Nel tradizionale immaginario trasmesso da Hollywood o dalla cultura “a stelle e strisce”, parlare di Forze Armate degli Stati Uniti richiama alla mente immediatamente un sostantivo: Marines. Qual è il ruolo del più famoso Servizio militare USA e come potrebbe cambiare il suo impiego nel prossimo futuro.

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Le capacità espresse dal servizio del Corpo dei Marine (in virtù del fatto che il Dipartimento della Difesa parla di servizi armati per descrivere le forze controllate) rappresentano solo una piccola parte di quanto l’intero apparato bellico degli Stati Uniti è in grado di mettere in campo. Quanto è importante comprendere, però, giace nel modo in cui gli eventi geopolitici e tecnologici verificatisi negli ultimi anni abbiano impattato sul Corpo dei Marine e quali siano le ipotesi future d’impiego da parte dei vertici politici. Conseguentemente, nell’articolo in questione si andrà a esporre alcuni scenari che potrebbero vedere tali unità come forze di primo impiego.

IL PRESENTE

Dopo quasi due decadi impiegate a combattere nelle aride distese centro-asiatiche e nei territori urbani dell’Iraq, lontani dal tradizionale ambiente sul quale il Corpo è nato per operare – ovverosia le zone costiere e rivierasche, e nei quali si è forgiato il suo “mito: si ricordino gli svariati sbarchi anfibi durante il corso della II Guerra Mondiale a Guadalcanal, Iwo Jima e Okinawa, solo per nominarne alcuni – i vertici militari e lo stesso Segretario alla Difesa, James Mattis, anch’esso un generale dei Marines in congedo, hanno negli ultimi mesi avviato un progetto di progressivo smarcamento dalle dottrine contro-insurrezionali.

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Il tutto per allineare il servizio con le nuove minacce evidenziate all’interno della National Defense Strategy statunitense, nella quale si considera lo sviluppo progressivo delle capacità politico-militari di Cina e Russia, oltreché di Iran e Corea del Nord. I primi due attori sono near-peer dal punto di vista bellico. Alla luce di ciò è ben comprensibile come sia necessario preparare il Corpo ai futuri scenari bellici. Prima, comunque, di procedere alla trattazione di quanto appena accennato, è fondamentale spiegare la modalità odierna di organizzazione del servizio medesimo.

Marines presso Guadalcanal

I numeri sui quali si attesta il Corpo alla data odierna è pari a circa 186mila uomini e donne prestanti servizio attivo, con ulteriori 40.000 che sono collocati all’interno della Riserva. La maggior parte costituiscono le forze operative vere e proprie, anch’esse ulteriormente suddivise in diverse sotto-unità, con una parte minoritaria impiegata a difesa delle installazioni navali più sensibili (leggasi quelle ospitanti vascelli a propulsione nucleare o armi atomiche) e conosciuta come Forze di Sicurezza del Corpo dei Marine; e una andante a costituire il Gruppo di Sicurezza addetto alle Ambasciate. Questo in quando uno degli incarichi storici del Corpo medesimo è stato, e rimane, la fornitura di protezione alle sedi diplomatiche del governo degli Stati Uniti, nonché della Casa Bianca e palazzi secondari afferenti alla Presidenza.

La particolarità che caratterizza il Servizio del Corpo è la sua notevole flessibilità, fatto ritenuto assai rilevante proprio per via della natura del suo impiego, ovvero la risposta in tempi brevi alle minacce rivolte contro gli interessi americani nel mondo. In particolar modo, sebbene le unità terrestri e quelle aeree sostanzialmente ricalchino le tipiche divisioni amministrative che si trovano anche all’interno dell’Esercito e dell’Aviazione, il modo in cui esse sono organizzate ne è l’elemento caratterizzante.

Spesso la storia del Corpo l’ha condotto a dover combattere in maniera autonoma sui campi di battaglia prima che altre unità statunitensi potessero fornire il loro aiuto. Per questo motivo, nel tempo, al Corpo si sono aggiunti elementi in grado di costituire un servizio interforze, prima ancora che tale struttura organizzativa di combattimento divenisselo standard all’interno delle Forze Armate statunitensi nel loro complesso.

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Oggigiorno i Marines operano secondo le cosiddette MAGTF, acronimo di Marines Air-Ground Task Force, quindi unità di diversa grandezza che hanno al loro interno specifiche forze specializzate nell’ambito terrestre, aereo e logistico.

Si passa dalla taglia più ridotta, ossia le cosiddette MEU (letteralmente Unità di Spedizione dei Marines), costruite attorno a un battaglione di fanteria e una squadriglia di elicotteri/aerei, a quella maggiore, conosciuta come MEF (Marines Expeditionary Force). Tra le due esiste un livello intermedio: la MEB, che ruota attorno al concetto di brigata.

