Le radici geopolitiche del genocidio degli armeni

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A cent’anni dal genocidio armeno, la Turchia si ostina a non riconoscere il proprio passato. Ciò dipende anche dallo storico problema del popolo turco: l’essere considerato alla stregua di un corpo estraneo da tutti i suoi numerosi e sfaccettati vicini, un tempo millet (comunità religiose non musulmane) facenti parte dell’Impero Ottomano.

Il 24 Aprile a Yerevan gli armeni hanno ricordato il loro genocidio fianco a fianco col resto del mondoPer molti storici la morte di almeno un milione di armeni per mano ottomana è da considerare come il primo dei genocidi contemporanei; un tragico esempio che in troppi hanno seguito nel XX  Secolo. Per la classe dirigente turca un colossale falso storico, una risposta al tradimento da parte degli armeni  verso l’Impero Della Sublime Porta sul fronte del Caucaso durante la Prima Guerra Mondiale, dove ottomani e russi si combattevano circondati dalla galassia di popoli caucasici che gravitava tra gli uni e l’altri.

Certa non solo di non essere responsabile del genocidio ma di esser addirittura la parte lesa, la Turchia ad ogni rievocazione della tragedia armena sbraccia, minaccia,  batte i piedi e si lamenta di esser di nuovo immersa nel clima di totale accerchiamento patito a seguito del Trattato di Sèvres del 1920 (dove l’Impero Ottomano sconfitto era effettivamente sul punto di essere smembrato tra UK, Francia, Italia e Grecia), col mondo intero (ancora una volta aizzato dagli armeni che con Sèvres avrebbero ottenuto una larga parte dell’Anatolia orientale)  intento a tramare per distruggere quello che restava del Grande Malato d’Europa.

Così, per comprendere le ragioni di un’ossessione da parte di Ankara vecchia di un secolo, occorre tornare alla scena del delitto, per cercare di capire cosa ha portato al genocidio e alla sua successiva negazione.

Nel 1915 l’Anatolia, cuore dell’Impero Ottomano, era un famoso crogiolo di culture che chiunque abbia letto anche solo una volta un testo classico o il vangelo ha ben presente. Ad Est della penisola anatolica si trovavano proprio gli armeni, una delle popolazioni storiche più antiche (e a noi oggi note), già presenti durante l’era mesopotamica.

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Giornali in diverse lingue d’epoca ottomana (credits: @OttomanArchive)

Questo coacervo di popoli dalla storia millenaria era tenuto insieme dal potere imperiale ottomano, che pur retto soprattutto dall’elemento turco, si guardava come forza multi etnica, secondo la vocazione classica degli imperi quali amministratori di popoli molto diversi tra loro. Una tradizione che i turchi seguirono fin dal loro arrivo in Anatolia con l’Impero Selgiuchide all’inizio del Secondo Millennio.

Con l’inizio del XX Secolo l’Impero Ottomano viveva il culmine di una profonda crisi, ricacciato sempre più dai Balcani proprio da quei popoli che era certo di poter governare secondo le vecchie logiche della “tolleranza” imperiale. La classe dirigente ottomana, ossessionata dal trovare risposte a un declino che pareva inarrestabile, aveva già iniziato mezzo secolo prima a importare quello che riteneva più utile del modello allora considerato vincente: quello europeo.

Tra le corazzate britanniche e i consiglieri militari tedeschi, a Costantinopoli arrivarono anche le idee, tra cui una in particolare, di nuova creazione in Europa: il nazionalismo. L’idea di un paese forte tanto più è omogeneo culturalmente  fece sì che la classe dirigente si convinse che all’interno dell’impero non c’erano fedeli sudditi del Sultano (aldilà delle divergenze), bensì serpi tenute buone solo dalla forza dell’esercito ottomano.

I Membri del Comitato di Unione e Progresso, l’organizzazione che si fece promotrice della modernizzazione agli inizi del Novecento ritenevano che fosse tuttavia possibile salvare l’impero dal crogiolo sperimentale in cui si era trasformato anche secondo le logiche europee dell’epoca. Tuttavia dubbi a riguardo, emersero all’interno di una frangia radicale presente all’interno del movimento, che iniziò a considerare l’idea di riformare e modernizzare l’impero nel suo complesso. I “Giovani Turchi” affascinati dal nazionalismo – che di lì a qualche anno si sarebbe diffuso a macchia d’olio all’interno dell’Impero –  nel 1908 attuarono una rivoluzione atta a ripristinare il regime costituzionale che tuttavia si rivelò inutile di fronte al divampare nel 1912 della guerra nei Balcani. In questi anni prese il sopravvento (e il potere) l’ala più autoritaria del movimento guidata dal “triumvirato dei tre Pascià”, che traghetteranno l’Impero verso e nella Prima Guerra Mondiale.

Nel  1915, al comando delle truppe ottomane impegnate sul fronte caucasico contro i russi c’era uno dei componenti di questo “triumvirato” autoritario, Ismail Enver Pasha.

