Esistono dei migranti climatici negli Stati Uniti

Leggi anche

di Federica Allasia
Il governo statunitense è dovuto intervenire per ricollocare una comunità di cittadini a causa del cambiamento climatico. È un fenomeno che si è visto spesso in altre parti del mondo, ma è la prima volta che accade in un Paese come gli Stati Uniti d’America. In futuro i profughi climatici saranno milioni in tutto il mondo.

Era il 1976 quando per la prima volta Lester Brown – uno dei più importanti ambientalisti moderni, nonché fondatore del Worldwatch Institute e dell’Earth Policy Institute – coniò l’espressione “rifugiati climatici”, unendo due concetti fino a quel momento mai correlati tra loro.

Brown intendeva trovare un termine capace di riassumere un fenomeno in costante crescita; le sue teorie furono sostenute da Norman Myers – ambientalista britannico specializzato in biodiversità – che nel 1999, all’interno dell’opera Esodo ambientale, Popoli in fuga da terre difficili (Edizioni Ambiente), definì i rifugiati ambientali

persone che non possono più garantirsi mezzi sicuri di sostentamento nelle loro terre di origine a causa di fattori ambientali di portata inconsueta, in particolare siccità, desertificazione, deforestazione, erosione del suolo, ristrettezze idriche e cambiamento climatico, come pure disastri naturali quali cicloni, tempeste e alluvioni.

Di profughi climatici in realtà ne sono sempre esistiti, ma per la prima volta il fenomeno ha iniziato a evidenziarsi a tal punto che ci si è dovuti inventare una definizione per poterlo circoscrivere. Una “nuova” tipologia di profugo, dunque, costretto ad abbandonare in maniera permanente o semi-permanente il proprio Paese d’origine a causa di sconvolgimenti dovuti al cambiamento climatico; stando ai dati riportati dall’Internal displacement monitoring center nel Global report pubblicato lo scorso 11 maggio, nel 2015 14,7 milioni di persone sarebbero state costrette a fuggire dalle proprie abitazioni poiché vittime di disastri ambientali.

Aree potenzialmente a rischio e che potrebbero subire in futuro pesanti fenomeni di profughi climatici / source: “Environmental refugees: a growing phenomenon of the 21st century“, Norman Myers, Green College, University of Oxford (2001) – Map by Emmanuelle Boumay [clicca per ingrandire]

Può non sembrare una cifra alta. Forse perché di solito queste migrazioni avvengono lontane dal nostro raggio di empatia, ma non sarà così per sempre.

In un articolo del New York Times viene raccontato come negli anni ’50 l’isola di Jean Charles, nel sud della Louisiana, si estendeva per 22mila acri. Oggi, a causa degli effetti dei cambiamenti climatici, il 98% del suo territorio si trova al di sotto del livello del mare, sommerso per sempre.

Dei circa 400 Biloxi-Chitimacha-Choctaw, la piccola tribù indiana che per oltre 200 anni ha vissuto sull’isola, sono rimaste soltanto 85 persone: le altre saranno ricollocate altrove dal governo federale statunitense, che ha stanziato 48 milioni di dollari per avviare l’operazione.

Il fenomeno rappresenta un unicum nella storia recente dell’occidente, e più in particolare degli Stati Uniti: per la prima volta, infatti, a causa degli effetti dei cambiamenti climatici, il governo statunitense si è trovato a dover gestire la ricollocazione di un’intera, seppur piccola, comunità di cittadini, costretti ad abbandonare una terra inghiottita dall’innalzamento delle acque. Un caso che non sembra destinato a rimanere isolato.

In uno studio, ripreso recentemente dal The Guardian, condotto da James Hansen con altri scienziati di diversa nazionalità, viene rilevato che il limite di 2°C di riscaldamento globale concordato dai principali leader mondiali non costituirebbe una soglia di sicurezza.

Scioglimento della calotta artica in Groenlandia / credits: Joe Raedle - Getty Images
Scioglimento della calotta artica in Groenlandia / credits: Joe Raedle – Getty Images

Secondo le stime – considerate eccessivamente catastrofiste dall’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) – in meno di 10 anni il fenomeno assumerebbe un peso tale da provocare un effetto a catena che coinvolgerà le fasce costiere terrestri più densamente abitate. Le ripercussioni sarebbero catastrofiche, spiega il Washington Post, tali da rendere le migrazioni di massa l’unica opzione praticabile. Gli effetti dei cambiamenti climatici interagirebbero inoltre con variabili di carattere geopolitico, economico e sociale relativi alla gestione del suolo, dei popoli e delle risorse.