Delle prime ne esistono sette: tre dispiegate lungo la costa atlantica e tre lungo quella del Pacifico, con l’aggiunta di una acquartierata in una delle principali basi del Corpo al di fuori degli Stati Uniti, cioè l’isola giapponese di Okinawa. Queste normalmente sono imbarcate sulle navi anfibie appartenenti alla Marina e fungono da unità mobili lungo le coste globali, in special modo nei cosiddetti hot-spot mondiali (es. il Golfo Persico e il Sud-Est Asiatico).

Le MEF trovano impiego operativo solamente nei casi di guerra maggiore – come è avvenuto durante la Terza Guerra del Golfo – quando ebbero un ruolo fondamentale nella marcia verso Baghdad e la successiva occupazione dell’Iraq (furono assegnate totalmente alla difficilissima provincia sunnita di Al Anbar).

Sulla strada per Baghdad

Quest’ultima tipologia di unità è in grado di operare autonomamente per circa 30 giorni grazie all’interazione e supporto ottenuto tramite specifiche navi appartenenti l’U.S. Navy (Programma MPS), che fungendo da container, petroliere e mezzi logistici permettono di avere già nelle vicinanze dei luoghi d’intervento i rifornimenti utili. Infatti, i due squadroni appena menzionati sono strategicamente localizzati nell’isola di Guam (territorio “a stelle e strisce” nel Pacifico occidentale) e nell’atollo di Diego Garcia, posto nel mezzo dell’oceano Indiano.

IL FUTURO

All’inizio di questo articolo è stata menzionata la volontà del Pentagono di modificare l’impiego stesso del Corpo, tornando ai tradizionali ruoli anfibi e di proiezione marittima originari. Ciò in ragione delle mutate prospettive strategiche evidenziate nei documenti elaborati dal Pentagono con l’aiuto delle strutture d’intelligence.

Non a caso, le ultime novità che si stanno esplorando riguardano il ricorso del Corpo in prospettiva di scontri in zone limitrofe alla Russia e la Cina. Per quel che riguarda la Russia, è opportuno sottolineare che gli Stati Uniti medesimi hanno aumentato le esercitazioni con gli eserciti di molti paesi europei, sia appartenenti alla NATO che non.

Riguardo alla tematica Alleanza Atlantica è bene sottolineare come quest’ultima sia vista con scetticismo sempre maggiore sia dal versante europeo che da quello statunitense; la novità giace tuttavia in quest’ultimo campo. Infatti, dopo la conclusione della Guerra Fredda e il progressivo sbiadirsi del ricordo dei conflitti mondiali vissuti principalmente sul territorio dell’Europa, sia i governi che le popolazioni locali hanno ritenuto la NATO stessa come uno strumento obsoleto, così come le politiche di difesa un ambito verso il quale dedicare meno attenzione e risorse rispetto a problemi sociali ed economici maggiormente pressanti. A questo si aggiunge l’atteggiamento ostile nei confronti dell’Alleanza che l’attuale presidente degli Stati Uniti ha più volte dimostrato.

Per la verità va rilevato come anche gli ultimi abitanti della Casa Bianca vedessero gli alleati NATO come strumento cui ricorrere nei momenti in cui emergeva la difficoltà dell’apparato diplomatico-militare statunitense a risolvere problemi piuttosto complessi (Iraq e Afghanistan ne sono esempi manifesti); tuttavia non si era mai palesata un’ostilità ideologica come quella di Donald Trump nei confronti della principale alleanza militare internazionale. In realtà, uno dei principali punti sostenuto da quest’ultimo, ossia la necessità, sacrosanta, che gli alleati dedicassero il 2% del PIL al bilancio della difesa, era un principio già sostenuto dai precedenti Segretari alla Difesa e da quello stesso Presidente Obama soggetto di ossessione da parte di Trump.

Quanto lascia perplessi, invero, sono le espressioni impiegate dal capo dell’esecutivo statunitense nei confronti dei principali alleati, senza poi dimenticare le tempistiche delle dichiarazioni medesime, in special modo ora che l’Europa si ritrova ad affrontare una chiara sfida proveniente da una Russia che si riscopre aggressiva con i suoi vicini.

Proprio in virtù di quanto detto (e per tornare a una discussione prettamente operativa), è bene porre l’attenzione sui suddetti nuovi impieghi del Corpo dei Marine. Due sono le aree nel continente europeo nelle quali si assiste a tali mutamenti: la zona dei Balcani orientali (Romania e Bulgaria) e, soprattutto, la regione scandinava/baltica.