Il Generalissimo ottomano, desideroso di prendersi la rivincita contro i russi e riportare al 1878 (Congresso di Berlino) i confini della Sublime Porta nel Caucaso, fece presto ad attribuire le batoste prese sul campo di battaglia al sabotaggio interno degli armeni accusati di essere traditori al soldo dello Zar.

L’ossessione  di poter vincere i nemici esterni combattendo quelli interni portò al desiderio da parte dei Giovani Turchi di sbarazzarsi in maniera definitiva di quelle nazioni interne “sleali”, dissolvendole, disperdendole e, in diversi casi, distruggendole. Tutto ciò nella convinzione che  per difendere una nazione bisognava essere pronti a cancellarne altre; un atroce paradosso del nazionalismo di inizio Novecento.

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Resti umani a Der el-Zor, 1916 (credits: niod.nl)

Questa volontà  di rimozione ci porta al concetto di Genocidio per come oggi lo conosciamo, non il semplice massacro generalizzato ma al contrario una precisa damnatio memoriae scritta col sangue di un intero popolo, aldilà della sua specifica grandezza in termini numerici. Gli armeni per secoli furono considerati come la “millet sadiqa”, la nazione fedele, ma il nazionalismo a cavallo tra XIX e XX secolo mostrò in più occasioni di essere del tutto indifferente al peso della storia e oggi ciò che rimane della nazione fedele è solo la sua estrema propaggine orientale, in quanto caduta in mani russe e sovietiche e al di fuori dalla paranoia di Enver Pasha. Un destino simile attese altri popoli anatolici vecchi di millenni e spazzati nel giro di pochi anni, tra il 1915 e il 1922 :  assiri, greci del Ponto e greci dell’Asia Minore.

A “salvarsi” dal nazionalismo del triumvirato in Anatolia furono  i soli curdi, grazie alla convinzione che la comunanza religiosa li avrebbe fatti confluire nell’insieme etnico turco, come poi, in epoca repubblicana, effettivamente avvenne per slavi, albanesi, circassi e altre popolazioni musulmane presenti in Anatolia sulla scia delle sconfitte ottomane e delle migrazioni di popoli musulmani dai Balcani e sulle sponde settentrionali del Mar Nero.  La conseguenza, a un secolo di distanza, è che l’attuale ossessione per la nazione interna sleale da parte del nazionalismo turco è oggi rivolta proprio verso i curdi, che di ridefinirsi come “turchi della montagna” non ne vogliono proprio sapere.

Il genocidio armeno rappresenta “al peggio” come la morale nella politica internazionale sia, “al meglio”, inefficace.

Non una reale strategia per la sicurezza nazionale come si credeva al tempo, bensì la figlia deforme di un’idea, il nazionalismo esasperato d’inizio XX Sec. nata a sua volta dal delirio d’onnipotenza di un pugno di nazioni europee in piena febbre d’espansione coloniale.

La narrazione di una nuova nazione ottomana il cui cuore, l’Anatolia, sarebbe stato esclusivamente turco o perlomeno musulmano (secondo la convinzione che, prima o poi, quei musulmani si sarebbero riscoperti sempre più turchi) e il sacrificio di altri popoli anatolici sull’altare della purezza culturale non ha, ovviamente, salvato l’Impero Ottomano dal collasso. L’ossessione per le nazioni sleali al contrario rese ciechi i Giovani Turchi sulle reali cause che stavano portando il loro paese alla distruzione, accelerandone il processo (con i sentiti ringraziamenti di un allora misconosciuto tenente colonnello inglese di nome Thomas Edward Lawrence).

Per convincere la Turchia di oggi così da rendere giustizia agli armeni occorre perciò presentare non tanto la retorica della morale, ma la realpolitik spesso additata, a torto, di essere la principale causa di atrocità del mondo, proprio a causa del suo carattere amorale.

Eppure il tragico esempio del genocidio armeno ci spiega come è proprio la morale “al peggio” a convincere gli uomini a impegnarsi nel compiere atrocità tanto efferate.

Lo storico problema della Turchia contemporanea è l’essere considerata alla stregua di un corpo estraneo da tutti i suoi numerosi e sfaccettati vicini, che altri non sono che le ex nazioni “leali/sleali”. Il realismo consentirebbe ad Ankara di togliere, una volta per tutte, la parola “traditori” e usare un assai più efficace “partner”.  Dare il giusto tributo a quei popoli anatolici rappresenta per il paese della mezzaluna il primo passo per poter essere visto dai propri vicini davvero come egemone e non più come lo spauracchio per eccellenza (basti ricordare come una buona parte della cronica instabilità economica greca sia dovuta alle sproporzionate spese per la difesa in funzione anti-turca).

Perché le parole, anche nella cruda politica globale, sono importanti e ad Ankara devono imparare che “genocidio” lo è più di tutte quante. Basti ricordare che prima ancora che quella parola venisse ideata, tra i primi a rendersi conto dell’avvenuto massacro che sconvolse il popolo armeno ci fu un certo Mustafa Kemal, un signore che certamente non si poteva accusare di lavorare contro il popolo turco.