Esiste anche un problema giuridico: la Convenzione di Ginevra del 1951, infatti, all’art. 1, fa riferimento soltanto a persecuzioni razziali, religiose, politiche, sociali e d’opinione, senza alludere all’elemento ambientale – che come abbiamo visto è comparso nella terminologia solo nel 1999. La condizione “ambientale” distinguerebbe il rifugiato climatico da quelli giuridicamente riconosciuti, privandolo di un’effettiva tutela.

A tal proposito, in occasione della Conferenza ministeriale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel 2011 Svizzera e Norvegia hanno proposto l’elaborazione di misure atte a colmare le lacune normative, istituzionali, operative e concettuali in tema di rifugiati climatici. Nel 2012 alcuni Paesi, in collaborazione con l’Onu, hanno ufficializzato l’impegno avviando l’iniziativa Nansen. Dopo tre anni di consultazioni, il progetto è stato presentato alla Global consultation svoltasi a Ginevra il 12 e 13 ottobre 2015, ricevendo numerosi apprezzamenti e adesioni. Le premesse sembrerebbero far ben sperare, ma la sfida è enorme; contrastare troppo tardi gli effetti che il cambiamento climatico potrebbe causare nelle aree metropolitane globali creerebbe situazioni di pericolosa instabilità internazionale.

Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Dall'archivio

Venezuela: opposizioni al banco di prova

Il 30 Luglio 2017 sarà eletta l'Assemblea costituente chiamata a riscrivere la carta costituzionale secondo la volontà di Maduro. L'opposizione riuscirà a destituire il Presidente?

Il Presidente dell’Eritrea in Etiopia: “Si sta facendo la storia”

Il presidente eritreo Isaias Afwerki si è recato in visita di Stato in Etiopia, la prima dopo 20 anni, una settimana dopo la visita...

Ascesa e declino delle grandi potenze

"Ascesa e declino delle grandi potenze" compie trent'anni nella sua edizione italiana e resta un classico delle relazioni internazionali, indispensabile per...

Stati Uniti e Siria: verso una distensione di fatto?

Dallo smantellamento delle formazioni ribelli agli incontri con i servizi segreti siriani si fa più chiara la politica di distensione tra Occidente e Siria.

Siria, accordi di riconciliazione tra arresti e confische

La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni...

Colombia, Ciudad Bolivar: cronaca di una resistenza di quartiere

Ciudad Bolivar è un quartiere situato nella periferia meridionale della cittá di Bogotá. Ha alle spalle un passato difficile, ma qui stanno nascendo nuove forme di resistenza civile.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza cookie e tecnologie similari per assicurare ai visitatori un’esperienza ottimale, fornendo informazioni personalizzate, memorizzando le preferenze di marketing e prodotti e facilitando la ricerca delle informazioni appropriate. Di seguito sono disponibili maggiori informazioni sull’utilizzo di cookie e di tecnologie similari, su come vengono utilizzati e su come gestirli. Questo sito fa riferimento alla normativa sull’uso dei cookies identificabile presso il garante della privacy è possibile approfondire l’uso dei cookies al seguente link seguendo quindi le indicazioni del Garante della Privacy secondo il Registro dei provvedimenti n. 229 dell’8 maggio 2014. I cookies presenti sul nostro sito potranno essere di tre tipologie: Cookies tecnici, indispensabili al fine della navigazione sul nostro sito e quindi obbligatori nel caso si volesse procedere alla fruibilità delle pagine stesse del sito di Terze parti cioè quei cookies che non gestiamo noi, ma che servono per avvalerci di servizi esterni al nostro sito, che attualmente sono Cookies di Profilazione che sono definiti anche di analytics utili al fine statistico e analisi dei sistemi di navigazione degli utenti all’apertura della pagina web si chiede autorizzazione all’uso e all’installazione dei cookies, se accetti potrai navigare nel nostro sito. La chiusura del banner d’autorizzazione dei cookies mostrerà un tuo assenso all’installazione del cookies stesso. Se volessi eliminare i nostri cookies dal tuo computer, tablet o telefono dovrai procedere con l’eliminazione manuale nel browser di navigazione, seguendo le istruzioni relative a: Gestione Cookies Chrome: https://support.google.com/chrome/answer/95647?hl=it Gestione dei Cookies Explorer: http://windows.microsoft.com/it-it/internet-explorer/delete-manage-cookies#ie=ie-11 Gestione dei Cookies Firefox: https://support.mozilla.org/it/kb/Gestione%20dei%20cookie Gestione dei Cookies Safari: http://supporto.teletu.it/assistenza-tecnica/configurazioni/browser-internet/safari/gestione-cookie/

Chiudi