Il Governo inglese ha pubblicato il proprio Libro Bianco sulla Brexit, dove vengono elencate possibilità e criticità del processo di distaccamento del Regno Unito dall’Unione Europea. Vediamo di cosa si tratta.

Dopo il discorso di Theresa May del 17 gennaio scorso, arriva l’attesissimo documento del Governo britannico, il Libro Bianco sulla Brexit, che conferma le linee politiche che condurranno il paese verso l’uscita dall’Unione Europea.

Il quadro presentato dalla May dipinge lo scenario di una possibile Hard Brexit, laddove molti speravano invece in una soluzione più soft, sul modello di partecipazione comunitaria comune a quella di altri paesi europei quali la Norvegia o la Svizzera, fuori dall’Ue ma che nei fatti ne ricevono e ne recepiscono regole e standard.

Vediamo da vicino i documenti che gettano le basi del futuro della politica britannica.

Documenti del Governo inglese
  • Prima del referendum di giugno, il Governo britannico aveva già steso un interessante documento, “Alternatives to membership: possible models for the UK outside the EU”,in cui venivano analizzate le possibili soluzioni di uscita dall’Ue per il paese: il modello norvegese, il modello svizzero, il modello turco, quello canadese e il WTO.
  • Il 17 gennaio scorso, la PM britannica ha elencato, nel suo discorso alla Lancaster House, i punti cardine su cui si fonderà la politica della Brexit.
  • Il 2 febbraio il Governo ha pubblicato un Libro bianco in cui s’iniziano a delineare, senza troppi dettagli in realtà, come saranno messi in pratica i 12 punti già introdotti da Theresa May.

Soft Brexit
: il modello norvegese e quello svizzero

Nel documento steso prima del referendum di giugno, emergono due modelli che – seppur con alcune criticità – potrebbero fornire la base per un distacco meno duro e “definitivo”: il modello norvegese e quello svizzero.

Libro Bianco sulla Brexit 1

Il Primo Ministro britannico Theresa May all’inizio del mese, durante la presentazione del piano per la #brexit – credits: Getty Images

  1. Il modello norvegese

La Norvegia fa parte del SEE, Spazio Economico Europeo. Questo modello prevede una discreta apertura al Mercato Unico, ma presenta una tripla implicazione che sarebbe poco gradita al Governo britannico, cioè la libera circolazione di persone, il dover accettare norme senza di fatto poterle votare (perché non farebbe più parte delle istituzioni europee), e il dover comunque contribuire considerevolmente dal punto di vista economico alla Ue. Questo modello richiede controlli alle frontiere per il passaggio delle merci e non dà libero accesso agli scambi con paesi terzi che commercino con la Ue. Inoltre la Norvegia non ha accesso al Mercato Unico per quanto riguarda prodotti agricoli e ittici (il Regno Unito esporta in Europa il 73% dei suoi prodotti agricoli e il 64% di quelli ittici).

  1. Il modello svizzero

Il modello svizzero è basato su una serie di accordi bilaterali, avendo la Svizzera accesso parziale al Mercato Unico, che copre solo alcuni settori, e un accesso ancora minore a quello dei servizi. Essa deve adottare alcune leggi della Ue, senza aver diritto di votarle. Inoltre la Svizzera ha generato accordi bilaterali con paesi extra europei, ma in numero minore (29) rispetto a quelli che ha oggi la Ue e di cui il Regno Unito si avvantaggia (53).

Hard Brexit: i modelli di Turchia, Canada e WTO
  1. Il modello turco

La Turchia usufruisce di un accordo economico con l’Unione Europea sin dal 1963. Candidata a entrare a far parte dell’Unione, ha oggi un rapporto di scambi economici, ma con accesso parziale al Mercato Unico: gli accordi coprono merci industriali e prodotti agricoli lavorati, mentre non vi sono accordi in essere per i prodotti agricoli non lavorati e i servizi. La Turchia deve inoltre adeguarsi ad alcune leggi europee che riguardano le norme sui prodotti e l’ambiente (senza averne voce nel processo di stesura legislativa), ma non partecipa al bilancio europeo. Ci sono diverse proposte riguardo i visti d’ingresso per cittadini turchi in Europa, anche se un’ingresso totale o parziale in Schengen sembra pressoché impossibile (i cittadini turchi devono fare richiesta di visto per entrare in Ue, anche per periodi brevi, cosa che invece non devono fare i cittadini europei che vogliono recarsi in Turchia).

  1. Il modello canadese

Il Canada ha firmato di recente un accordo economico e commerciale con l’Ue, il CETA. Una volta applicato, esso eliminerà molti dazi doganali, allenterà le restrizioni di accesso agli appalti pubblici ed aprirà il mercato dei servizi tra paesi Ue e Canada. Un settore che non avrebbe copertura sarebbe quello automobilistico, in quanto al momento il Regno Unito esporta in Europa automobili per un valore di 102,2 miliardi di sterline l’anno. Un accordo come quello canadese aggraverebbe di circa il 10% le spese sulle esportazioni del libero settore.

