A seconda che si ascolti la propaganda dell’una o dell’altra parte, i soldati del Donbass sarebbero occupanti provenienti dalla Russia o ribelli di etnia russa che lottano contro una dittatura fascista. Chi sono davvero? La fotografia di un territorio sconvolto dalla guerra attraverso le parole di chi afferma di lottare per difenderlo.

I combattimenti proseguono nel Donbass, in Ucraina orientale. L’obiettivo dichiarato dei ribelli è l’indipendenza e l’unione con la “madrepatria” russa. In Ucraina infatti il 17,3% della popolazione appartiene al gruppo etnico russo e il 24% parla il russo come prima lingua. La maggior parte della popolazione russofona si trova nell’Est del paese, al confine con la Russia. In particolare in Crimea e nelle regioni di Donetsk e Luhansk, mediamente, il 74% degli abitanti parla russo. Tuttavia questo dato suggerisce solo la presenza di una eterogeneità all’interno del paese e non può essere usato come indicatore del sostegno alla ribellione, in quanto la popolazione russofona spesso si dichiara di etnia ucraina e – anche qualora si dichiari di etnia russa – può essere contraria all’indipendenza da Kiev. Nonostante questo, i risultati dei referendum per l’indipendenza in queste regioni, tenutisi lo scorso Maggio, avrebbero avuto per gli organizzatori percentuali altissime di affluenza e di consensi per l’opzione di annessione alla Russia. I veri risultati del referendum crimeano probabilmente sono quelli pubblicati per errore sul sito del Consiglio per i Diritti Umani del Presidente della Federazione Russa: se prestiamo fede a questi numeri, al voto si è recato il 30% degli aventi diritto, di cui solo la metà (ovvero il 15% della popolazione della penisola) ha votato a favore dell’unione con Mosca. È probabile che percentuali ancora più sfavorevoli alla ribellione si siano registrate nelle regioni di Donetsk e Luhansk.

I primi ad abbandonare le aree dove hanno gradualmente preso il sopravvento i ribelli sono stati i cittadini che si erano spesi pubblicamente per la diffusione della lingua e della cultura ucraina sul territorio. Una volontaria italiana impegnata a Donetsk da anni, racconta che nel mese di maggio c’era una tensione tale da avere timore di camminare per le strade; chi si opponeva ai ribelli, ha ricevuto minacce e subito violenze, fino ad essere costretto ad allontanarsi dalla città. Oggi gli attivisti pro Kiev rimasti a Donetsk, una città di un milione di abitanti, potrebbero contarsi sulle dita di una mano. Enrique Mendez ad esempio, dopo aver coordinato nel corso di Aprile e Maggio le manifestazioni pro-Ucraina nella città di Donetsk, ha fatto un patto con le autorità ribelli per restare e organizzare gli aiuti umanitari: «Avendo conoscenze da entrambi i lati della barricata, posso svolgere un lavoro di comunicazione prezioso e apprezzato da entrambe le parti del conflitto. Oltretutto davanti a questa guerra la mia fede nell’Ucraina si è affievolita: ormai desidero solo la fine della ostilità».

Con l’intensificarsi del conflitto, nel corso della prima estate dall’inizio del conflitto, le famiglie più benestanti hanno abbandonato la città, a volte con l’idea di prendersi una vacanza nell’attesa che le acque si calmassero. Col contrattacco ucraino di giugno, seguito all’elezione di Poroshenko, anche le persone con meno disponibilità economiche hanno cominciato a lasciare la città. Durante i bombardamenti di Agosto la popolazione si è ridotta al di sotto del 50%. A Donetsk, una città che contava più di un milione di abitanti, restano i ribelli e chi gli fornisce un supporto attivo (si ipotizza un 15% della popolazione originaria), le famiglie senza possibilità di fuga per difficoltà economiche (20%) e i cittadini che restano per senso civico come dottori, autisti di bus, commessi di negozi di alimentari (10%) tra cui si annoverano anche i giardinieri comunali, che continuano a curare i leggendari roseti di Donetsk. Spesso i genitori hanno usato i risparmi di una vita per mettere in salvo i figli.

I combattenti della DNR, la Repubblica popolare di Donetsk, vanno dai 15 agli oltre 70 anni. Le seguenti interviste sono state raccolte nell’agosto del 2014:

Andrej, il più giovane soldato della Repubblica, racconta com’è finito nel battaglione Vostok: «Sono appassionato di calcio e di giochi per il PC, in particolare Call of Duty, Halo e God of War. Quando è iniziata la guerra, mio padre ha deciso di unirsi al battaglione Vostok e gli ho subito detto che sarei andato con lui. Mia mamma era contraria, ma è lui che comanda in casa. Il giorno stesso dell’ultimo esame, uscito da scuola sono venuto in caserma.» Qualcuno ha avuto perplessità sul fatto che una persona così giovane diventasse un soldato? «No, qui ci sono altri ragazzi di sedici e diciassette anni, persone anziane e molte donne: noi ragazzi veniamo mandati in prima linea, forniamo assistenza e servizi nelle retrovie. Gli anziani ad esempio fanno da guardia ai campi profughi o gli autisti, perché dove ci sono loro è meno probabile uno scontro a fuoco. Le donne qualche volta combattono, ma più spesso stanno in caserma come infermiere e cuoche. Io invece mi sono occupo della formazione delle reclute: spiego come smontare un fucile, pulirlo, rimontarlo e caricarlo il più velocemente possibile. Per i primi mesi sono stato il comandante dell’unità di addestramento, poi è arrivata una persona più esperta di me e sono diventato vice comandante. Lo faccio perché sento di avere il dovere di essere qui: la mia è una famiglia russa. In questo momento i miei compagni di classe sono andati in vacanza e mi chiedono se non ho paura: naturalmente ho paura, solo i pazzi non ne hanno».

