L’Akp (il partito della Giustizia e dello Sviluppo) vince per la quarta volta consecutiva le elezioni generali in Turchia ottenendo poco più del 40% dei voti e conquistando 258 seggi, ma perde (per la prima volta in 13 anni) la maggioranza assoluta in Parlamento. Sono tre i partiti che superano la soglia di sbarramento posta al 10%: Chp il Partito Repubblicano del Popolo (132), Mhp il Partito Nazionalista (80) e Hdp il Partito Democratico del Popolo (80).

Giornataccia quella di ieri per Recep Tayyip Erdoğan che non potrà trasformare la Turchia in una Repubblica Presidenziale, cosa che avrebbe legittimato lo strapotere dell’esecutivo che nella sua persona esercita di fatto. Non solo, si allontana a distanze siderali la possibilità di realizzare il sogno neo ottomano proprio delle classi dirigenti musulmane degli ultimi vent’anni. Difatti ben prima che l’Akp vedesse la luce e Erdoğan s’improvvisasse Sultano, Abdullah Gül, (colui che diventerà l’undicesimo Presidente della Repubblica di Turchia e il primo ad entrare a Çankaya accompagnato da una first lady che indossa l’Hijab), che negli anni novanta si occupava della politica estera del Partito del Benessere, scriveva:

“la Turchia non è né il Bangladesh né il Lussemburgo. La storia, la geografia, la realtà richiedono alla Turchia di portare a compimento la sua missione senza preoccuparsi dei suoi desideri. Questa consiste nel riappropriarsi del ruolo che fu dell’impero ottomano. Non possiamo rimanere inerti di fronte a quello che accade in Palestina, Jugoslavia, Albania.” (M.H.Yavuz, Islamic political identity in Turkey, New York, Oxford University Press, 2003, p. 236).

Il carattere universalista del nazionalismo islamico dell’Akp – sulla scia di quello promosso dalle precedenti formazioni partitiche religiosamente orientate in Turchia e guidate da Necmettin Erbakan – si fonda sull’eredità ottomana musulmana che quindi prevale sul fattore etnico.

Tuttavia individua nel mondo arabo la profondità strategica della Turchia, poichè candidata naturale (oltre che storica) alla leadership dell’universo sunnita a quelle latitudini del mondo. Peccato che da stella nascente del firmamento mediorientale, il paese della Mezzaluna si sia fatto meteora, dopo aver inanellato una serie di fallimenti stupefacenti in politica estera: dall’incapacità di attribuire significato alle primavere arabe, al rovesciamento delle posizioni di forza a favore di Tehran, passando per la lotta al regime di Assad. Con il risultato che l’unico revival imperiale che si respira in Medioriente oggi è quello dell’Iran.

Ed è probabilmente la Siria la terra dove Erdogan ha perso la sua scommessa. Negare l’appoggio alla resistenza dei curdi siriani (avvilente il caso di Kobane), arrivando a favorire Daesh perchè nemico sia di Assad che dei curdi potrebbe aver spinto, quella che, (al di là di ogni logica) è considerata in Turchia una minoranza composta da 20 milioni di persone – i curdi – a riorganizzarsi per inaugurare una nuova stagione politica. Non sembra essere stata sufficiente la scusa che numerosi miliziani appartenessero al Pyd, ala siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, a giustificare il mancato intervento del paese a supporto dei fratelli curdi sparsi tra Siria e Iraq. La Turchia ha dimostrato la propria debolezza nel considerare la popolazione curda un fastidioso convivente, più che parte integrante di quella nazione “neottomana” che si era prefissata di ricreare.