  1. WTO (World Trade Organization)

Il WTO, World Trade Organization, non prevede accesso preferenziale al Mercato Unico, nessun contributo economico obbligatorio né tantomeno la libera circolazione di persone. Nel lavoro pubblicato dal Governo inglese, viene sottolineato come il ricorrere a questo modello sarebbe oltremodo dannoso per il Regno Unito, tanto da produrre uno shock alla sua economia, con serie conseguenze per le aziende, i consumatori, il mondo del lavoro e i prezzi dei beni. Il Regno Unito subirebbe pesanti perdite nelle relazioni commerciali con l’Europa e con i paesi extra comunitari e non potrebbe ottenere delle tariffe agevolate per lo scambio delle merci. La negoziazione possibile di nuovi accordi richiederebbe tempi lunghissimi, che potrebbero superare i dieci anni.

Libro Bianco sulla Brexit 2

Lo spazio Schengen. Cipro, Romania, Bulgaria e Croazia – non segnalata sulla mappa – hanno sottoscritto la Convenzione di Schengen ma per essi non è al momento in vigore – credits: Stratfor

Il discorso della May

Il discorso della PM ci mette di fronte alla decisione del Governo britannico di voler optare per una Hard Brexit: viene infatti ritenuto importante mantenere un accesso al Mercato Unico, ma senza farne parte. Si spiega che le priorità del Governo sono “rientrare in possesso” della propria sovranità, poter controllare le proprie frontiere e non contribuire più al bilancio europeo. Dodici sono i punti essenziali stilati e analizzati, tra cui la ripresa dell’autonomia legislativa del Regno Unito, la preservazione della zona di libera circolazione con l’Irlanda, il controllo dell’immigrazione, il libero scambio con i mercati europei.

Analizzando il discorso della PM britannica colpiscono i contenuti, ma colpisce ancora di più ciò che si legge tra le righe. In particolare emerge l’immagine di un Regno Unito concorde nel volere la brexit, come se il 48% di chi ha votato per restare in Europa si fosse pian piano convinto del contrario, o semplicemente rassegnato; l’immagine di un paese unito nelle proprie decisioni, anche dove l’accordo non c’è.

Ricorderete tutti il discorso accorato del parlamentare europeo scozzese Alyn Smith, che dopo il voto referendario pregava i colleghi di non abbandonare la Scozia, che due anni prima aveva votato per rimanere dentro un Gran Bretagna membro dell’Ue; o le pressioni dei parlamentari nord-irlandesi, che hanno tentato in molti modi di ritardare il momento in cui sarà invocato l’Art. 50 del Trattato di Lisbona. Sembra comunque che Londra non si rinuncerà facilmente alla Scozia o all’Irlanda del Nord, qualora fossero proposti ulteriori referendum indipendentisti.

Colpisce altresì l’immagine di un Regno Unito che non soffre una sconfitta, ma opera una scelta, e che questa la riporterà ai “fasti di un tempo”, libera di negoziare scambi con qualunque paese, libera dalla così spesso definita schiavitù della poca flessibilità della Ue, di poter controllare le proprie frontiere e di essere sovrana delle proprie leggi. Infine colpisce la dura critica mossa all’Unione Europea, descritta dalla PM come poco flessibile e più propensa ad uniformare i diversi paesi piuttosto che a valorizzare le sue differenze, pronta a stritolare nelle sue morse chi soffre per la sua rigidità, piuttosto che ad apprezzarne le differenze.

Il Libro Bianco del 2 febbraio 2017

Nel libro Bianco pubblicato dal Governo britannico il 2 febbraio scorso, vengono ripresi i dodici punti elencati dalla May come base di lavoro per preparare l’uscita dalla Ue.

La relazione non aggiunge dettagli rilevanti a quanto già stato detto dalla PM; viene dato risalto al Great Repeal Bill, legge che restituirà potere alle istituzioni britanniche, permettendo la ritenzione delle leggi europee oggi in vigore nel Regno Unito e la conversione delle norme recepite dalla Ue in leggi britanniche.

Nella parte del documento concernente la devolution, ci si riferisce in particolare ai rapporti con Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Il Governo si riserva di intavolare trattative con le singole nazioni del Regno, per analizzarne tutte le richieste. La Scozia, ad esempio, propone una duplice possibilità:

  • l’adesione del Regno Unito allo Spazio Economico Europeo e il mantenimento dell’unione doganale;
  • lo studio di fattibilità di un’eventuale adesione della sola Scozia alla UE dopo l’uscita del Regno Unito.

Un capitolo è dedicato ai rapporti con l’Irlanda; in esso si ribadisce la volontà di mantenere il libero passaggio di persone e merci tra i due paesi, garantendo la zona di libero passaggio (Common Travel Area), già in vigore prima dell’adesione del Regno Unito alla Ue.

Nella sezione concernente gli aspetti economici si ribadisce infine la volontà del Governo di voler stabilire un accordo di libero scambio con la Ue, ma senza scendere in dettagli approfonditi e senza considerare i benefici che potrebbe apportare il restare all’interno del Mercato Unico.

Conclusioni

A ben vedere, leggendo tra le righe, sembra che il discorso di Teresa May e il Libro Bianco del 2/02 possano essere un appello alle istituzioni dell’Unione Europea, un invito a non restare insensibili di fronte al voto di un paese che ha chiesto di uscire dall’Europa. Le istituzioni europee dovranno far tesoro di questa esperienza britannica per cambiare, per imparare a tener conto delle differenze dei vari paesi, e poter offrire una flessibilità che oggi manca. Solo in questo modo sarà possibile far sì che il Regno Unito non abbandoni la nave europea nel peggiore dei modi, e che, se ciò non accadrà, la strada percorsa sarà quella indicata.

di Paola Cafarella
Redazione
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  1. kazu 14/02/2017 at 13:53

    Bye bye England!

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