La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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A sei anni esatti dall’inizio delle violenze in Siria, gli sforzi della giustizia internazionale muovono i primi passi. Ecco quali sono le prospettive.

“Non si può arrivare alla pace senza fare giustizia, senza dare alle persone la fiducia che gli autori di stupri e massacri di massa risponderanno per quello che hanno fatto. Nient’altro potrà funzionare”. Con queste parole Stephen Rapp, ex Procuratore del Tribunale speciale per la Sierra Leone oggi impegnato nel caso siriano, ha riassunto la chiave di qualunque soluzione al conflitto.

Il 15 marzo 2011 milioni di siriani scesero in piazza per rivendicare libertà, diritti, giustizia sociale e riforme politico-economiche dopo 45 anni di leggi di emergenza e dittatura. Avevamo ricostruito qui la genesi della rivoluzione siriana e cinque anni dopo ne avevamo fatto un bilancio.


Carrellata di manifetazioni di piazza anti-regime in Siria tra il 2011 e il 2013. Credits to: Youtube.

Da quel 15 marzo 2011 la situazione è degenerata in catastrofe. Secondo cifre sottostimate e non aggiornate i morti del conflitto sarebbero mezzo milione e le violenze hanno generato, in sei anni, quasi 7 milioni di rifugiati fuori dalla Siria e 9 milioni di sfollati interni, su un totale di 22,5 milioni di siriani: oltre il 50% della popolazione totale. Ciò che era iniziata come una sollevazione popolare in nome di libertà e diritti civili per tutti si è trasformata in una sanguinosa guerra, dove hanno prevalso gli interessi di attori esterni. Questi sei anni sono stati costellati (e lo sono tuttora) da un’infinità di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui stermini, torture, stupri ed esecuzioni di massa, bombardamenti indiscriminati su aree civili anche con armi proibite, come munizioni a grappolo, fosforo bianco, napalm, armi incendiarie, al cloro e persino al gas nervino sarin, utilizzo di scudi umani, distruzione e assedi di intere città, deportazione in massa di popolazione civile e molto altro. Il campionario di atrocità commesse da tutte le parti in conflitto ha di fatto portato alla violazione di ogni norma del diritto internazionale e umanitario. Dopo anni di atrocità, solo la perseguibilità dei crimini commessi potrà ricucire la società siriana, aprendo la strada alla riconciliazione e alla pace. Ma come?

Attribuzione delle responsabilità.

Innanzitutto identificando i responsabili, cosa politicamente complessa, dal momento che il principale responsabile dei crimini internazionali commessi è il governo siriano. Anni di indagini, inchieste e raccolta di documentazione condotte da organismi dell’ONU, Commissioni indipendenti e ONG internazionali hanno portato a queste conclusioni. Sebbene infatti tutte le parti in conflitto abbiano commesso crimini internazionali (cioè di guerra, contro l’umanità e genocidio), vi sono delle oggettive e profonde differenze circa le responsabilità delle parti coinvolte. Il fronte dei ribelli e quello dell’YPG curdo sono responsabili di crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura e presa di ostaggi, ma le loro violazioni non sono, come evidenziato anche dalla Commissione d’inchiesta ONU sulla Siria in numerosi sui rapporti, della stessa frequenza e proporzione di quelli commessi dalle forze governative e da ISIS, i quali oltre a crimini di guerra hanno commesso crimini contro l’umanità, come stermini, tortura e stupro di massa e, nel caso di ISIS, genocidio contro gli Yazidi.

I crimini di guerra, punibili in base all’art. 8 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI), hanno natura sporadica e sono legati a un conflitto armato, mentre i crimini contro l’umanità (art. 7 Statuto di Roma) sono frutto di politiche di governo che implicano un attacco esteso e sistematico contro la popolazione civile. È infatti documentato che il fronte governativo siriano e ISIS operano un attacco esteso e sistematico contro la popolazione civile, seguendo una politica elaborata dalla leadership dei due schieramenti: nel caso del regime siriano per eliminare, anche fisicamente, ogni minaccia; nel caso di ISIS per soggiogare la popolazione e imporre lo Stato Islamico.

Cadaveri di civili torturati a morte nel complesso militare di Mezzeh (Damasco), parte del dossier delle foto del caso Caesar. Credits to: Caesar/Getty Images.

Cadaveri di civili torturati a morte nel complesso militare di Mezzeh (Damasco), parte del dossier delle foto del caso Caesar. Credits to: Caesar/Getty Images.

