L’Uzbekistan, paese più popoloso dell’Asia centrale, è protagonista di una “rivoluzione dall’alto” guidata dal suo presidente Mirziyoyev, che punta ad alleggerire l’autoritarismo che ha caratterizzato la nazione durante l’era Karimov.

La fine dell’Unione Sovietica

L’Uzbekistan è stata una delle quindici repubbliche ad aver composto l’Unione Sovietica fra il 1922 e il 1991. A differenza delle repubbliche baltiche o della Georgia, dove i fronti popolari avevano fortemente spinto per l’indipendenza dei propri Paesi dall’impero sovietico, le repubbliche centro-asiatiche non furono testimoni di simili movimenti popolari, ottenendo un’indipendenza casuale e non del tutto desiderata.

Nel marzo 1991, nove delle quindici repubbliche sovietiche tennero un referendum, domandando ai propri cittadini se fossero o meno a favore del mantenimento dell’Unione Sovietica. L’esito della consultazione in Uzbekistan rivelò una posizione pressoché unanime a favore dell’URSS, con il 95% dei cittadini che si espressero contro un’eventuale dissoluzione dell’Unione. Il fallito colpo di Stato dell’agosto 1991, tuttavia, segnò le sorti del regime comunista, velocizzandone il suo disgregamento. Islam Karimov,  segretario del Partito comunista uzbeco, espressosi a favore del golpe, dichiarò l’indipendenza dell’Uzbekistan già il 31 agosto dello stesso anno, in quanto il mantenimento dell’Unione non rispecchiava più gli interessi del proprio Paese.

L’era Karimov

Negli anni il Paese centrasiatico ha attratto l’attenzione di studiosi e comunità internazionali per almeno quattro ragioni. In primo luogo, la sua importanza geostrategica: il Paese è collocato fra Russia e Cina e confina con l’Afghanistan. In secondo luogo, Tashkent ha avuto un ruolo cruciale nel destino dell’Asia centrale post-sovietica.

L’Uzbekistan è collocato, infatti, al centro di questo sub-continente ed il solo a confinare con tutti gli Stati che ne fanno parte. La scelta di Karimov di adottare una politica isolazionista in politica estera ha fortemente condizionato il destino della regione, facendo fallire ogni possibile progetto di integrazione fra questi Paesi. In terzo luogo, l’Uzbekistan è lo Stato più popoloso dell’Asia centrale, ospitando oltre la metà della sua popolazione. Infine, esso è un Paese ricco di risorse naturali e dispone, dunque, di un forte potenziale a livello commerciale.

Islam Karimov ha guidato questo Stato per oltre 25 anni, dal giorno dell’indipendenza sino alla morte, giunta nell’agosto 2016. Lo stile di governo di Karimov è stato accostato perfino a quello di Josif Stalin, a causa del carattere estramamente autoritario e del ruolo di prima importanza assunto negli anni dai servizi di intelligence, l’SNB, e dal loro capo, Rustam Inoyatov.

Rustam Inoyatov – via darakchi.uz

L’evento che illustra al meglio la natura repressiva degli anni di governo di Karimov è il massacro di Andjian, che ha avuto luogo il 13 maggio 2005, quando il dittatore uzbeco ordinò ai militari di aprire il fuoco contro la folla che protestava contro il suo regime. Ispirate dal successo della pacifica “rivoluzione dei tulipani” nel vicino Kyrgyzstan, che aveva portato alle dimissioni di Askar Akayev, migliaia di persone erano scese in piazza per chiedere la fine del regime Karimov, il quale, però, represse con la violenze le proteste, causando la morte di 187 persone e accusando in un copione spesso uguale a sé stesso, estremisti islamici e Occidente di aver tramato un colpo di Stato contro di lui.

In politica estera, invece, gli anni di Karimov sono stati caratterizzati da un forte spinta isolazionistica e un’assoluta contrarietà ad ogni proposta di integrazione fra i Paesi dell’area post-sovietica. Karimov ha accusato ripetutamente negli anni l’Unione Sovietica per avere costretto l’Uzbekistan a rimanere uno stato arretrato, destinato esclusivamente alla coltivazione del cotone, e questo lo aveva portato a respingere i tentativi di riavvicinamento fra i Paesi dell’ex Unione Sovietica.

La rivoluzione dall’alto

La morte di Karimov nell’agosto 2016 ha inizialmente gettato l’Uzbekistan in un clima di incertezza, dato che il dittatore non aveva designato un suo successore. Tuttavia, un accordo fra le figure di spicco dell’era Karimov, il primo ministro Mirziyoyev, il capo dell’intelligence, Inoyatov, e il vice-primo ministro, Asimov, ha permesso una transizione di potere pacifica.

