenza), per monitorare e garantire il rispetto dell’accordo.

Le quattro zone definite sono la zona del governatorato di Idlib, che comprende anche parte dei governatorati di Aleppo, Hama e Latakia, e che sarà monitorata dalla Turchia, la zona a nord di Homs, quella dei sobborghi di Damasco nella Ghouta orientale e quella a sud nelle province di Deraa e Quneitra, che saranno monitorate dalle controparti russe e iraniane.

Alcuni dettagli dell’accordo non sono stati resi noti e sono in fase di discussione al Consiglio di sicurezza, dove si sta valutando una bozza di risoluzione russa che chiede la formalizzazione dell’accordo. Per tradurre effettivamente sul terreno i propositi del memorandum, i tre Stati garanti devono formare un gruppo di lavoro che entro il 4 giugno 2017 dovrà organizzare le zone in questione e separare i ribelli moderati da quelli estremisti, che restano esclusi dall’accordo. Nonostante i buoni propositi, esso nasconde però molte insidie militari e tradisce un progetto politico più ampio.

Limiti e contraddizioni.

Sebbene proseguano i bombardamenti con artiglieria pesante da parte del fronte governativo, soprattutto nella zona di Hama, almeno nella prima settimana di implementazione dell’accordo i raid aerei russi sono cessati, e con essi anche quelli siriani, in linea di massima. Tuttavia, permane una evidente debolezza nei termini dell’accordo, che è poi quella che ha fatto fallire tutte le intese precedenti e i relativi cessate il fuoco, è cioè che dal momento che i gruppi terroristici sono esclusi dall’accordo, i combattimenti potrebbero riprendere in nome della lotta al terrorismo. Non solo infatti per il fronte governativo chiunque si opponga al regime è un terrorista, ma soprattutto il gruppo terroristico di Nusra (oggi rinominatosi Hay’at Tahrir al-Sham, cui si sono unite altre brigate salafite) condivide lo stesso territorio con fazioni ribelli non estremiste, soprattutto nella zona di Idlib.

Un cecchino ribelle mira ad una postazione militare siriana da un edificio nel distretto di Jedida (Aleppo), 29 ottobre 2012. Credits to: Rodrigo Abd, Manu Brabo, Narciso Contreras, Khalil Hamra e Muhammed Muheisen/Associated Press (Premio Pulitzer 2013).

Un cecchino ribelle mira ad una postazione militare siriana da un edificio nel distretto di Jedida (Aleppo), 29 ottobre 2012. Credits to: Rodrigo Abd, Manu Brabo, Narciso Contreras, Khalil Hamra e Muhammed Muheisen/Associated Press (Premio Pulitzer 2013).

Per i ribelli considerati moderati separarsi dalle fazioni estremiste, pur auspicabile, significherebbe aprire un fronte interno in cui questi ultimi risulterebbero meglio armati e equipaggiati di quelli moderati, che privi di sostegno non riuscirebbero con ogni probabilità a sconfiggere militarmente i loro rivali. Non a caso questa scissione, da anni prevista da tutti gli accordi, non è mai avvenuta. Laddove ciò è stato tentato, come nella Ghouta orientale (Damasco) proprio in queste settimane, gli scontri tra fazioni ribelli e affiliati di Nusra hanno causato oltre un centinaio di morti, tra cui decine di civili, hanno aggravato la situazione umanitaria già drammatica per l’assedio governativo e hanno favorito l’avanzata delle truppe siriane. È anche per questo che i ribelli sono restii a dichiarare guerra ai gruppi estremisti: favorirebbe il fronte governativo. Potrebbe anche essere questo lo scopo latente dell’accordo di Astana: generare conflitti e combattimenti interni al fronte ribelle costringendolo ad accettare accordi improbabili, come i trasferimenti forzosi di massa, in questi giorni in corso a Qaboun e Barzeh (Damasco), e favorendo così il fronte governativo.

Inoltre, l’accordo di Astana è stato siglato da tre potenze straniere, senza la firma delle parti siriane che non sono state pienamente informate dei dettagli del piano. La delegazione dei ribelli ha persino abbandonato il meeting, accusando l’Iran di non poter essere un garante credibile, mentre il regime siriano ha già annunciato che non permetterà a nessuna forza delle Nazioni Unite di entrare in Siria per monitorare le zone di de-conflitto e che le uniche forze garanti che accetterebbe sono i russi, in piena contraddizione con quando stabilito ad Astana.

La spartizione della Siria.

Dal punto di vista politico, istituire quattro zone delimitate da linee di demarcazione con tanto di checkpoint gestiti da truppe straniere significa di fatto elaborare dei confini che rischiano di diventare permanenti, in quello che potrebbe essere il preludio di una disgregazione della Siria. Di fatto è già così, basti pensare che l’est del Paese, dove da anni il regime siriano non ha più alcun controllo, è in mano all’ISIS, che il nord è ormai nelle mani dell’YPG curdo che ha autoproclamato la provincia autonoma del Rojava, preludio di quello che i curdi vorrebbero essere lo Stato indipendente del Kurdistan, che la parte centrale di questo nord è in mano alla Turchia e che nella fascia sud-orientale del Paese è molto forte l’influenza americana, britannica e giordana che di fatto controllano le milizie del Nuovo Esercito Siriano in lotta contro ISIS (ne avevamo parlato qui).

Mappa militare della Siria aggiornata al 9 maggio 2017. Credits to: Thomas van Linge.

Mappa militare della Siria aggiornata al 9 maggio 2017. Credits to: Thomas van Linge.

La Siria è di fatto divisa militarmente da anni, ma zone di de-conflitto gestite da potenze straniere sanciscono in maniera evidente una divisione politica, uno smembramento della Siria in zone di influenza dove il potere e il ruolo delle parti siriane diminuisce ancora di più di quanto già non sia. La zona costiera sarà ancora più saldamente in mano alla Russia, l’area di Damasco fino a Deraa in mano agli iraniani e alle truppe Hezbollah, il nord da Idlib fino al confine in mano turca e il profilo di quella spartizione della Siria che avevamo anticipato nel 2015 sarà delineato, nonostante i proclami unanimi ma di facciata di voler garantire “l’inviolabile sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica Araba Siriana”.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
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