Nella prima menzionata si assiste a continue rotazioni di unità di fanteria meccanizzata aventi l’obiettivo di potenziare l’inter-operabilità con le forze locali, in special modo proprio in quanto i vertici militari statunitensi necessitano di riprendere confidenza con le tattiche tipiche di un conflitto convenzionale (o perlomeno ibrido), atrofizzatesi dopo quasi due decenni di scontri asimmetrici e contro-insurrezionali.

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Come prevedibile queste esercitazioni suscitano ampie diffidenze e irritazione agli occhi del Cremlino: l’ultimo episodio si è verificato nel mese di luglio dopo l’addestramento congiunto tra Marines e controparti ucraine.

Indubbiamente, però, è il secondo quadrante sopra menzionato quello maggiormente interessante, in quanto gli Stati Uniti hanno ripristinato dopo diversi anni una task force dedicata alla Norvegia, l’unico stato della penisola scandinava a far parte dell’Alleanza Atlantica.

Uno dei dettagli maggiormente interessanti deriva dal fatto che nelle montagne della Norvegia settentrionale esistono chilometri di caverne scavate nel corso della Guerra Fredda che ancora oggi ospitano centinaia di veicoli corazzati e meccanizzati appartenenti alle Forze Armate degli Stati Uniti che, in caso di conflitto, potrebbero immediatamente essere impiegati. Oltre a questo non si scordi di porre l’accento anche sulle ultime esercitazioni che sono state tenute in territorio finlandese (quindi non molto distante dalla Russia) tra unità meccanizzate e di fanteria locali e statunitensi; il tutto con l’obiettivo piuttosto chiaro di far guadagnare ai soldati d’oltre Atlantico la capacità di combattere anche in territorio artico.

Come si può ben comprendere, il solo avversario avente questa capacità è la Federazione Russa, che non a caso negli ultimi tempi ha iniziato a lanciare minacce (poi sconfessate) da parte di membri appartenenti ai suoi organismi di difesa e legislativi nei confronti dei due stati non appartenenti alla NATO, Svezia e Finlandia, in modo da dissuaderli verso un’eventuale adesione – ma che di fatto hanno avuto l’effetto contrario.

Va anche ricordato come in caso di conflitto in tal area d’Europa, a parere di numerosi esperti di difesa, la situazione si porrebbe facilmente a favore di Mosca, cui basterebbe conquistare l’isola svedese di Gotland e installarvi missili anti-aerei S-400 per rendere virtualmente non sorvolabile l’intero Mar Baltico e ampi territori di Polonia, Svezia, Finlandia e Paesi Baltici.

Addestramento in Norvegia

Un accenno finale va posto nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e delle possibili situazioni in cui il Corpo potrebbe trovarsi a operare (ambito che sarà illustrato in un successivo articolo). Data la vicinanza che le basi americane hanno rispetto alla Cina continentale e la conseguente facilità con cui si troverebbero sotto salve missilistiche e attacchi aerei nemici (Okinawa in primis), i vertici del Servizio stanno studiando tattiche assomiglianti a quelle impiegate durante gli sbarchi anfibi realizzati durante tutta la campagna del Pacifico nel lasso temporale 1942-1945.

Partendo dalle navi anfibie della Marina o da nuove “piattaforme di spedizione” realizzate ad hoc per ospitare pezzi d’artiglieria o elicotteri/aerei a decollo verticale (gli F-35B), la fanteria sarebbe in grado di disperdersi su un numero maggiore di territori e indirettamente indurre l’avversario a impiegare maggiori quantità di forze attaccanti (rendendole così più esposte alla risposta alleata) o, banalmente, al consumo superiore di rifornimenti.

CONCLUSIONI

Terminare con delle certezze quest’articolo riguardante l’USMC  non è possibile. Nonostante i ripetuti studi e discussioni che i vertici militari, gli analisti e gli esperti hanno prodotto, il futuro è piuttosto imprevedibile. Esempi sono riscontrabili nel ritorno stesso dei Marines nello scenario iracheno e afghano (oltre all’inserimento nelle aree curde della Siria); il tutto in quella funzione contro-insurrezionale da cui si stava tentando un distacco. Alcuni studiosi ritengono anzi, che il Corpo debba necessariamente focalizzarsi su questo tipo di conflitti, lasciando all’Esercito la funzione di confronto con le sopra menzionate potenze globali/regionali. In ogni caso, ancora una volta, pare che toccherà a James Mattis e suoi più stretti collaboratori dover indirizzare la situazione sui binari maggiormente corretti in ragione delle sfide reali emergenti. Quel che è certo è che per l’ennesima volta nella sua bicentenaria storia, il Corpo dei Marine degli Stati Uniti riconfermerà il suo ruolo naturale di “911” degli Stati Uniti.

Di: Luca Bettinelli
Luca Bettinelli
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