La conservazione del potere nelle mani dell’èlite che lo aveva gestito per i precedenti venticinque anni, lasciava presagire che nessun cambio di rotta nella politica interna ed estera dello stato centrasiatico fosse alle porte. Una volta divenuto presidente, tuttavia, Mirziyoyev ha dato vita a quella che Sean Roberts ha definito una “rivoluzione dell’alto”.

Nella strategia quinquennale per lo sviluppo adottato nel 2017, Mirziyoyev ha enunciato i punti che sarebbero stati alla base della sua politica negli anni successivi.  Primo, il miglioramento delle strutture statali. In secondo luogo, lo sviluppo di uno Stato di diritto e la riforma del sistema giudiziaro. Terzo, sviluppo economico e liberalizzazione dei mercati. Quarto, miglioramento del sistema di welfare e, infine, la preservazione dell’armonia inter-etnica e una politica estera bilanciata, costruttiva e mutualmente benefica.

La spinta riformatrice di Mirziyoyev non è stata, tuttavia, solo teorica. Nei due anni in cui ha detenuto il potere, il presidente uzbeco ha anche avviato delle limitate riforme in ambito politico, socio-economico ed è stato protagonista di un cambio di approccio in politica estera. Nel settembre 2017, il governo ha ridotto le restrizione sullo scambio di valutare estera, infliggendo un duro colpo al mercato nero controllato dall’SNB e rendendo più semplice investire in Uzbekistan alle aziende straniere.

Nel dicembre 2017, ha rilasciato 2.700 prigionieri politici, sebbene siano ancora molti ad essere detenuti solo per aver espresso opinioni differenti a quelle del regime, e ha rimosso 18.000 persone dalle black-list redatte dall’intelligence uzbeka, che impedivano, a coloro che ne erano presenti di viaggiare o ottenere un lavoro.

Tuttavia, la mossa che ha destato maggior stupore è stata la decisione di estromettere Inoyatov dalla guida dell’SNB. Data la reputazione assunta negli anni dall’SNB, ritenuta più una polizia segreta, sul modello della Stasi nella DDR, che una semplice agenzia di intelligence, questa scelta rappresenta la mossa di stampo riformatore più ambiziosa presa da Mirziyoyev sin da quando ha assunto il potere.

Anche Freedoom House, ha sottolineato come l’Uzbekistan abbia mostrato una significativa inversione di tendenza rispetto al passato. Tuttavia, Human Rights Watch evidenzia il fatto  Mirziyoyev continui ad esercitare un potere di natura fortemente autoritaria, come dimostra l’assenza di elezioni libere nel Paese, la persistente esistenza della censura e il mancato stop degli arresti di giornalisti.

Mirziyoyev si è discostata anche dalla linea isolazionista adottata da Karimov in politica estera. Il presidente uzbeco ha dato nuova linfa alle rrelazioni con i principali attori internazionali coninvoliti nell’area, ossia Russia, Cina e Stati Uniti. Nelle sue visite a Mosca, Pechino e Washington ha firmato vari accordi per diversi miliardi di dollari con compagnie dei 3 Paesi. Inoltre, ha promosso la cooperazione a livello regionale, cercando di ridurre le tensioni con Tajikistan e Kyrgyzstan riguardo la gestione delle risorse idriche e la delimitazione dei confini e dando nuova linfa al dialogo fra tutti gli attori della regione, come dimostra l’ultimo summit centro-asiatico tenutosi ad Astana, capitale del Kazakistan.

Stanislov Pritchin, ricercatore Chatam House, individua tre possibili ostacoli che Miriziyoyev potrebbe incontrare nell’attuare il suo programma di riforme. Primo, il presidente uzbeco dovrà garantire la stabilità e la sicurezza del Paese, che potrebbe essere messa a rischio dal ritorno in patria dei foreign fighter da Siria e Iraq.  Il secondo ostacolo è la mancanza di personale qualificato per l’implementazione di tali rifome e la probabile opposizione che Mirziyoyev potrebbe incontrare da parte di esponenti del suo governo. Infine,  Mirziyoyev potrebbe essere ostacolato da sé stesso e dalla tentazione di non voler cedere il potere una volta “eliminati” i principali rivali, come fatto con Inoyatov.

di Antonio Schiavano
Antonio Schiavano
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