Anatoly, un ragazzo ventitreenne che lavora come commesso notturno in un alimentari del centro, si è appena arruolato coi ribelli. La sua, è una storia di amore e passione civica:

Parlo russo ma mi sento ucraino. A 19 anni sono entrato in Marina, era un lavoro che mi faceva sentire orgoglioso. Passavo lunghi mesi nel Mar d’Azov, dove c’è la flotta, ma ogni volta che ottenevo un permesso tornavo a Donetsk perché qui c’era la donna che amo, Katia. È per portarla sempre con me che mi sono fatto questi tatuaggi. Due anni fa, quando sono tornato da un permesso, l’ho trovata incinta. Ha cercato di convincermi che si trattasse di mio figlio, ma non era possibile. La verità è che era stata violentata. Noi siamo molto religiosi e abortire non era tra le opzioni. Ho comunque acconsentito a riconoscerlo come mio figlio, perché amo lei e ora amo anche il piccolo Denis. Quando è iniziata la guerra io sono tornato a Donetsk per proteggere la mia famiglia, ma lei è dovuta fuggire con Denis e adesso è a 80 kilometri da qui. Pochi giorni fa mi ha chiesto di raggiungerli, perché ha finito i soldi e non sa di che vivere: Denis ha solo un anno. Vorrei farlo, ma come posso essere così egoista nei confronti della mia città e di tutti i miei concittadini? Lei mi ha detto che se non vado accetterà una proposta di matrimonio che le ha fatto un uomo del posto, ma non posso restare a guardare mentre i fascisti distruggono la mia città. Devo proteggere la mia popolazione, così facendo proteggerò anche loro. Li amo moltissimo, ma sono un soldato e domani verrò mandato al fronte.

Mentre Anatoly va in prima linea, c’è chi deve tornare. Il vice-comandante Evgenich, 45 anni, è da poco arrivato all’ospedale di Donetsk con colpi di arma da fuoco. Ora ha il petto e un braccio bendati e rifiuta di farsi fotografare: «Non posso permettere che i miei soldati mi vedano in queste condizioni». Dagli sguardi che lancia ai due giovani miliziani che lo assistono si può vedere che non ha ancora perso l’adrenalina del combattimento. «Stavamo sferrando un attacco alle milizie ucraine quando sono stato colpito». Trascura di specificare chi lo abbia colpito, infatti gira voce si sia trattato di fuoco amico: è una vittima dello scarso coordinamento tra battaglioni, un problema che riguarda entrambe le parti del conflitto. «A me non interessa la politica. Prima che iniziasse la guerra ero un project manager per le aziende di estrazione mineraria e mi occupavo della mia famiglia: ho tre figli ma ora vivono con la madre.» Perché unirsi all’esercito della DNR? «Indubbiamente l’esercito ha dato a molti, un motivo per svegliarsi la mattina, ma nel mio caso è diverso. Avevo un lavoro serio. Mi sono unito perché dobbiamo separarci dal governo nazi-fascista di Kiev. La nazione Ucraina non esiste, è un’invenzione. Non ho niente contro chi si dice di sentirsi ucraino, ma non voglio avere niente a che farci. Qui siamo tutti russi, la nostra storia e il nostro destino sono con Mosca.» Molti denunciano bombardamenti sui civili perpetrati dai ribelli sul territorio occupato da loro stessi: «Sciocchezze. Nel nostro battaglione quattro soldati su cinque sono di Donetsk, come potremmo mai puntare i cannoni verso le nostre stesse case?».