Così i curdi di Turchia hanno cambiato strategia e in questa tornata elettorale si sono giocati il tutto per tutto provando a entrare in Parlamento direttamente con un loro partito e non più con candidati indipendenti che avrebbero poi formato gruppi parlamentari. Se non fossero riusciti a superare la soglia di sbarramento posta al 10% sarebbero rimasti per un’intera legislatura senza rappresentanza; una prospettiva che spaventava non poco diversi analisti, preoccupati per la stabilità del paese. Ma ci sono riusciti e Selahattin Demirtaş è l’artefice di questa vittoria. Leader carismatico, ha condotto una campagna elettorale impeccabile, dimostrando lungimiranza perfino di fronte alla bomba che ha provocato quattro morti e centinaia di feriti a Diyarbakir a due giorni dal voto, proprio in mezzo a una folla che lo stava aspettando. La pace vincerà è stata la risposta alla violenza, trend hashtag in poche ore su Twitter.

Demirtaş ieri sera era visibilmente commosso; il compito che lo aspetta è guidare la galassia del movimento curdo sul terreno della politica allontanandolo definitivamente dalla lotta armata; una cosa che sino a dieci anni fa era inimmaginabile.

Erdogan ha persino violato la Costituzione per fare campagna elettorale in favore di un partito (l’Akp) che precipitava nei sondaggi e contro colui che il Guardian oggi definisce l’Obama turco. 

A Balikesir il 15 Marzo ha pronunciato un controverso discorso:

“Fratelli, non c’è mai stato nessun problema curdo in questo paese e tuttavia ci sono tentativi esterni di tenere questo problema nell’agenda. Abbiamo risolto il problema curdo nel discorso che ho pronunciato a Diyarbakır nel 2005, e questo è tutto. I miei concittadini curdi potrebbero avere dei problemi, come d’altra parte li hanno i miei concittadini turchi. Tutti i 36 gruppi etnici di questo paese hanno dei problemi. Si parla costantemente di questo problema curdo. Ciò ha tenuto la Turchia impegnata per anni, 40 mila persone sono state uccise per questa ragione. E si continua a parlare di questo problema curdo. Ma di cosa parlate? Quale problema curdo? Cos’è che non avete avuto? L’avete avuto un presidente? L’avete avuto un primo ministro? Avete avuto dei ministri? Sì, li avete avuti. Ci sono dei curdi nella burocrazia e nelle Forze armate? Sì, ci sono. Che altro volete? Per l’amor di Dio, che cosa non avete che noi abbiamo? Avete tutto…”.

A questo processo di rimozione si aggiunge la surreale assenza all’interno delle 350 pagine del programma elettorale dell’Akp, di qualsivoglia riferimento al processo di pace che dovrebbe porre fine al pluridecennale conflitto con il Pkk (considerato un’organizzazione terroristica da Turchia, EU, Usa). Una mancanza che il Primo Ministro Ahmet Davutoğlu ha giustificato come un errore di stampa.

Il problema curdo però esiste e oggi è tutto di Erdogan, che vince le elezioni, ma sembra perdere la Turchia.

Selahattin Demirtaş irrompe sulla scena politica come aspirante modernizzatore. Il suo partito si dimostra recettivo di fronte alle esigenze di cambiamento manifestate dalla società.  L’Hdp difende i diritti delle “minoranze” etniche, delle donne, degli omosessuali, dei bisessuali e dei transgender garantendo loro rappresentanza in un paese che nei piani di Erdogan dovrebbe andare in tutt’altra direzione. (Qui il manifesto del Partito Democratico del Popolo).

Erdogan per la prima volta da quando è diventato Presidente della Repubblica non ha rilasciato nessuna dichiarazione in 24 ore. Ha rotto il silenzio ricordando che la volontà popolare espressa in queste elezioni, non accorda a nessun partito l’opportunità di formare un governo monocolore; lasciando chiaramente la porta aperta per eventuali coalizioni. Ma al momento nessuno sembra interessato e c’è grande incertezza.

Viene naturale domandarsi come avrebbe reagito Mustafa Kemal di fronte all’ascesa di un’avversario temibile come  Selahattin Demirtaş, pronto a scrivere una nuova pagina della storia del paese. La risposta arriva dallo stesso Kemal che parlando delle tombe delle personalità religiose oggetto della venerazione popolare disse: “è una disgrazia per una società chiedere aiuto ai morti.”

Eliza Ungaro
Eliza Ungaro
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