Vi è tuttavia una differenza: ISIS è un gruppo terroristico di natura transnazionale e, sebbene sia altamente strutturato, non è uno Stato e non ha un Governo cui poter riconnettere una responsabilità statale. Al contrario, il regime siriano è uno Stato, tra l’altro membro dell’ONU, che come tale avrebbe degli obblighi in base al diritto internazionale, dovuti non solo ai trattati ratificati, ma anche al diritto consuetudinario. Lo Stato è responsabile delle proprie politiche e della condotta dei propri organi e funzionari e spetta allo Stato la responsabilità primaria di impedire e punire la commissione di crimini internazionali (obbligo che i gruppi armati irregolari non hanno, sebbene siano comunque vincolati alle norme consuetudinarie del diritto internazionale umanitario). Dalla documentazione e dalle prove raccolte è emerso che nel caso siriano è proprio lo Stato il principale violatore del diritto internazionale, in quanto non solo ha fallito nel suo obbligo di tutelare i propri cittadini e di prevenire e reprimere i crimini, ma anzi li ha esso stesso pianificati e implementati. I dati mostrano che delle vittime civili identificate dal 2011 al 2016, il 95% è morta a causa di attacchi del regime siriano e solo l’1,5% a causa dei ribelli e solo l’1% a causa di ISIS. Ciò non significa che i numeri delle vittime dei vari schieramenti debbano influenzare gli sforzi della giustizia internazionale, ma ignorare queste (dis)proporzioni significherebbe non comprendere la reale natura del fenomeno e pregiudicare ogni tentativo di assicurare i responsabili alla giustizia.

Opzioni e loro limiti.

I dossier del “caso siriano” dimostrano che le prove a carico del regime siriano sono così solide da aver già permesso di elaborare il materiale per futuri processi e di presentare in alcune Corti europee ricorsi legali sulla base della giurisdizione universale. La spina dorsale di questi dossier sono il “caso Caesar” e i 600.000 documenti autografi di ordini di torture ed esecuzioni di massa firmati e timbrati dalle più alte cariche dello Stato. Assicurare però alla giustizia funzionari dello Stato siriano è estremamente difficile e non può prescindere dal futuro politico di Assad e del suo regime, né dal contesto geopolitico del conflitto. Il regime gode dell’appoggio di potenti alleati, due dei quali (Russia e Cina) con potere di veto in Consiglio di sicurezza, cosa che limita i possibili meccanismi di repressione applicabili al caso siriano.

Discorso di Bashar al Assad in Parlamento, Damasco, 7/06/2016. Credits to: SANA.

Discorso di Bashar al Assad in Parlamento, Damasco, 7/06/2016. Credits to: SANA.

La CPI non ha giurisdizione sulla Siria, che non ha ratificato lo Statuto di Roma, e l’unica possibilità di deferirla alla Corte è attraverso una risoluzione del Consiglio di sicurezza che, finché gli equilibri geopolitici non muteranno, continuerà ad essere bloccata dai veti. Un Tribunale internazionale ad hoc per la Siria sarebbe una soluzione, ma, necessitando di una risoluzione ONU per poter essere istituito, è anch’esso ostaggio del Consiglio di sicurezza. L’alternativa potrebbe essere un Tribunale internazionalizzato o misto, cioè composto da giudici siriani e internazionali; non necessiterebbe dell’approvazione del Consiglio di sicurezza ma solo della cooperazione della Siria, cosa che potrà avvenire solo con un cambio di governo. La giurisdizione universale pone un’alternativa praticabile, e sono infatti numerosi i Paesi che la stanno attuando, ma è uno strumento limitato, in quanto può occuparsi in maniera sporadica di singoli criminali di basso livello.

Giurisdizione universale e procedimenti legali avviati contro il regime.

La giurisdizione universale è un principio del diritto internazionale che permette agli Stati di punire crimini internazionali anche se commessi in altri Paesi, perché sono di tale gravità da ledere gli interessi della comunità internazionale e da autorizzare anche gli Stati terzi a provvedere alla loro repressione. Finora procedimenti legali contro lo Stato siriano sono stati avviati in Francia per il crimine contro l’umanità di tortura e di sparizione forzata, in Spagna per terrorismo di Stato, in Germania per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal regime siriano ad Aleppo tra il 24 aprile e il 19 novembre 2016 e negli Stati Uniti per l’omicidio deliberato da parte delle truppe siriane della giornalista Marie Colvin (leggi qui il testo della denuncia) e per la presunta complicità del regime nell’uccisione di Steven Sotloff, il giornalista americano rapito e decapitato da ISIS nel 2014. Si tratta di primi passi importanti della giustizia transizionale, i cui esiti sono incerti e di difficile applicabilità, ma servono a mettere in moto quella macchina che un giorno porterà a un Tribunale internazionale competente di cui già esiste una bozza di Statuto.

I processi e le condanne contro i ribelli.

Processare i ribelli è invece più semplice, non solo perché non vi sono vincoli politici a frenarne la perseguibilità ma anche perché alcuni di loro sono giunti in Europa come rifugiati. Processi contro ribelli ritenuti colpevoli di crimini di guerra sono stati avviati in diversi Paesi europei: la Svezia ha già processato e condannato Mouhannad Droubi a 8 anni di carcere per aver torturato un altro ribelle, e Haisam Omar Sakhanh all’ergastolo per aver giustiziato sommariamente 7 soldati siriani.

Un'immagine del video che ritrae alcuni ribelli siriani che hanno giustiziato un gruppo di prigionieri nel 2012. Haisam Omar Sakhanh, a sinistra, è stato condannato al carcere a vita in Svezia nel 2017.

