Storia del più giovane degli Stati

Sudan del Sud
Reuters/Thomas Mukoya

Storia del Sudan del Sud e della sua identità perduta. Da più di 2 secoli il paese africano ha smarrito le sue radici storiche e culturali; un fenomeno dovuto al passaggio coloniale di ben 3 civiltà esterne alla regione. Da circa 4 anni i suoi cittadini ne hanno finalmente riconquistato l’indipendenza. É il più giovane stato del mondo.


Nell’era contemporanea, in un miscuglio di arcaico tribalismo e democrazia di stampo occidentale, Cristianesimo e Islam, la Repubblica del Sudan del Sud è in balia delle lobby della guerra e del petrolio. Inesorabilmente scomparso dalle cronache storiche, isolato allora come oggi dagli scenari mondiali, in compagnia solo delle problematiche legate al suo passato.

Per avvalorare storicamente l’analisi del contesto culturale di un paese in piena crisi di identità quale è il Sudan del Sud in questo presente periodo storico, partiremo dal personaggio di Isaak Edward Schnitzer, uno dei primi colonizzatori occidentali nel paese e sicuramente, data la sua biografia, uno degli esempi più affini al destino di questa remota regione. L’intenzione è creare un parallelo fra il passato e il presente e sottolineare la loro reciproca connessione ed influenza.

Era il 1878 quando C. G. Gordon, governatore britannico della provincia di Equatoria, lasciò il suo mandato in eredità all’ufficiale medico della provincia, tale Schnitzer, successivamente passato alle cronache con il nome fittizio di Emin Pascià. 50 anni di dominio straniero nella regione; questa l’eredità. Fino ad allora, le tribù nilotiche dei Dinka e dei Nuer e dei centroafricani Zande e Avungara avevano ben resistito alle turbolenze storiche che attanagliavano la regione, persino all’importante islamizzazione africana del XII secolo. Un piccolo ed indipendente sistema di culture minori, dove le differenze non costituiscono solo un’ostacolo; insomma un paradiso per l’antropologo contemporaneo. Ma, a partire dagli inizi del XVII secolo, dapprima gli egiziani, seguiti poi dai britannici, sradicarono progressivamente la ultracentenaria e inalterata originalità culturale di questi piccoli sub-imperi tribali. Il personaggio di Schnitzer/Emin Pascià ben rappresenta il processo culturale che va dalla persuasione al dominio, e da quest’ultimo alla giovane indipendenza del Sudan del Sud.

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Eclettico, dall’enciclopedico sapere, esploratore e zoologo, la vita di questo occidentale sedotto dal nero continente simboleggia il sacrificio alla scoperta del sé, all’inseguimento dei sogni, alla realizzazione del proprio potenziale. Riuscì a diventare governatore, lì, nel cuore del continente che da bambino sognava di esplorare, e arrivò a gettare il seme per la fusione culturale, di un’intreccio tra filosofie arabe e occidentali, che da allora è cresciuto e si è alimentato sino ad assumere oggigiorno, il significato di indipendenza democratica dello Stato del Sudan del Sud. Un’indipendenza però confusa fra passato e futuro, che ancora deve determinare il suo cammino. Schnitzer morì braccato dagli stessi mercanti di schiavi arabi che aveva combattuto durante tutto il suo mandato a Equatoria, nel tentativo di soverchiare le pratiche locali. Una volta terminato il mandato sentiva che lo stesso non era compiuto; sembrava incapace di abbandonare quella che era la sua missione di colonizzatore. D’altronde, alla fine dei suoi giorni (che, ironicamente, rappresentano proprio l’inizio di quel processo di nuova autodeterminazione culturale del popolo sud sudanese), egli era restio a lasciare ciò che aveva, perché impossibilitato a tornare colui che era. Simbolo della pomposa intraprendenza coloniale europeista da un lato e dall’altro simbolo delle tragiche perdite culturali africane, Schnitzer sacrificò l’identità personale, si ritrovò in un presente non familiare e non riuscì a trovare un compromesso per il futuro. Il melting pot a cui fu soggetto lo rese incapace di definirsi e fu fatale.

