Questa è la prima puntata di un serial che ci accompagnerà per le prossime settimane. È un racconto di fantasia, ma va letto come se fosse uno scenario. I fatti raccontati sono inventati, ma verosimili, i personaggi sono di fantasia, ma lo sfondo su cui si svolge la storia è reale.

22 febbraio 2015, 6:25, Salonicco, camera di Nico

 «Dunque Konstantakis, in conclusione alla sua bellissima presentazione può dirci cosa ha cercato di dimostrare con questo suo lavoro?» – chiese il professore con malcelata noia.

Dopo qualche secondo di silenzio, Nico rispose: «La tesi definitiva del mio studio è che di fatto non esiste e non è mai esistito un singolo Stato che possa dire di aver un debito pubblico nato nella propria contemporaneità».

L’aula rimase in silenzio, i professori alzarono gli occhi sul ragazzo che riprese. «Tutti gli Stati, soprattutto i più virtuosi, hanno ereditato un flusso monetario fatto da secoli di pratiche oggi impossibili da attuare, spesso addirittura illegali». Nico prese il respiro. «Tre attività su tutte, pirateria, contrabbando e sfruttamento», un mormorio si levò alle spalle del laureando; Nico, circondato da centinaia di persone, sentiva gli occhi di tutti su di sé. «Se così si può dire, la normale classificazione, oggi adottata, che divide tra stati virtuosi e non è solo una percezione teorica e a breve termine. Si può essere virtuosi avendo ereditato gli interessi di secoli passati a commerciare schiavi o vendendo oppio?… O addirittura tenendo incatenate intere nazioni?».

Nico abbassando lo sguardo fece un’altra pausa e riprese tutto d’un fiato. «Gran parte degli stati che oggi fanno vanto del loro virtuosismo si sono arricchiti mettendo in bilancio, anno dopo anno, gli interessi di queste attività, creando così le basi delle proprie attuali fortune».

Il ragazzo alzò gli occhi per osservare il presidente di commissione e concludere. «Chi potrebbe calcolare quanto, pirateria e violenze d’ogni genere abbiano contribuito ai bilanci attuali di stati come il Regno Unito o i Paesi Bassi? L’origine del ciclo di ogni accumulazione monetaria si perde nel tempo e non ne rimare traccia nella coscienza degli uomini».

I professori presero a guardarsi tra loro scambiandosi strani sorrisi, il vecchio presidente di commissione non aveva mai distolto lo sguardo da Nico ma questa volta lo fissava intensamente, come se si fosse accorto solo ora della sua presenza, la sua faccia stanca ed incorniciata da rughe si contrasse improvvisamente, lo studente era agitato, un freddo brivido gli corse lungo la schiena. Il professore mosse le labbra producendo un impercettibile schiocco, la sua sentenza stava per tramutarsi da pensiero a parola udibile quando, proprio in quell’istante, un suono acuto e ripetitivo spezzò l’incantesimo.

Nico si svegliò di scatto, mosse la mano per afferrare il telefono e spegnere la sveglia, ma il cellulare, attaccato al caricatore, gli sfuggì a causa della debole presa mattutina; il ragazzo sentì distintamente lo schermo frantumarsi contro la pianta metallica della lampada che teneva di fianco al comodino. Una sensazione di frustrazione mista a nervosismo gli partì dal petto.

«Cos’è caduto?» urlò sua madre dall’altra stanza. Nico rimase per pochi secondi immobile nel letto, sentiva il fastidio montargli sino in gola, di scatto lanciò via la coperta e l’aria fredda della stanza calò leggera su di lui.


Ore 8:45, magazzino Technolog

 «Signori, so già che sapete tutti benissimo cosa sto per dirvi, quindi vi prego di capire come io sia qui solo in veste di ambasciatore, non di responsabile, né tanto meno di decisore contento della soluzione». Mormorii si levarono dalla vasta sala, l’amministratore delegato Kalogirou parlava tra i bancali dell’azienda, di fronte a lui vi era circa un centinaio di dipendenti, di tutti i livelli e di tutte le età. «Purtroppo sapete che la nostra azienda sta attraversando un periodo tragico, come del resto tutto il nostro paese, le decisioni che il consiglio d’amministrazione ha dovuto prendere, e vorrei sottolineare ha dovuto, sono state mosse solo ed esclusivamente dalla necessità di sopravvivere. Lo so che la questione è amara da accettare, ma questa è la realtà».

I lavoratori della Technolog fissavano silenziosi Kalogirou, nei loro sguardi apatici non vi era ormai nemmeno più traccia di rassegnazione.