Le storie del giovane Andrej, di Anataly e Evgenich sono quelle di normali cittadini unitisi alla ribellione contro il regime di Kiev. Ma nel conflitto ci sono anche persone con esperienza. Ad esempio, si è discusso molto in merito alla presenza di stranieri tra le file dei ribelli. Per quanto inizialmente la percentuale di persone provenienti da altri paesi, in particolare la Russia e l’area ex-sovietica, fosse più rilevante, il continuo afflusso di volontari dalla regione ha fatto calare la loro incidenza fino al 20% degli attuali combattenti. Ad esempio il comandante dell’unità Yuk, il gruppo proveniente dall’Ossezia del Sud, si chiama Zaur e gestiva una piccola azienda di parquet. Prima di venire nel Donbass aveva già partecipato al conflitto del 2008 nella sua regione: «Non sono qui per combattere gli ucraini, non ho niente contro di loro. Quelli della Guardia Nazionale sono bravi ragazzi, anche se poco professionali: non si è mai vista così tanta artiglieria, tutto per evitare lo scontro di fanteria, perché in quel caso avremmo la meglio noi che abbiamo più esperienza. Poi è ridicolo quante volte abbiano tentato di sfondare le nostre linee mandando carriarmati senza supporto di fanteria: in quei casi diventano prede molto facili… gli ucraini però sono lenti ad imparare la lezione. Se non altro loro non attaccano i civili, mentre i fascisti in altri battaglioni sì. Noi infatti siamo venuti dall’Ossezia per combattere contro di loro, quelli del gruppo Right Sector. Si tratta degli stessi che vennero in Ossezia a sparare contro di noi; questo non lo abbiamo dimenticato e siamo venuti ad aiutare i nostri amici affinché questo conflitto non venga ricordato come un genocidio contro il popolo russo.» Mentre i volontari del Donbass non vengono pagati, talvolta chi proviene dall’estero riceve un compenso, in particolare se porta preziose conoscenze professionali.  «Noi non siamo pagati, siamo volontari. Siamo cresciuti in un paese in guerra e per questo abbiamo esperienza, ma non per questo siamo mercenari. Quando tornerò a casa riprenderò a lavorare nella mia azienda… dopo aver trascorso una settimana sul fiume a pescare.»

Con lo stringersi dell’assedio il corpo a corpo diventa inevitabile e in questo frangente diventa ancora più importante il ruolo dei medici in prima linea. Uno di essi si chiama Lys (letteralmente “Volpe”) e di professione è un medico di prima linea, ha 30 anni e fa anche il DJ: «Prima di venire in Donbass avevo servito in Somalia e nel Caucaso, poi è scoppiata la guerra qui e sono tornato subito. Sapevo di doverci essere, ma avevo bisogno anche di decidere da quale parte del conflitto prestare soccorso. Ci stavo ancora riflettendo, quando dei miei amici ribelli mi hanno detto che i medici vengono regolarmente presi di mira dall’esercito ucraino. Gli sparano, a volte li uccidono. Allora ho capito da che parte stare: il mio aiuto è prezioso per i ribelli perché ho il vantaggio di non sembrare un medico, per questo riesco a passare inosservato quando mi muovo al fronte». Lys mostra orgoglioso i propri tatuaggi: è vero, non sembra affatto un dottore.

Chi già prima della guerra deteneva posti di comando militare ha occupato le posizioni più alte della struttura gerarchica. È questo il caso di Aleksander Hodakovskiy, precedentemente comandante ufficiale dei servizi segreti ucraini (Unità Speciale Alpha della SBU), attualmente comandante in capo del Battaglione Vostok nonché Ministro della Sicurezza della Repubblica Popolare di Donetsk: «Ho dovuto imparare un nuovo lavoro: essere nei servizi segreti in tempo di pace è ben diverso dal fare il comandante militare in tempo di guerra. Prima coordinavo operazioni anti-terroristiche, occupandomi in particolar modo delle trattative per la liberazione degli ostaggi, oggi invece mi occupo di operazioni militari terra, tattica e strategia. Tuttavia quando nella vita sei stato capace di specializzarti in una data funzione e non hai perso la capacità di apprendere, allora la tua intelligenza è in grado di occuparsi allo stesso livello di qualcosa di differente.» Hodakovsky è già stato al centro di polemiche per la sua presenza sui media: «Sono qui per difendere il mio popolo, non per combattere contro l’Ucraina, né contro l’Europa, verso cui peraltro vanno le mie simpatie per la difficile situazione in cui si trova: Ucraina, USA, Russia… noi lo chiamiamo il “triangolo amoroso”. In questa terra stiamo lottando tra definizioni antiche di nazionalità e la realtà di oggi. Per quanto riguarda l’Ucraina, sappiamo che nel governo, così come nell’esercito che ci sta attaccando, ci sono dei fascisti, ma così come ce ne sono anche nel governo e nell’esercito russo. Il neonazismo non è un fenomeno ucraino né russo, è un problema che riguarda tutta l’Europa. (…) Ciò che sta avvenendo in Donbass in definitiva non è un problema locale, ma l’effetto di dinamiche geopolitiche globali che vedono da un lato la Russia che ritorna a pesare a livello internazionale, dall’altro paesi che vogliono limitarne l’influenza. Chi ci sta osteggiando è chi lotta per il mondo unipolare. (…) Ciò che vediamo in questa zona del mondo è un conflitto su due piani: quello immediatamente visibile è il piano militare-tecnologico, ma poi c’è la sfida della “riformattazione delle coscienze”. Da anni è in corso in Ucraina la creazione di un sentimento russofobo che ha trovato sfogo negli ultimi mesi. Le conseguenze di questa guerra culturale condotta dalla propaganda nel lungo periodo saranno immensamente più gravi di quante non ne possa portare il conflitto armato in corso: nel giro di poco tempo si possono ricostruire gli edifici e si può curare l’economia. Ma ciò che è stato indotto nelle menti della popolazione difficilmente potrà essere dimenticato.»

Guido Zichichi
Redazione
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