Si scorge un percorso simile osservando il sentimento nazionale odierno del Sudan del Sud. E l’identità culturale della sua popolazione.
Destabilizzata da arcaici conflitti intestini e impazientemente entrata nello scacchiere del capitalismo globale, è fragile, inesperta e ininfluente; senza un reale partner economico, la neonata Repubblica del Sudan del Sud stenta a decollare.

In seguito alla fine del colonialismo inglese, nel 1947, durante la proclamazione dell’indipendenza del Sudan, dopo un tentativo di annessione all’Uganda, fu determinato che il destino politico della zona fosse da accomunare a quello degli omonimi settentrionali, tralasciando malamente le incongruenze culturali, religiose e politiche e una complessa distribuzione geografica delle risorse presenti sul territorio. Il grande e problematico Sudan con capitale Khartum fu in pratica il mal riuscito disegno trasposto su mappa del cadavere del colonialismo europeo. Per circa 70 anni questa forzata annessione è perdurata sopravvivendo a due guerre civili, i cui risultati sono stati:

  • 2 milioni e mezzo di morti e 4 milioni di espatriati
  • un radicale ridimensionamento delle sfere di influenza dei poteri politici e delle forze culturali e religiosi della regione
  • un progressivo impoverimento delle infrastrutture statali e delle risorse a disposizione della cittadinanza
  • avviamento del processo di secessione

Questa escalation di violenza è stata causata da un caso di malagestione dell’antropologia geografica locale. Difatti, in epoca coloniale le due regioni erano state oculatamente trattate in maniera separata sia da inglesi che da egiziani, essendo due entità culturalmente distinte. La parte settentrionale, abitata da culture sub-sahariane, animiste e musulmane, coscienti di appartenere alla cultura araba. La regione meridionale, a maggioranza cristiana, al contrario storicamente aderente alla cultura cristiana e desiderosa di appartenente al mondo occidentale, pur condividendo con i primi le radici genomiche. Inoltre, oggi, molto del petrolio della regione è presente al sud. La maggioranza delle raffinerie è al nord. Dulcis in fundo, il nord sub-sahariano è naturalmente più scarso di acqua. Risorsa che invece il sud ha meno difficoltà a reperire.

Nel 1955 iniziarono le prime violenze. Il 9 luglio 2011 il paese riguadagnò la propria indipendenza. Eroe di questa quasi settantennale transizione è il politico e militare John Garang. Fondatore del Sudan’s People Liberation Army (SPLA), primo gruppo di ribelli a opporsi seriamente al governo centrale di Khartum nel periodo di fuoco a cavallo fra gli anni 70 e 80. Garang è stato il primo politico che si battè per l’autonomia sud sudanese di fronte al governo centrale e dopo il riconoscimento dell’autonomia del 2005 tramite l’Accordo di Naivasha. Le criticità dettate da suo ruolo gli sono costate anni di scambi di favori, intrecci di alleanze, guerriglia, favori politici alle grandi potenze, all’ombra di crimini di guerra. Silenzioso, spietato, efficiente politico-fantasma, aveva promesso uno stabile futuro alle stremate popolazioni della subcultura meridionale del grande Sudan. In cambio di tutto ciò, Garang ha ricevuto una morte degna di una leggenda, in volo, su un elicottero precipitato in un luogo ancora sconosciuto, per cause mai chiarite.