«Salterò inutili giri di parole e ipocrisie che sapete non mi appartengono e che comunque non vi indoreranno la pillola, il 45% dei dipendenti dovrà essere licenziato». I lavoratori sapevano già tutto. «Abbiamo deciso di tenere solo i dipendenti più anziani, per loro trovarsi senza un lavoro in questo momento sarebbe la fine».

Ares, magazziniere di primo livello, sentendo quelle parole deglutì lentamente, una vampata di calore incendiava il suo corpo e la mascella si bloccò come una morsa di ferro.

«Ascoltate ragazzi, io non sono più giovane e il solo consiglio che mi sento di darvi è andatevene. Non credete alle balle dei politici, qui non c’è futuro, e non ce ne sarà almeno per i prossimi dieci anni. Forse, e dico forse, prima o poi, questa situazione finirà, ma non domani e neanche dopo, per cui mollate la Grecia se potete, lasciate stare questo paese che non ha nulla da offrirvi, noi abbiamo fallito».

La voce dell’ad improvvisamente si ruppe, Kalogirou sentì le lacrime solcargli il viso e mentre parlava la sua mente andò indietro a tutti i suoi errori, agli scheletri nell’armadio della sua azienda e della sua vita, sapeva di non poter dire di aver fatto del suo meglio, sia come uomo che come amministratore delegato, sapeva che i sacrifici che stava chiedendo non l’avrebbero mai toccato, o almeno, in cuor suo, così sperava.


Ore 10:00, Cafe Marathonos

 «Cazzo faremo adesso…?». Disse Christos.

«Festeggiamo». Rispose Ares.

Petros e Christos si guardarono straniti, «Kate, tre birre…». Chiese Ares con voce sarcastica. «Dobbiamo celebrare il nostro primo licenziamento!».

Costa, il proprietario, che li conosceva da una vita li osservò con uno sguardo misto di compassione e tristezza – non contava neanche più il numero di disoccupati nel suo bar, e soprattutto aveva smesso di calcolare le perdite settimanali. «Kate aggiungi anche tre ouzo, offro io». Sussurrò alla figlia.

«Oh, io me ne vado da mio zio, in Olanda». Disse Petros.

«Ah, vai a pulire i cessi anche tu quindi …». Rispose Christos.

«Eh allora? Preferivi imballare scatoloni? E poi guarda che mio zio è un imprenditore per lui lavorano …».

«…Lavorano 20 persone, sì lo sappiamo». Disse Christos. «Senti non ce ne frega un cazzo dell’Olanda, c’è sempre un tempo di merda, la lingua è impossibile e poi sono come i tedeschi, a noi ci considerano tutti stronzi».

«Io mi metterò a rubare». Fece Ares ridacchiando. «O meglio, farò il pirata, mio fratello dice che a questo punto noi greci dovremmo fare tutti i pirati, siamo moralmente autorizzati a farlo».

«Ecco! non ce ne frega un cazzo neanche di cosa dice tuo fratello, ma poi si è laureato o no quello, non ha ancora mollato i libri?». Rispose Christos.

«Ha finito la tesi, mi pare». Disse Ares. «Ma lo sai quanto cazzo costa fare quella roba? Devono scrivere sta ricerca e poi rilegarla come fosse un libro e farne tre copie, almeno 70 euro in tutto! Per cazzate che nessuno leggerà mai».

Christos: «Ma che vuol dire farai il pirata?… come fai ad aver voglia di scherzare?».

Ares: «Allora, senti qua, Nico stava studiando questa gente, in realtà non erano proprio dei pirati, nel senso che non rubavano solo per sé, i politici di una volta li pagavano per fottersi tra loro».

Christos: «Che cazzo vuol dire? I pirati rubavano per le loro tasche, non hai mai visto i film?».

Ares: «Ti ho detto che non erano proprio pirati, erano pagati per rubare per lo stato».

Petros: «Beh, come i politici di adesso».

«Ma no cazzo! Non ho detto che derubavano il proprio stato, questi derubavano gli altri stati per aiutare il loro paese». Ares tacque, Petros e Christos lo guardavano senza capire il senso delle sue parole.

«Ascoltate e cercate di capirmi bene, farò un esempio a prova di scemo che anche voi, geni del male, potrete capire ok?». Ares li guardò con uno strano sorriso e riprese. «Noi poveri stronzi lavoriamo per la Techno giusto? Che è un’azienda greca ok, tutti d’accordo?»

