Di: Isabella Querci
Il diritto internazionale identifica il fondale marino come patrimonio dell’umanità. Gli spazi soggetti a questo regime sono disciplinati da accordi quali il Trattato sullo Spazio Extraatmosferico del 1967, la Convenzione sul Diritto del Mare (Unclos) del 1982 e il Trattato Antartico del 1961. Tuttavia l’interpretazione di queste regole è sempre più restrittiva e la loro applicazione sempre meno frequente.

Un gruppo umano si appropria delle risorse che servono al proprio sviluppo per istinto: poche eccezioni esistono a questa tendenza e – oggi – a stento se ne conserva la memoria; un esempio per tutti sono le individui di etnia Maori, i cui antenati ritenevano di essere loro ad appartenere alla terra, e non il contrario. A livello globale, la corsa degli Stati al consolidamento della propria sovranità e l’accaparramento delle risorse che ne consegue hanno drasticamente ridotto il numero di aree non rivendicate.

I luoghi non soggetti a sovranità territoriale statale sono stati definiti con diversi termini, tra cui “patrimonio comune dell’umanità” (PCU). Essi sono caratterizzati – idealmente – dal divieto di appropriazione pubblica o privata, dalla gestione collettiva affidata a rappresentanti di tutti gli Stati, dall’obbligo di equa distribuzione dei benefici tratti da codeste aree, dal divieto dell’uso della forza e dall’obbligo di preservazione per le generazioni future.

Oggi, le zone PCU sono l’Antartide, l’alto mare, le zone di mare non costiere con i loro fondali, l’Artide e lo spazio extraatmosferico, ma il principio di gestione comune di queste aree è minacciato non solo sul piano pratico da concrete spinte privatizzatrici ma anche sul piano teorico, dato che non possiede ancora una definizione univoca.

In sostanza, le aree che rientrano nel PCU “appartengono” a ciascun essere umano in egual misura. Nonostante ciò, esistono rivendicazioni statali sull’Artico, usi militari e ecologicamente non sostenibili dello spazio extraatmosferico, e concessioni di sfruttamento del fondale marino a società private per la ricerca e l’estrazione di noduli polimetallici.

Perché la spinta ad abbandonare la gestione comune delle risorse è così forte?

I diritti di proprietà sono un forte stimolo al pieno sfruttamento di una risorsa e, al contempo, al mantenimento di un alto livello di redditività sul lungo periodo. D’altra parte, l’accesso sregolato a risorse non rinnovabili condanna queste ultime al depauperamento, e infine, all’esaurimento. Terminate le possibilità di guadagno, tale risorsa viene abbandonata, e rimangono solo i rifiuti.

Un esempio

Si pensi, per esempio, al caso della International Seabed Authority, organismo internazionale creato proprio per la gestione comune dei fondali marini non soggetti a giurisdizioni nazionali. Tale Autorità, tra le altre cose, ha lo scopo di redistribuire equamente le risorse presenti nei fondali oceanici, la cui entità non è ancora misurabile. Nonostante questo, essa ha concesso autorizzazioni per l’esplorazione del fondale a grandi compagnie multinazionali (più precisamente, la singaporese Keppel, la statunitense Lockheed Martin e il consorzio europeo e marocchino G-tec), le uniche ad avere a disposizione il bagaglio tecnico, scientifico ed economico per poter condurre operazioni in tali ambienti ostili. Per estrarre noduli polimetallici, gli operatori scaveranno in profondità la crosta terrestre sottostante l’alto mare: la contropartita è l’acquisizione di grandi quantità di minerali (manganese, nichel, rame e cobalto, per citare solo i più preziosi), la cui reperibilità sulla terra ferma è sempre più difficoltosa.

Lo sfruttamento in questo senso del fondale marino, oltre a non trovare una chiara collocazione giuridica all’interno del diritto internazionale, fa insorgere anche una serie di preoccupazioni di carattere ambientalista: se, da un lato, non è ancora possibile rispondere alla domanda “quale sarà l’impatto sull’ecosistema di queste attività?”, dall’altro, la letteratura fantascientifica (con riferimento alla diversa risorsa sottomarina degli idrati di metano, per i quali valgono però le stesse considerazioni sopra avanzate con riferimento ai noduli) ha predetto conseguenze catastrofiche, con tanto di rivoluzione dei cetacei e terremoti subacquei capaci di decimare l’umanità.

La proprietà comune globale: un sistema efficiente di gestione delle risorse?

Le nazioni industrializzate interpretano il principio di PCU in modo restrittivo, ovvero riducendolo a una mera autorizzazione concessa “a chiunque” allo sfruttamento di determinate aree, mentre i paesi meno risorse e know how propongono una interpretazione più estensiva, cercando il modo di essere coinvolti nei processi decisionali e operativi delle zone PCU. In questo contesto, come in altri, l’opzione vincente è quella che si colloca dal lato dei finanziatori.

Alcuni studi hanno ritenuto che lo sviluppo di aree PCU possa dare vita al regime ottimale per soddisfare la crescente domanda di risorse scarse, e allo stesso tempo rispettare, almeno sulla carta, le caratteristiche della cooperazione multilaterale ovvero il divieto di utilizzare la forza e la possibilità per tutti gli esseri umani di partecipare attivamente alla gestione di cose (res) di cui non ci si può “appropriare”, proprio perché di pertinenza dell’umanità nel suo complesso. L’uso di una risorsa così concepito frenerebbe la competizione, promuovendo la cooperazione, sia in senso orizzontale (tutte le persone), sia in senso temporale, quindi con le generazioni future.

Redazione
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