Sudan del Sud 2
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In seguito a questo evento il panorama politico è ancora una volta destabilizzato e nel 2013 un nuovo scontro inter-etnico/tribale ha di nuovo riaperto le cicatrici mai guarite del tessuto culturale del paese. Al centro di questo gli interessi politici ed economici di una classe dirigente inabile a gestire la crisi e la ripartizione dei proventi del petrolio. É di nuovo la riproposizione dello scisma culturale. Attori principali di questo conflitto sono infatti i leader delle due etnie rivali, i Dinka e i Nuer, maggioranze etniche sul territorio. Da un lato l’attuale presidente Salva Kiir Mayardit, etnia Dinka, pupillo di Garang all’epoca del SPLA, prese le redini del paese dopo la morte del suo predecessore e dal 2010 ne è il primo presidente storicamente eletto in maniera democratica. Dall’altro Riek Machar, etnia Duer, comandante scissionista all’epoca del SPLA, poi reintegrato e nominato vice presidente all’insediamento di Salva Kiir, dallo stesso in seguito sospeso nel 2013, accusato di aver tentato di organizzare un colpo di stato. Rappresentanti di due ideologie, supportati da etnie in perenne scontro, rappresentano l’ ‘Es’ e il ‘Super Ego’ del cervello centrale di un paese che non ha più ‘Io’. Il più importante degli eventi, a livello mediatico mondiale, l’attentato del dicembre 2013 ad un convoglio appartenente ad una delle basi ONU presenti sul territorio, quella del Jongley. L’assalto contro tale autorità sembra essere un ulteriore grido di dolore per l’indipendenza tradita, quasi a voler rinnegare un simbolo delle democrazie occidentali a cui si son inspirati molti dei leader sud sudanesi che si sono susseguiti in questi ultimi anni, a scapito della popolazione e in totale mancanza di tutela degli interessi culturali delle tribù presenti sul territorio. Un cessate il fuoco è stato firmato dalle parti in gioco il 23 gennaio 2014, ma è di fatto rimasto ancora solo su carta. Troppi gli interessi e poca la volontà di trovare un compromesso.

Sudan del Sud petrolio
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É questo il Sudan del Sud nel 2015. Giovane repubblica a sistema presidenziale misto, con una costituzione temporanea a bilanciare fra legislatura bicamerale e capo del governo, che allo stesso tempo è capo di Stato e capo delle Forze Armate. Nonostante gli sforzi sia bellici che diplomatici, la situazione rispetto alla fine del periodo coloniale è rimasta quasi inalterata. C’è una spaventosa somiglianza con l’orgoglioso, insicuro e confuso tramonto di Equatoria ed un altrettanto curiosa similarità con il percorso biografico di Isaak Schnitzer/Emin Pascià, che, cercando di divincolarsi dai fantasmi del passato, non riuscì a stabilire un nuovo percorso. E così il Sudan del Sud è incapace di guardare avanti e lotta ancora contro la sua importante e ingombrante eredità storica, stremato dalle difficoltà del presente, spaventato da un inevitabile cambiamento verso chissà quali orizzonti. Incapaci di guardare fuori e cercare un estroverso sviluppo, per i sudanesi del sud la battaglia è ancora introversa, geograficamente, etnicamente, politicamente e spiritualmente.

In modo inesperto, questa nuova repubblica fondata con il sangue su uno dei territori più poveri e martoriati, sia fisicamente che culturalmente della storia di questo globalizzato ed interconnesso mondo moderno, oggi riconosciuta come il 193esimo paese delle Nazioni Unite, il Sudan del Sud stenta a trovare il suo equilibrio interiore. Grande però è questa sfida avventurosa di riscoperta culturale, dopo più di 2 secoli di dominio straniero, sulle orme del ormai noto Emin Pascià, al secolo Isaak Edward Schnitzer che, educato dall’Europa e poi da lì fuggito, si è rifiutato fino alla morte di abbandonare e ripudiare la sua identità africana volenterosamente e duramente conquistata. Come se, guardando con il senno di poi, l’identità culturale portata da Schnitzer con il suo mandato fosse rimasta viva, infestando la provincia, come un fantasma che non ha pace e non vuole lasciare la sua casa stregata.
La sola speranza che resta ai sud sudanesi è quella di non morire anche loro vittime delle paure per il prossimo avvenire.

Di Ilario Iacoboni