Un’immagine del video che ritrae alcuni ribelli siriani che hanno giustiziato un gruppo di prigionieri nel 2012. Haisam Omar Sakhanh, a sinistra, è stato condannato al carcere a vita in Svezia nel 2017.

Anche la Germania ha un procedimento legale in corso contro un ex ribelle, Ibrahim Al F., accusato di aver personalmente torturato e supervisionato le torture (in almeno un caso fino alla morte) di alcune persone e di aver sequestrato diversi civili che opponevano resistenza ai saccheggi, chiedendo poi dei riscatti. Altri procedimenti contro ex ribelli sono in corso anche in Olanda, Francia e si stanno moltiplicando.

Perseguire ISIS.

ISIS non è uno Stato e ha una natura mista e transnazionale: la sua leadership è irachena e siriana, i suoi membri invece hanno molteplici nazionalità e ciò pone serie difficoltà nell’elaborazione di meccanismi di repressione. Ci sarebbero tre opzioni: la prima sono i tribunali iracheni e siriani, ma finora manca la volontà dei rispettivi governi, dato che la lotta all’ISIS è esclusivamente militare. La seconda opzione potrebbe essere la CPI, ma in realtà questa si occupa di un ristretto numero di criminali appartenenti alle leadership di uno Stato. Anche volendo perseguire la leadership di ISIS, come il Procuratore della CPI Fatou Bensouda ha dichiarato né la Siria né l’Iraq hanno ratificato lo Statuto di Roma, quindi il caso sfugge alla sua giurisdizione; per ora inoltre il Consiglio di sicurezza non ha deferito ISIS alla Corte, quindi questa non se ne può occupare. La terza opzione sarebbe un Tribunale internazionale ad hoc che il Consiglio di sicurezza potrebbe istituire contro ISIS: avrebbe la flessibilità di occuparsi di tutti i membri di ISIS potenzialmente in qualunque Paesi si trovino, ma finora non è stata un’opzione considerata. Per quanto riguarda le esecuzioni di cittadini americani, britannici e giapponesi operate da ISIS in Siria, dal momento che molti membri di ISIS hanno nazionalità occidentale, i Paesi coinvolti potrebbero perseguirli sul loro territorio. Tuttavia individuarli, estradarli e processarli in questi Paesi è una possibilità piuttosto remota.

Qualcosa si muove però: nel febbraio 2017 il Procuratore generale tedesco ha emesso un mandato di arresto internazionale contro un leader di ISIS per crimini di guerra e genocidio contro gli Yazidi. La Polizia criminale federale è riuscita a identificare il comandante di alto rango dell’ISIS attraverso le testimonianze delle vittime Yazide e sta attualmente indagando su più di 20 persone per crimini di guerra, sia membri di ISIS che del governo siriano.

Un miliziano dell'ISIS decapita un civile accusato di spionaggio a Raqqa, luglio 2016. Credits to: Daily Mail.

Un miliziano dell’ISIS decapita un civile accusato di spionaggio a Raqqa, luglio 2016. Credits to: Daily Mail.

Qualunque sarà la risoluzione del conflitto, il modo migliore per portare la pace in Siria sarà avviare processi di giustizia transizionale imparziali, comprensivi e credibili che evitino di innescare la spirale delle vendette. Si dovrà evitare la giustizia dei vincitori e assicurare una reale giustizia che possa soddisfare tutte le vittime. Si tratta di un processo che durerà decenni ma sarà uno sforzo indispensabile anche per evitare processi di radicalizzazione che potrebbero generare ulteriori estremismi. Senza né libertà né giustizia, non può esserci pace.

di Samantha Falciatori
Samantha Falciatori
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  1. Sara 06/04/2017 at 14:11

    Complimenti! Dopo aver provato letteralmente schifo su come (non) viene trattato l’argomento a livello giornalistico in Italia, oggi finalmente trovo un luogo dove le notizie hanno la loro giusta ed umana collocazione. Ho scoperto il Vostro sito solo oggi ma vi faccio tanti complimenti: molto chiaro, completo, serio, molto interessante. Grazie per quanto fate, grazie per essere una fonte attendibile per chi, come me, vuole informarsi in modo indipendente sulle grandi questioni del mondo.

    Sono membro della PRO LOCO del mio piccolo paesello in provincia di Lecco, 2300 anime sulle prealpi orobiche. Stiamo cercando di promuovere serate culturali, ed in particolar modo sarei interessata a proporre qualcosa sulla Siria. Se gentilmente conosceste qualcuno disposto a fare delle serate informative/conferenze Vi sarei molto grata del contatto.

    Complimenti ancora!
    Buon lavoro
    Sara

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    • Paolo Iancale 08/04/2017 at 14:06

      Ciao Sara,
      grazie per il tuo commento e per i gentili complimenti.
      Saremo felici di partecipare se decidessi di organizzare un momento di confronto su questi temi dalle tue parti.

      Paolo

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