«Hai già sbagliato». Lo interruppe Christos. «Lavoravamo per la Techno, non so se ti sei accorto ma ci hanno appena licenziato».

Ares lo guardò scuotendo la testa mentre Petros ridacchiava. «Sì ok, Chris, lavoravamo, era solo un esempio, quello che sto cercando di dire è, immagina che noi che siamo della Technolog, che è greca ok? Immagina di essere pagato per derubare un nostro rivale, straniero, questo è il succo».

«Tipo quei bastardi della BHM, quelli sono tedeschi!» disse improvvisamente Petros.

«Esatto!». Esclamò Ares. «Questo è quello che volevo dire! Combattere i rivali stranieri, questo è quello che facevano ‘sti pirati, ed è per questo che venivano pagati dai loro politici!».

Christos e Petros non dissero nulla ma per un istante la loro mente fu attraversata dallo stesso pensiero, e i loro occhi brillarono di una luce gelida.

«Ecco a voi ragazzi!». Kate servì le tre birre gelide accompagnate da tre bicchierini di ouzo. «Questi ve li manda il capo». Disse lei. «Ci spiace per la Techno, ma hanno chiuso tutto? Anche mio cugino lavora lì».

«No, hanno solo segato metà delle persone, tutti i giovani, ma tanto vedrai, l’anno prossimo chiuderanno tutto». Rispose Christos, Petros e Ares rimasero in silenzio.

Usciti dal bar i tre giovani si diressero verso il porto. «Oh, in ogni caso, io col cazzo che se rubo alla BHM poi i soldi li do allo stronzo che ci ha licenziati, me li tengo per me!». Fece Petros, tutti e tre scoppiarono a ridere.

«Però c’era un particolare che non vi ho detto». Disse Ares camminando, «Questi non erano considerati dei ladri, voglio dire, quello che facevano era in qualche modo legale, rubavano con un permesso del governo, o una roba simile».

«Eh? Ma va, questa mi sembra proprio una stronzata». Rispose Christos. «Guarda i film, prima o poi i pirati vengono sempre presi ed impiccati al primo porto…».


 Ore 19:00, casa Konstantakis

Nico aprì la porta di casa e trovò sua madre sul divano, abbracciava Ares piangendo. «Oh, che succede?».

Ares guardò il fratello, che non sapeva ancora nulla. «Piange perché sei un coglione e continui a sfasciare telefoni». Disse Ares. Nico lo guardò sorpreso. «Senti Nico, mi hanno licenziato, la ditta chiude, ci stanno iniziando a far fuori tutti».

«Oh Cristo… ». Nico non riuscì a dire altro.

«Senti, tu pensa seriamente a non distruggere un altro telefono, fatti ‘sta laurea e vattene in Inghilterra!». Fece Ares. La madre era disperata, continuava a singhiozzare nascondendo il volto contro il divano, Ares la guardò. «Dai mamma basta, troverò qualcosa, oppure me ne andrò in Olanda con Petros, suo zio ha un’impresa, dice che lì si fanno i soldi…».

Nico osservava il fratello di 29 anni e pensò. «Povero scemo, anche i Paesi Bassi sono in recessione e tu non sai neanche l’inglese…». Il giovane guardava la sua famiglia in disfacimento ma gli sembrava di osservare la Grecia tutta, non aveva parole, non provava nulla, nel suo cuore non sentiva più emozioni.

«Dai mamma ora smettila sul serio, mangiamo qualcosa su…». Ares si alzò e passò a fianco al fratello, la sua grossa spalla strusciò contro il petto del fratello, in quel momento gli sussurrò qualcosa nell’orecchio. «Tu dopo mi spieghi bene una cosa, la roba dei pirati».

«Quali pirati?». Rispose Nico stupito, parlando con un filo di voce.

Il fratello gli strinse un braccio attorno al collo facendo finta di volerlo abbracciare. «Quelli che rubavano per il loro paese».

«Cosa? Di che parli, non ti capisco?». Disse Nico.

«I pirati pagati dai politici, tu me l’hai detta ‘sta roba». Aggiunse Ares.

Nico non capiva i discorsi del fratello, poi improvvisamente lo corresse. «Ma parli dei corsari? Si chiamavano così, non pirati».

«Chiamali come cazzo vuoi». Rispose Ares. «Sempre ladri erano».

«Ma di che parli? perché ti interessano adesso?». Nico era confuso.

Ares gli lasciò il collo e lo fissò negli occhi. «Hey genio… sto cercando un nuovo lavoro».

Continua…

Rufus the Pale
Leave a reply

Lascia un commento